Una débâcle meritata, prevista e prevedibile vista la rinuncia ad ogni valore estetico perché etico
Tutto è compiuto.
La sconfitta di Gianni Alemanno al Campidoglio pone l’epitaffio su una pessima amministrazione romana, pressochè indistinguibile da quelle precedenti ed è l’epitome indiscutibile di una destra che non va più, autodistrutta dalla propria presunzione e dalla propria ignoranza.
Una destra composta da mediocri che ha inseguito la pochezza del M5S e che vergognandosi di essere “destra” ha scimmiottato anche nel peggio la pseudocultura della sinistra finendo per essere da essa indistinguibile.
Paura, altroché “senza paura”, come hanno scritto nei loro manifesti gli esponenti di Fratelli d’Italia.
Paura di essere considerati retro e “politicamente scorretti”, paura del proprio passato, che non è sempre le solite, necrofore, ricorrenze funebri o un inutile revanscismo di “quando c’era Lui”.
Si porrà adesso – finalmente – la domanda “delle cento pistole”, la destra moderata; quelle domande che avrebbe dovuto porsi da tempo e che invece ha sempre eluso, nascondendosi dietro al dito dell’ipocrisia?
Questa volta non c’era alcun derby su cui scaricare le colpe. Come scriveva Ambrose Bierce nel suo Dizionario del Diavolo: «Voto: Simbolo e strumento della facoltà che ha ogni libero cittadino di dimostrarsi uno sciocco e di rovinare il proprio paese». Bierce era un cinico e non conosceva certo la situazione italiana, ma se oggi fosse ancora vivo di certo avrebbe scritto di peggio al suo riguardo.
Si sapeva – forse – di sbagliare eppure, ostinatamente, si è perseguito l’obiettivo della sconfitta. Nati per perdere, altrimenti non si sarebbe ricandidato un Alemanno.
“Ma non c’era nessun altro” si è detto.
Allora chiedetevi perché in tutti questi anni non c’è mai stato un “ricambio”, “nuove menti” per la destra italiana.
Perché è mancata una formazione, culturale e politica al suo interno, dove troppi erano tesi soltanto, finalmente, al conseguimento delle poltrone da tanti anni agognate.
E sono comparsi Fiorito ed il suo SUV.
Alemanno, privo del coraggio intellettuale necessario, ha sprecato così l’occasione, unica e forse irripetibile, di modificare drasticamente la direzione cittadina dopo gli scempi di Veltroni e Rutelli e nel contempo dare un segnale forte – da Roma – a tutto il resto del paese.
Ma ripeto: “paura eh”?
Tanto da non aver mai prestato considerazione ad una realtà che nella Capitale è molto forte, ovvero le associazioni culturali.
Infatti tra gli innumerevoli sodalizi che agiscono in tale campo, nella città, molti sono “orientati a destra” seppur non “di partito” e tra essi si annoverano prestigiose ed importanti attività pluridecennali. Tutte, o quasi, snobbate fino a pochi giorni fa. Chi è causa del suo mal pianga sé stesso dunque, anche se, purtroppo, piangeremo anche noi, che si sia votato o meno, che pur lo avevamo detto da tempi non sospetti.
Se le persone hanno disertato il voto non è perché “fa chic”, è perché non sono cretine come le si reputa. E se non sei cretino alla fine “ce li manni”.
Saggiamente scrive Gianfranco de Turris in un suo recente articolo: «Anche altri centri di potere culturale sono stati del tutto inesistenti: iniziative zero, riequilibrio dei punti di vista zero, possibilità di parlare di una cultura diversa zero, promozione di idee alternative zero».
Allora, cosa si voleva? Si voleva anche che chi si è visto avvilire votasse?
