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XIX° CORSO DELL’UNIVERSITÀ D’ESTATE DI SAN MARINO. ALCUNE NOZIONI ECONOMISTE. Di L. Copertino

 

 

Chi è stato alla recente 19° edizione dell’Università d’Estate di San Marino ha potuto assistere, con lo scrivente come introduttore e moderatore, al confronto tra un economista keynesiano come il prof. Nino Galloni ed un economista liberal-sociale come il Prof. Massimiliano Marzo della scuola di Stefano Zamagni.

Posizioni differenti che tuttavia possono, in alcuni punti, avere qualche convergenza.

Gli astanti avranno notato come, dal momento che Galloni il quale ha lasciato l’uditorio subito dopo la sua relazione ed il dibattito non era presente, da parte mia vi è stato qualche cordiale, e per nulla polemico nelle intenzioni, contradditorio con il Prof. Marzo, verso il quale nutro comunque stima per la competenza e chiarezza espositiva (anche se basata su teorie, come quella “quantitativa della moneta” oggi fortemente messe in discussione negli ambiti accademici).

Il giorno prima, invece, molto interessante è stata la relazione del Prof. Tracuzzi (se ben ne ricordo il nome) allievo del compianto filosofo Francesco Gentile. Una relazione che tra l’altro ha ripreso la critica “realista” all’utopia come progetto umano il quale alla realtà vera ed oggettiva, naturale,  tende a sostituire lo schema filosofico ed astratto dell’ideologia ossia la non-realtà idealisticamente e soggettivisticamente pensata. Una critica fondata sul realismo filosofico proprio al pensiero tradizionale cattolico o comunque religioso.

Nel dibattito, seguito alla relazione del Tracuzzi, sono intervenuto per sottolineare che tale critica “realista”, solitamente applicata soltanto al marxismo, come aveva giustamente fatto nell’occasione anche il prof. Tracuzzi, è invece del tutto applicabile anche e principalmente al  liberismo. Ho ricordato che non esiste “costruttivismo” più astratto ed irrealistico del mercato come concepito dai liberisti vecchi (leggasi: Adam Smith, Von Hayek, Von Mises) o nuovi (leggasi: Milton Friedman, Alesina, Giavazzi, tutto il coacervo simil-populista americano del “Tea Party”). Un mercato come quello cui pensano i liberisti – nel quale tutti gli operatori sono perfettamente eguali quanto a capacità personali, risorse a disposizione, informazioni possedute, forza sociale ed economica, sicché tutti potrebbero responsabilmente esercitare le proprie libere (o presunte tali) scelte e quindi imputare solo a loro stessi eventuali fallimenti – NON E’ MAI ESISTITO NELLA REALTA’ E NELLA STORIA. Si tratta, appunto, di una utopia, di una costruzione ideologica che lasciata libera di affermarsi, come è stata purtroppo lasciata libera di affermarsi, prima o poi si scontra con le dure repliche della realtà rovesciandosi, per eterogenesi dei fini o, se volete, paradosso delle conseguenze, nella sopraffazione dei più forti sui più deboli. Aggiungevo che senza una Autorità Politica “giusta” (nel senso “agostiniano” della Giustizia che deve presiedere al Politico, pena il suo “banditismo”) le differenze che pur esistono nella realtà, e che nessuno può pensare di eliminare ma ridurre e far convergere questo sì, non potrebbero mai essere composte secondo equità, giustizia e solidarietà, in una prospettiva più ampia di Bene Comune, quella che di recente Zygmun Bauman ha chiamato “collaborativismo” o anche “condivisione”, da opporre tanto alla ferocia dell’“Homo hominis lupus” quanto all’ingenuità del “Bon sauvage”, visioni dell’uomo, queste ultime, che sottendono entrambe un errore antropologico e teologico di fondo: l’idea della negatività dell’essere, nel primo caso, quella dell’inutilità della redenzione e della grazia, nel secondo caso.

Qui sotto trovate, se può interessare, un articolo che conferma quanto sopra osservato circa il costruttivismo utopico dell’ideologia liberista. Segue un altro articolo che mostra le conseguenze (non) etiche dell’accettazione di questo costruttivismo come se esso fosse la descrizione dell’intangibile reale ed, infine, una citazione tratta direttamente dall’opera principale del Keynes che spiega perché è stata scritta.

Buona lettura e saluti a tutti.

