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Identità Europea
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Il premier e i processi di F.M. Agnoli

21 Ottobre 2011
in Articoli

Forse non è vero.  Forse il gioco dei quattro cantoni partorito dall’iniziativa  della Procura di Napoli  di procedere  contro  l’imprenditore  pugliese Giampi Tarantini e i suoi complici, accusati di estorsione ai danni di Berlusconi, non ha nulla a che vedere  con l’accanimento giudiziario nei confronti del presidente del consiglio lamentato dai suoi legali e dai suoi sostenitori. Resta il fatto che gli ultimi avvenimenti confermano il fiuto del Berlusca, che, convocato a comparire  davanti a quella Procura in  qualità di parte lesa e testimone,  si è rifiutato di  presentarsi  senza assistenza legale (che non spetta ai testimoni). Difatti, quando già si delineava l’ipotesi di un  suo accompagnamento coattivo, è intervenuta, inattesa, la  decisione del gip (poi replicata nonostante il  reclamo) che ha attribuito la competenza   non a Napoli, ma a Roma, luogo  del commesso reato. I p.m. napoletani non hanno gradito  e, ribaltando l’impostazione iniziale da loro stessi formulata, hanno chiesto   al  Tribunale del Riesame di valutare se  il presunto estortore Tarantini non fosse  invece stato oggetto di una criminogena attività del  perfidissimo presidente del consiglio.  In pratica l’ammissione di avere sbagliato (mentre, anche se non l’hanno detto,  non aveva  sbagliato  Berlusca  a immaginare quanto veloce sarebbe stato il suo transito da parte lesa a indagato). Ci sono volute   14 o 16 ore di camera di consiglio, ma alla fine Tarantini, scarcerato, è passato da malvagio estortore a vittima e comunque a soggetto non punibile, perché   – dice il Tribunale  –  Giampi ha sì mentito quando ha negato che il presidente del consiglio nulla sapesse dei compensi corrisposti alle escort, ma vi è stato indotto dal premier (in concorso col giornalista Valter Lavitola), che si è così reso responsabile del  reato di cui all’art. 377bis del codice penale (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria).

Di conseguenza la  competenza  a procedere non spetterebbe più né a Napoli né a Roma, ma a Bari. Insomma il processo deve lasciare  Napoli, ma Berlusconi resta  in ballo e nella più scomoda posizione di indagato, anche se, purtroppo,  questa gli assicura il diritto di farsi assistere dai propri legali.

In ogni caso  non è detto  sia questo il risultato finale  e che  non sbuchi un quarto candidato: la procura di Lecce. Questa, difatti,    ha iscritto nel registro degli indagati proprio il procuratore di Bari, Antonio Laudati, per abuso d’ufficio, favoreggiamento e violenza privata, a seguito della denuncia dell’ex-sostituto barese Pino Scelsi (ora, a sua volta, accusato di calunnia dal suo ex-capo). A parte la “violenza privata”, di cui, a quanto è dato capire,  dovrebbe essere stato vittima lo stesso Scelsi, l’addebito a Laudati  si può riassumere come reato di “berlusconismo”, in quanto, proprio per  favorire il presidente del consiglio,  su sollecitazione di Angelino Alfano (in quel momento ministro della giustizia) avrebbe rallentato le indagini sul conto di Tarantini,

La singolare situazione ha subito eccitato gli umori  giustizialisti dei  garanti della giustizia e della legalità che lavorano al quotidiano  “La Repubblica”. Costoro, mentre non hanno nulla da dire sui “pentimenti” dei p.m. napoletani, non appena avuta notizia dell’intento della Procura di Roma di trasmettere il procedimento a Bari  (per ora -sembra- solo per la posizione del Lavitola)   si sono affrettati a proclamare che Antonio Laudati “deve firmare un foglio in cui si impegni a non toccare neppure una pagina di quel fascicolo. A non dargli neppure  una sbirciatina”.

Se non firmerà o se non verrà rimosso  dall’ufficio (come è nei voti di “Repubblica”),  la competenza, uno-due-tre-quattro,  passerà per connessione alla Procura di Lecce,

A differenza di ”Repubblica” non concludiamo con ordini perentori, non intimiamo a nessuno  ciò che deve o non deve fare. Poniamo solo la domanda su quanto sia tranquillizzante (per i cittadini) questo uso delle procedure troppo simile al gioco degli specchi, e se per caso non getti, all’interno e all’esterno dei confini nazionali,  altrettanto discredito  sul nostro Paese  di quello che  l’opposizione attribuisce, in politica, al presidente del Consiglio. Anzi di  molto maggiore, perché il discredito che riguarda l’amministrazione della giustizia mette in dubbio le basi stesse dello  Stato di diritto.

Tags: berlusconipolitica
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