Si è affidato l’assessorato alla Cultura di Roma ad un Gasperini che si è distinto per non aver prodotto nulla di valido e ricordabile nel tempo, quasi fosse esponente di quella “Zerocrazia Culturale” a cui fa riferimento Marcello Veneziani. Chissà per quale misterioso motivo è svanita nel vuoto una importante mostra sul “Santo Graal a Roma” curata da Franco Cardini prevista – parrebbe – per il dicembre dello scorso anno. Si sarà persa nei meandri burosaurici delle scartoffie probabilmente. Pare. Dicono. Forse. Ma noi non vogliamo credere sia possibile tutto ciò. Ci sarà stato il consueto ostruzionismo dell’opposizione che impedisce ogni miglioria, è noto.
Gianni Alemanno è stato così il rappresentante – forse involontario, chissà – di quella destra insipiente che è ostile alla Cultura – perché la teme sapendo di essere inadeguata – a cominciare da quella alta e nobile di cui è, o forse sarebbe meglio dire era, portatrice soltanto la destra stessa. Cultura che è Valore Primario, Valore dello Spirito, superiore ed antecedente a qualunque altro, lo ricordi questo centrodestra imbolsito dal troppo denaro improvviso e dal potere immeritato.
Non si amministra basandosi esclusivamente sulla “Legge e l’Ordine”, esiste molto altro, altro che non è stato fatto ma forse neppure preso in considerazione.
La mancata attenzione alla Cultura è segno di un disinteresse per le Identità e i Principi, un disinteresse per idee, ideali e progetti. Leggete il recente ed illuminate pezzo di Buttafuoco sull’attuale stato culturale della destra. Leggete ciò che ha saggiamente scritto Domenico del Nero su queste stesse pagine.
Del resto, ben dice l’amico Vittorio Sgarbi: “Non vogliamo essere governati da chi non conosce Simone Martini”. Alemanno, ma non soltanto lui, conosce per esempio gli stili architettonici di cui Roma è composta? E allora come fa un sindaco degno di rispetto a stabilire cosa è buono e lodevole e cosa non lo è dal punto di vista sociale ed urbanistico per la propria città?
Ovviamente a quel punto si approvano i deliri architettonici e gli scempi urbanistici come sono la teca che opprime l’Ara Pacis e il folle progetto dato in mano a Fuksas. A quando una bella cupola geodesica che “salvaguardi” il Pantheon?
Per risolvere il problema delle etnie nomadi, sappiatelo, per comprenderle, basterebbe che qualche amministratore pubblico fosse mai andato a vedere “La Buona Ventura” dipinto da Caravaggio.
Non lo ha mai fatto di certo Ignazio Marino ma neppure il suo augusto predecessore.
Se poi alla vera e propria ignavia si aggiungono l’arroganza, la presunzione e una narcolessia intellettuale ormai cronicizzate sommate alla maleducazione di chi non sa neppure dire “grazie” quando ottiene un aiuto insperato e gratuito, si produce una miscela incendiaria nell’elettorato, sia alto sia basso, che induce i più proclivi alla trivialità ad inviare graziosamente gli esponenti politici, candidati o meno, ad un uso improprio e contronatura delle loro terga. Spocchia e non volontà nel riconoscere i propri limiti, laddove invece che fare un’onesta ma spietata autocritica si gioca a scaricabarile rovesciando le proprie incapacità di volta in volta su chi è di turno, amministatori precedenti – dannosissimi – e sovrintendenze varie.
Ma si sa, “errare è umano e dare la colpa agli altri di più”.
Mediocri anche nella loro mediocrità, candidati che fanno errori di grammatica anche quando pensano… se pensano. Perciò siccome ogni città ha il sindaco che si merita, adesso Roma avrà anche l’opposizione che si merita.
Troppa bramosia di potere e troppa mancanza di ironia e, soprattutto, di autoironia.
In questo va fatto salvo, rara avis ed unico tra tutti, Francesco Storace, che ha sempre saputo essere serio ma non serioso, contrariamente ad altri dediti sempre ad autosopravvalutarsi, pronti ad offendersi alla minima critica – invece di ringraziare chi muove critiche perché vuole migliorare, costruire e non distruggere – e a strillare istericamente al complotto e al “fuoco amico”.
