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Elogio dell’ignoranza. di Luca De Netto.

La nostra società, ormai fondata sui social network, sul web, sull’informazione della rete, sulla scuola e sull’università di massa, dovrebbe essere, secondo certi teorici, una società informata, consapevole, progredita, e dove tutti sono sapienti ed informati.

Del resto, si suole affermare che all’epoca di Internet non si possa ammettere alcuna ignoranza, proprio a causa della bulimia dei mezzi di informazione.

Eppure, le cose non stanno affatto in questi termini idilliaci: oggi non siamo affatto “tutti sapienti ed informati”, ma, al contrario, ci illudiamo di essere tali, peccando di presunzione, di arroganza e di superbia.

L’ammettere la propria ignoranza ed il confrontarsi con persone la cui conoscenza è di gran lunga più vasta della nostra, sono fatti sempre più rari, anche perché la massificazione portata avanti dalla post-modernità tende a livellare tutti verso il basso.

Con l’assurda logica del non far sentire gli altri ignoranti, si obbliga tutti ad abbassare sempre più il livello medio.

Ciò porta a gravi conseguenze, tra cui quella di non riconoscere più le naturali differenze che ci sono tra le persone, l’assenza di ricerca e di sviluppo delle proprie attitudini e qualità, l’inesistenza di qualsiasi forma di meritocrazia, la pretesa di potersi esprimere su tutto senza andare alle fonti, senza ricercare, senza approfondire. Insomma, spesso siamo indotti a parlare per “sentito dire”, per partito preso, e perché tutti parlano…

Del resto, ciò implica l’idea che non esista una Verità: ognuno ha la sua opinione, che legittimamente esprime, e lo stesso dialogo, tanto invocato e sbandierato dai fanatici della società liberale, non è più lo strumento, il mezzo per giungere, insieme, alla Verità, ma il fine, lo scopo, l’obbiettivo da perpetrare in quanto la Verità non esiste. E’, cioè, il trionfo del relativismo.

Insomma, l’insegnamento che da Eraclito passa per Platone, con la critica verso la δόξα (dòxa), l’opinione, che non è vera conoscenza in quanto non è λήθεια (aletheia), verità, e che dal cristianesimo riceve il fondamentale attributo della libertà, in quanto solo la Verità rende realmente liberi gli uomini, è completamente dimenticato nell’era attuale, dove l’opinione di ognuno conta quanto quella degli altri, e dove non esiste la ricerca della opinione giusta, in quanto aderente alla Verità.

Dunque nessuno si sente ignorante, perché non c’è nulla da ignorare: tutti sanno di sapere, e quindi sono legittimati ad agire i ogni ambito del sociale con tale presunzione ontologica. Eppure, è l’ammettere la propria ignoranza, e dunque il desiderio di aumentare le proprie conoscenze, riconoscendo ad altri maggiori competenze, che sono state le caratteristiche alla base dello sviluppo della c.d. Civilità occidentale.

Nel corso della millenaria storia europea, grandi uomini, pensatori, filosofi, Santi, non solo si sono vantati della propria ignoranza, ma  anzi, hanno considerato l’ignoranza consapevole la più grande delle virtù.

Tutti ricorderanno certamente il motto di Socrate secondo cui “l’uomo sapiente sa di non sapere”: è infatti soltanto ammettendo candidamente di non sapere nulla è possibile affrontare la ricerca del Vero attraverso lo strumento del dialogo e con grandissima umiltà. Proprio quella stessa umiltà oggi pressoché scomparsa: senza andare troppo lontano, basti leggere post e commenti sui vari social network ed osservare i toni con cui vengono scritti, e con quanta consapevolezza di base…

Nonostante l’insegnamento socratico si rimasto un pilastro per molti secoli, bisogna però attendere Sant’ Agostino per avere la prima definizione di “dotta ignoranza”, che è quella di coloro che, pur conoscendo molte cose, proprio in virtù di ciò che sanno, si rendono conto di non poter sapere tutto, essendo talmente ampia e vasta la conoscenza. E dunque ammettono di essere fortemente ignoranti, cercando, perciò, di incrementare le proprie cognizioni. E’ chiarissima la differenza con quella che il Santo chiama “ignoranza dello stupido”, che è riferita a coloro che non sanno, credono di sapere e perciò non vogliono sapere, perché non ne avvertono il bisogno: l’assonanza con l’atteggiamento moderno è più che palese…

