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Archive del 5 giugno 2013

Berlino, Roma e i dolori del giovane euro. di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta da Limes 4/13.

I guai dell’Eurozona originano da una grave anomalia: l’essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il bluff delle ‘triple A’. Se la moneta comune salta, un’Italia senza timoniere rischia la deriva.

 

Per gentile concessione della rivista Limes, pubblichiamo il seguente articolo di M. De Cecco e F. Maronta. Il sommario dell’interessantissimo numero, tutto dedicato all’Euro e all’Europa, è disponibile qui.

1. La zona euro detiene invidiabile primato storico: è l’unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d’ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perché la funzione del fulcro di un sistema monetario è creare liquidità, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d’influenza, fornendo così il carburante degli scambi e degli investimenti. Ciò presuppone, però, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l’inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.

Questa è stata la condotta dell’Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall’aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa è stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l’enorme mercato nordamericano all’esangue industria europea; poi, dopo l’abbandono unilaterale del sistema di parità aurea – reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici – con la creazione di moneta.

Non è questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virtù della sua statura economica si è sempre trovato al centro delle dinamiche europee d’integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi). Un ruolo, tuttavia, svolto senza mai abdicare alla propria natura di Stato esportatore. Questa anomalia è esplosa con la creazione dell’euro, che ha determinato un paradossale rovesciamento dei ruoli: la Germania, fulcro dell’area valutaria comune, non crea liquidità, ma la assorbe costantemente, esportando beni e servizi altamente competitivi che vengono pagati dagli importatori più o meno «periferici» dell’Eurozona emettendo debito. Ovvero, sobbarcandosi quella funzione di zecca monetaria che spetterebbe a Berlino. Leggi il resto di questo articolo »

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