Plaudo alla “guerra” contro Equitalia proposta e condotta da La Destra, al “mutuo sociale”, alla “tolleranza zero” ed altro, tutte cose che l’amministrazione aveva disertato se non in ultimo, ma non bastano. Non basta senza una ripresa dei Valori della Cultura, l’unica vera possibilità di “ri – creazione” di una destra che sia realmente tale.
Peccato che Sergio Marchi al I Municipio della città, sebbene servito di buone carte nelle proposte culturali, sia purtroppo riuscito, per disattenzione tattica e lentezza di esecuzione, a giocarsele pessimamente.
Una destra dovrebbe battersi per delle idee e tradurle in realtà, non lasciarle vaghe e confuse – quando ci sono – e rispolverarle soltanto pochi giorni prima del voto perché intimoriti dalla perdita dello scranno e degli emolumenti.
Abbiamo visto sino ad ora assenza di stile, mancanza di classe, impreparazione culturale ad ogni pie’ sospinto.
Vogliamo parlare di un Alemanno che risulta essere incomprensibile al pubblico quando parla? La Retorica è uno dei grandi “doveri” di un politico sin dai tempi di Platone e di Aristotile. Il saper ben parlare ad altri in maniera intelleggibile è cosa fondamentale per non finire ad essere il clone di Max Paiella, che non imita il “fu sindaco” ma lo ricalca.
Vorremmo anche non sentire più da certe persone parlare di qualcosa che non esiste e non appartiene di certo a questa destra fasulla: la “meritocrazia”. La destra moderata attuale con conosce il merito perché mai ha saputo valutare e far valere qualcosa che lo produca, che lo preveda e ne sia fonte: la capacità e la competenza.
La Cultura, cominciate a capirlo se proprio non volete comprenderlo, non è leggere molti libri, non è edificare brutti edifici ad uso biblioteche nelle periferie come è avvenuto a San Basilio, affidandole tra l’altro a validissimi operatori che fanno più del loro meglio con il niente che gli è stato messo a disposizione.
La Cultura è uno stato dell’anima dell’uomo, che essendo estremamente ampio ha per fine ultimo il “bene essere” del cittadino, il far sì che gli uomini non vivano “come bruti”.
La Cultura, amici miei del centrodestra moderato non è – così come sono stati fatti sino ad oggi – né il Carnevale Romano, né le girandole di Castel Santangelo, né le “Notti Bianche” di veltroniana memoria, e neppure le ipocrite aperture dei musei alla sera di una volta all’anno.
Servono soldi? Balle!
Quando gli amministratori comprenderanno che il Tesoro dello Stato e di Roma è quello dapprima Artistico e poi Culturale forse avranno la possibilità di capitalizzare un introito economico che se ne impippa dell’IMU e di ogni altra tassa.
Ma fin’ora nessuno lo ha saputo fare. Siamo mostruosamente ricchi ma tassiamo la povera gente, e togliere le tasse e sbattere fuori gli strozzini legalizzati a poche settimane dalle elezioni non è sufficiente. Felice e geniale sempre Sgarbi nella sua intuizione largamente inascoltata: “Il ministero dei Beni Culturali deve essere strettamente legato a quello dell’Economia”.
Un incommensurabile patrimonio immobiliare potrebbe essere affidato “in comodato d’uso” con ben precise regola a valide Fondazioni ed Associazioni Culturali che ne garantirebbero il miglior mantenimento ed utilizzo, a costo zero per il Comune, ed invece il poco che si sa viene concesso sempre agli “amici degli amici” ed il molto lasciato ad imputridire e decadere.
Il come si possa far fruttare l’immenso tesoro artistico dell’Urbe e del paese non è adesso questo il luogo ove io – ed altri come me che lo gridano da tempo – lo possa insegnare.
