Riflessione su affidamento e omofobia. di F.M. Agnoli

Solo adesso si è saputo che quest’estate il Tribunale per i minori di Bologna ha dato in affido temporaneo una bambina di tre anni, in condizioni di disagio familiare, a una coppia di omosessuali di mezza età, a quanto pare già noti alla bambina, che li chiama “zii”. La Procura minorile si era decisamente opposta, ma il Tribunale ha privilegiato la “politically correctness”. In questo modo si è guadagnato le lodi del Corriere della Sera, sollecito a ricordare che Bologna è la città che, prima in Italia, già nel lontano 1982 concesse a un’associazione gay, il «Circolo di cultura omosessuale XXVIII Giugno», una sede ufficiale e proprio (ulteriore titolo di merito contro i pregiudizi religiosi) nel cassero di Porta Saragozza, dove da decenni sosta la processione della Madonna di San Luca. La Giunta rossa stenta a mantenersi all’altezza delle passate glorie, ma il Corriere può ugualmente rallegrarsi. Grazie al suo Tribunale Bologna si dimostra una volta di più città “capace di distinguersi per un’attenzione particolare, nel dibattito, ai diritti civili”. Per essersi opposta e, peggio, avere proposto impugnazione la Procura minorile ha rischiato l’accusa di omofobia e il Procuratore si è affrettato a correre ai ripari precisando che l’impugnazione era dovuta a quisquilie tecniche e non riguardava l’orientamento sessuale degli affidatari.

Se il Corriere esulta, non mancano le voci critiche, non solo di reazionari del centro-destra, ma anche da progressisti di sinistra. Da questo versante Mario Adinolfi (qualche anno fa candidato alle primarie del PD), che ha così commentato nella sua bacheca-facebook: “Ho una figlia di tre anni, esattamente la stessa età della bimba che il tribunale dei minori di Bologna ha deciso di affidare a una coppia di omosessuali. Credo di comprenderne alcune dinamiche psicologiche in maniera piuttosto approfondita e mi trovo d’accordo con il procuratore minorile della Repubblica che, concentrata sul benessere della bimba piuttosto che su ottenere uno spot sui giornali, si era detta radicalmente contraria all’affido della treenne alla coppia gay, ritenuta non all’altezza. Ma ormai si fa così: cosa prevale tra il gusto di compiere un gesto “di rottura” a favore di una coppia omosessuale e riflettere sul benessere di una bambina che non è ancora adottabile ma proviene da una condizione di estremo disagio? Ovviamente viva la “rupture” e la procura minorile sarà certamente omofoba. Non diamo alla bambina una figura materna, prepariamo il terreno culturale ad una legge che garantisca l’adozione dei bimbi da parte dei gay, scriviamo genitore 1 e genitore 2 anziché padre e madre, proiettiamo un bello spottone anche durante la fiction di prima serata di Raiuno che si intitola non a caso “Una grande famiglia” (…). Una bimba di tre anni in condizione di disagio familiare ha prima di tutto bisogno di una figura materna, di una donna da chiamare “mamma” a cui poteri affidare. Non le serve a niente un finto genitore 1 accoppiato con un finto genitore 2. Chi non capisce questo in realtà se ne frega dei bambini e combatte solo una stupida battaglia ideologica”.

Nel suo commento Adinolfi intravede dietro la sentenza la preparazione del terreno per l’adozione gay. Un sospetto espresso anche, in termini assai più espliciti da un collega dei giudici bolognesi (e di loro, ça va sans dire, meno illuminato) che in una mailing list prospetta senza mezzi termini il rischio di un progetto organizzato, che mira ad una convivenza della bambina con gli “zii” protratta per diversi anni (avviene molto, molto spesso con gli affidi cosiddetti temporanei) in modo che a tempo debito, quando gli “zii” chiederanno di passare dall’affido all’adozione si possa sollevare la questione di costituzionalità del divieto di adozione da parte di coppie gay, facendo leva sul presunto interesse della minore (che si spera non troppo traumatizzata) a chiamare gli “zii” genitore 1 e genitore 2 (babbo e mamma sembra improbabile).

Da canto suo la Curia bolognese si accontenta di presumere. Riferisce l’Ansa che il vicario generale dell’Arcidiocesi di Bologna, da lei interpellato, ha replicato che “i giudici hanno il dovere e la responsabilità di tutelare il bene dei minori e di stabilire nel caso concreto qual è il miglior bene possibile. Anche nel caso della bambina si presume abbiano fatto questa valutazione, per quello che è nelle loro possibilità e nelle loro conoscenze”.

Francesco Mario Agnoli

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