Luigi Copertino

Il mondo descritto dai liberisti non è quello in cui realmente viviamo. Brad DeLong vs Friedman

Pubblicato da keynesblog il 30 aprile 2012 in Economia

Free to Choose” di Milton e Rose Friedman è stato un programma televisivo e un libro che ha rivoluzionato il modo di vedere l’economia degli americani e, per riflesso, degli occidentali. Il più potente, pervasivo e affascinante manifesto liberista del secolo. Un’opera che ha profondamente influenzato tanto il senso comune del cittadino medio, quanto la politica, e che ha avuto probabilmente un peso nell’affermazione elettorale di Ronald Reagan.

A parlarne in termini critici è Brad DeLong, sul sito Project Syndicate. Secondo DeLong, il ragionamento di Friedman si muove a partire da tre affermazioni.

La prima è che gli squilibri macroeconomici sono causati dall’intervento pubblico, non dal mercato. In particolare sarebbero causati proprio da quegli interventi pubblici che tendono a regolare i mercati e a cercare di rendere il capitalismo più stabile.

Secondo Friedman è il settore pubblico ad aver “causato” la Grande Depressione. Per risolverla l’intervento delle autorità avrebbe dovuto limitarsi a una politica monetaria espansiva. L’intervento nell’economia rivendicato da Keynesiani e seguaci di Minsky al fine, rispettivamente, di gestire la domanda e stabilizzare i mercati finanziari, sarebbe completamente ingiustificato.

Ma, fa notare DeLong, questa affermazione è semplicemente sbagliata. La dimostrazione sta nel fatto che l’enorme aumento di liquidità operato dalla Federal Reserve non è stato sufficiente a ripristinare la piena occupazione o comunque far uscire gli USA dalle secche della recessione.

La seconda affermazione dei coniugi Friedman è che il ruolo pubblico nella regolazione dovrebbe essere minimo, limitandosi alla garanzia dei contratti in quanto gli svantaggi di un intervento regolatorio più pesante sarebbero maggiori che quelli di un mercato lasciato quasi a se stesso. Ma, scrive DeLong, neppure gli attuali “libertarians” (la destra del partito repubblicano) hanno una grande fiducia nelle corti federali, forse perché condannano troppo facilmente chi attenta alla salute.

La terza, e più importante, affermazione dei Friedman è che l’economia di mercato, da sola, sarebbe capace di ridistribuire in modo equo il reddito, poiché gli imprenditori, pur guidati dal profitto, premierebbero i talenti, potenziando l’intero sistema economico. Un ragionamento che riprende quello della “mano invisibile” di Smith.

Peccato però che non abbia funzionato, spiega DeLong. La caduta di qualità dell’istruzione, il ridimensionamento dei sindacati, il sorgere di una economia dell’età dell’informazione dove “il vincitore prende tutto”, il ritorno alla finanza come ai tempi della “Gilded Age” (1860-1896, con conseguente tracollo), hanno portato ad un’inedita disparità dei redditi.

Sarebbe stato bello se un’era di prosperità durevole, con opportunità per tutti, fosse seguita ad un intervento pubblico ultraminimale sul modello di quello prefigurato da Friedman. Se non è successo, conclude DeLong parafrasando Keynes, è semplicemente perché il mondo descritto da Friedman non esiste, non è quello in cui davvero viviamo.

Articolo di Brad DeLond “Re-Capturing the Friedmans”

Le fallacie dell’economia per i ricchi

Pubblicato da keynesblog il 15 luglio 2014 in Economia, Teoria economica

Esistono diverse teorie economiche, ma ancor prima di ciò esistono classi sociali di cui gli economisti – ben lungi dall’essere scienziati apolitici – difendono gli interessi consolidati. E’ questa, purtroppo, l’evidenza che è emersa nel dibattito scatenato dal libro di Thomas Piketty “Capital in the Twenty-First Century”, nel quale si mettono in evidenza le ragioni e i pericoli delle disuguaglianze, le distorsioni conseguenti la crescita delle rendite e l’ingiustizia insita nell’ereditarietà del capitale. L’esempio migliore di questo bias classista lo fornisce Gregory Mankiw, noto economista conservatore ed autore di uno dei manuali di economia più diffusi.