Cultura non è il solito refrain elettorale del “riscopriamo i miti tolkieniani”, o le citazioni fasulle di autori mai letti – sempre gli stessi per altro – da Chesterton a Pound.
Non lo sono i “concertoni” né le sfilate dei butteri. Il Carnevale Romano, pari a quello veneziano del Quattrocento e del Cinquecento era ben altro, se lo si vuole riportare in auge allora si studi e si faccia di molto meglio che simili patetiche pseudoricostruzioni.
Mishima ed Evola sono passati di moda, se ne ha “paura”, sia mai che si pensi che esista una cultura di destra? Siamo tutti demo-liberali ormai e proiettati verso un futuro radioso sul quale risplende il “sol dell’avvenire”.
Bravi!
Assistiamo così all’assenza intellettuale che ha prodotto l’impossibilità di avere un degno e preparato ricambio giovanile; tranne forse Fratelli d’Italia, chi ha meno di trent’anni oggi preferisce aderire e militare in movimenti di minoranza come Casa Pound o Forza Nuova. Tutti gruppi che quando cesseranno finalmente di odiarsi l’uno con l’altro forse conseguiranno un qualche risultato.
La destra ha avuto occasioni splendide, in questi anni, di poter ri-costruire una base culturale, tradizionale, etica ed estetica reale e nobile, ma non ne è stata capace, o piuttosto verrebbe da pensare che gli amministratori non l’abbiano voluto fare perché era più comodo così. Hanno snobbato tutti gli uomini d’”intelletto” che la destra ha ancora, relegandoli nella penombra, perché in realtà scomodi, non organici, liberi. Non controllabili in quanto non “liberi pensatori” ma Pensatori Liberi.
La Cultura esiste dunque, là fuori, scevra da tessere di partito. Cosa si aspetta a coinvolgerla? Un’altra debacle? Un’altra vittoria del relativismo etico ed estetico della sinistra?
A quando un “manifesto” che riunisca gli “intellettuali” di destra?
Cultura che non sia soltanto “dottrina” per pochi ma rivolta all’esterno, sia “programma efficace” ed attuato in ogni suo ramo, secondo i dettami di un buon governo già noto ai tempi di Platone.
La destra ha sempre avuto ed ha ancora in ogni campo del pensiero grandi ingegni, ma li ha sempre rifiutati perché è più semplice vivere di autoincensamenti ed autoreferenzialisimi, è più semplice sentirsi dire bravi da altri mediocri posti a comandare, nella speranza di ricevere poi qualche briciola.
Nell’età aurea che fu d’Italia e di Roma, tra il XV ed il XVI secolo i Papi ed i Principi – ed i Banchieri – ovvero coloro che ammistravano la res publica di allora, seppero intelligentemente utilizzare gli artisti e gli intellettuali per aumentare la loro gloria, il loro prestigio e migliorare il benessere dei popoli ad essi soggetti. Oggi? L’esatto contrario.
Complimenti vivissimi cari camerati. A chi ignora, ovvero è ignorante, l’antico adagio che recita “ avere arte è avere parte”, dal quale il più noto “senza arte né parte”, sappia che si intendeva che soltanto chi ha competenza e sapienza in un’”arte” poteva avere “parte” all’amministrazione della cosa pubblica, “parte” da cui poi “partito” in senso politico.
Ma allora vigeva l’orribile esecranda piaga del “nepotismo” diranno i soliti borghesi benpensanti liberisti democratici e trinariciuti. Gli innominabili Borgia… orrore!
Sì, esisteva il nepotismo, che Dio lo abbia in gloria, ma i “nepoti”, cardinali o capitani di ventura erano tutti, sempre, persone di grandi capacità, acume, intelletto, cultura ed altro; non semplici parenti o amici di amici, fidanzate di amici, cugini di fidanzate di amici e alla via così.
Magari ci fosse ancora oggi una simile usanza!