Il concetto agostiniano, che ritorna in San Bonaventura, fu poi sviluppato dal grande Cardinale e filosofo Nicola Cusano, nel suo celeberrimo “De docta ignorantia”:  per l’acutissimo pensatore cristiano, proprio la conoscenza matematica, fisica e scientifica ci aiutano a comprendere quanto la sapienza di ognuno possa essere limitata rispetto alla vastità del cosmo e quindi all’Assoluto.

Senza dilungarci troppo, è chiaro dunque che per i grandi del nostro passato l’ignoranza è stata un bene, tanto da elogiarla, ammetterla e ricercarla. Perché allora per noi moderni vige l’atteggiamento opposto?

Da un lato, un finto perbenismo tutto figlio del politicamente corretto, pretende non che l’ignoranza debba essere palesata e riconosciuta, come la Civiltà ha insegnato, ma al contrario che debba essere nascosta, esorcizzata, ignorata.

In realtà, però, la spiegazione non può essere ridotta soltanto ai dettami del modernismo, perché vi è una ragione molto più semplice.

Una società che ammette l’ignoranza, e che la considera positivamente in quanto alla base della ricerca di conoscenza e, dunque, di Verità, è una società che deve per forza di cose differenziare le persone in base alle proprie qualità.

Ciò avrebbe conseguenze in ogni ambito del vivere civile, perché risulterebbe ovvio a chiunque che chi è più bravo e più capace, chi ne sa di più e meglio, deve trovarsi in posizioni di responsabilità maggiori e più elevate rispetto a chi ne sa di meno.

E questo, porta tutti coloro che sanno di sapere di meno, a sforzarsi per migliorarsi a fare di più e a fare meglio, prendendo a modello coloro che risultano essere più capaci. Se ci vien fatta notare, dal semplice confronto con chi gli altri, la nostra abissale ignoranza, ciò ci rende umili, inclini all’ascolto, ma soprattutto assetati di conoscenza.

Ma questo, una società come la nostra, fondata sul trionfo della mediocrità, non se lo può permettere, perché rovescerebbe le gerarchie fasulle che oggi opprimono le comunità.

Questi apparati mediocri che tengono in scacco il vivere civile, infatti, non possono rischiare di essere messi in discussione: lo sforzo di migliorarsi è un rischio continuo, un peso insostenibile per coloro abituati ad emergere grazie ai meccanismi delle raccomandazioni, del servilismo, dell’adulazione dei potenti, delle baronie, del denaro.

Coloro che sanno di più e coloro che sanno fare meglio, sono dunque un pericolo per l’establishment, e devono essere tenuti lontano, ai margini, magari all’estero come ricercatori, nelle oscure stanze universitarie come anonimi ed eterni dottori di ricerca, tra gli espulsi o gli incandidabili sempre e comunque dai partiti, tra gli ultimissimi dei sindacati, tra i bistrattati nelle professioni… I migliori sono pericolosi, e vanno tenuti alla larga, perché sanno di più, e sanno fare meglio. E per questo non devono emergere.

Ma soprattutto costoro sanno di non sapere e di non saper fare, e quindi approfondiscono sempre più, migliorandosi ogni giorno con straordinaria umiltà.

E questo, sancisce la grande differenza con coloro che pensano si sapere tutto, di saper fare tutto, e dunque di avere il diritto di essere sempre ovunque, in prima linea.

Si inizia sparando a zero sulle bacheche dei social network, parlando a vanvera, ignorando fatti e cose. E si finisce in parlamento, a schiacciare pulsanti per conto terzi.

E cosi l’ignoranza vince. Perché non è stata elogiata, riconosciuta ed ammessa. E chiamata con il proprio nome…

Luca De Netto

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