In un recente articolo per il New York Times, Mankiw ha cercato di demolire la tesi di Piketty:

Poiché il capitale è soggetto a rendimenti decrescenti, un aumento della sua offerta causa il fatto che ogni unità di capitale renda di meno. E poiché l’aumento del capitale aumenta la produttività del lavoro, i lavoratori godono di salari più alti. In altre parole, risparmiando invece di spendere, chi lascia una proprietà agli eredi causa una redistribuzione non intenzionale dei redditi da altri proprietari di capitali verso i lavoratori.
La morale della favola è che la ricchezza ereditata non è una minaccia economica. Coloro che hanno conseguito proventi straordinari naturalmente vogliono condividere la loro fortuna con i loro discendenti. Quelli di noi che non hanno la fortuna di nascere in una di queste famiglie ne beneficiano comunque, poiché la loro accumulazione di capitale aumenta la nostra produttività, i salari e il tenore di vita.

E’ evidente però che non è questo che è accaduto negli ultimi decenni. Nonostante gli incrementi di produttività, i salari reali sono rimasti stagnanti. Il che significa semplicemente che la quota di ricchezza aggiuntiva prodotta è andata sempre più alle altre classi sociali e non ai lavoratori, in particolare a quell’1% contro il quale nacque il movimento “Occupy Wall Street”.

Mankiw non fa altro che ripetere la ben nota ideologia della “trickle-down economics”. E’ però interessante scoprire perché, nonostante l’evidenza contraria, un economista può ancor oggi permettersi di sostenere la tesi secondo la quale l’arricchimento dei più abbienti ha un riflesso positivo sui lavoratori. Cosa c’è nella teoria economica che giustifica questo risultato così in contrasto con la realtà?

Lo spiega bene Peter Domar, economista e autore del noto blog Econospeak. Affinché sia vero quanto sostenuto da Mankiw, devono infatti essere verificate numerose e improbabili condizioni. In particolare, l’aumento dell’offerta di capitale deve rendere tale fattore della produzione meno remunerativo. Un’ipotesi che nel secolo delle tecnologie di rete diventa ogni giorno sempre meno vera: ad esempio, entro un margine molto ampio, ogni antenna di telefonia mobile installata da un operatore rende tutto il capitale di antenne già installate più redditizio, poiché permette di raggiungere più clienti che potranno telefonare ai clienti dei territori già coperti. Lo stesso discorso vale per molti altri servizi a rete e per il software.

E non basta. Affinché Mankiw abbia ragione occorre ipotizzare anche: che i fattori produttivi siano pienamente impiegati (ovvero che non vi sia disoccupazione dei lavoratori e sottoutilizzazione degli impianti); che il maggiore risparmio abbassi il tasso di interesse stimolando così l’investimento (il modello che Keynes smonta nella Teoria Generale); che tutti gli atti di risparmio e investimento si verifichino all’interno dello stesso sistema economico (p.es. i ricchi non guadagnano proventi da investimenti all’estero); che non vi siano esternalità non compensate ad incrementare “ingiustamente” i margini di guadagno delle imprese (si pensi all’inquinamento); che non vi siano monopoli tecnologici e anzi che non vi sia alcun cambiamento tecnologico, in quanto altererebbe le produttività marginali del lavoro e del capitale.

Insomma, Mankiw non sta parlando del mondo reale, ma di quello immaginario descritto dai manuali di economia. Come il suo.

L’opinione di Keynes sulla teoria economica dominante: “Porta a risultati disastrosi”

Pubblicato da keynesblog il 2 aprile 2012 in Citazioni e testi classici, Teoria economica

“Ho intitolato questo libro Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, insistendo sull’aggettivo generale. Lo scopo di tale titolo è di contrapporre il carattere dei miei ragionamenti e delle mie conclusioni a quelli formulati nella stessa materia dalla teoria classica, la quale ha costituito la base della mia formazione scientifica e domina il pensiero economico, sia pratico che teorico, delle sfere dirigenti e degli ambienti accademici della generazione presente e delle precedenti, da cento anni a questa parte.

Dimostrerò che i postulati della teoria classica si possono applicare soltanto ad un caso particolare e non a quello generale, poiché la situazione che essa presuppone è un caso limite delle posizioni di equilibrio possibili. Avviene inoltre che le caratteristiche del caso particolare presupposto dalla teoria classica non sono quelle della società economica nella quale realmente viviamo; cosicché i suoi insegnamenti sono ingannevoli e disastrosi se si cerca di applicarli ai fatti dell’esperienza.”

– John Maynard Keynes,
Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, 1936

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