Perché alla “nullocrazia” si è infatti sostituita spesso una “mediocrazia” proprio nelle file del centrodestra, dove i mediocri gestiscono un potere non soltanto riuscendo a non far nulla ma perpetrando danni oltreché agli altri a loro stessi.
L’ignoranza e la disattenzione a ciò che ci circonda, e non soltanto alle buche delle strade di Roma, che pur ci sono, producono assenza di sensibilità al Bello e dunque favoriscono anche il “mal essere” non soltanto periferico della città e dello stato.
Sì signori, fatevene una ragione anche di questo, la delinquenza, la violenza, gli stupri, la droga e la mafia sono generati da un’assenza Estetica oltrechè Etica e di forza pubblica.
Ma forse questo concetto per alcuni è intellettivamente irraggiungibile. Peccato, il Fascismo però c’era riuscito, ed è un dato storico ed antropologico questo, non certo apologia di un regime defunto ed oggigiorno inattuabile.
Voglio spezzare però non una lancia, sarebbe troppo, ma una picca per l’operato di Alemanno.
Le critiche mosse al sindaco, chiunque egli sia, di Roma per essere andato ad avere un doveroso e rispettoso colloquio con il rabbino capo sono ingiuste ed ingenerose. La comunità ebraica dell’Urbe è antica quanto la città ed è una parte importante, storicamente e culturalmente, di essa con la quale è corretto convivere in buoni rapporti. Per correttezza e rispetto il sindaco ha indossato la Kippah. E con ciò? E’ un segno di rispetto nei confronti dello stesso Dio che veneriamo, essendo tutti figli di Abramo, ricordo. Certo se si fosse fatto circoncidere allora avrei avuto qualcosa da ridire.
Altra difesa per Alemanno è la seguente:
Da più parti si è attaccato il sindaco – pardòn l’ex sindaco ora oppositore – per le sue “consulenze” ritenute costose.
Signori miei, il punto non è il fatto che si ricorra alle “consulenze esterne” né che esse – come è giusto – vengano lautamente retribuite, in quanto se, come sovente è, il comune non dispone tra il suo organico di persone capaci e competenti diventa non soltanto necessario ma lodevole utilizzare risorse “esterne”.
Il fatto è che viene da chiedersi se i “consulenti” prescelti siano veramente competenti oltreché capaci. Questo è il punto della questione, non l’azione in sé né il costo, perché un professionista va pagato, non opera gratis. Nessuno lavora gratis.
Filippo Neri, copatrono della città di Roma era solito dire che “l’uomo si educa con l’esempio”, provino ora a cominciare a darlo partendo dal centrodestra e destra quell’esempio che fino ad oggi non abbiamo visto.
Leggo con piacere quanto ha scritto qualche giorno fa Roberto Buonasorte su “Il Giornale d’Italia”: «Una bella destra, rinvigorita e meno arrogante, competente ed entusiasta, una destra che non si rassegna, e che saprà mettere sul tavolo temi affascinanti iniziando da quelli culturali, della difesa dell’ambiente, della famiglia, dei giovani».
Belle parole, largamente condivisibili ma che mi auguro non restino tali come lo sono state fino ad ora perché, perdonate se mi ripeto ma in alcuni casi è necessario, qualunque tentativo, di là dalle persone coinvolte, di ricostruire un polo che sia “di destra” in questo paese sarà sempre e comunque destinato a fallire se non si terrà ben saldo il principio primo di ripartire dalle Idee, dalla Cultura, dalla Competenza senza più quell’arroganza oltraggiosa, quella maleducazione autoreferenziale, quel vero snobismo da mediocri che ci ha portato a questo stato di cose.
Non ho altro da aggiungere, tanto ancora una volta le mie, come quelle di tanti altri migliori di me che mi hanno preceduto, saranno parole gridate nel deserto, in quel deserto dove una volta però fiorivano le oasi dovute agli “uomini di buona volontà”, quegli stessi che hanno edificato l’Europa delle cattedrali e non quella miserabile delle banche e dell’ignoranza!










