La questione in Libia è solo il petrolio o la Banca Centrale Di Ellen Brown

Asia Times – Aprile2011

Diversi scrittori hanno notato il fatto strano che i ribelli libici prese una pausa a marzo nella loro ribellione per creare la propria banca centrale – questo prima ancora della formazione di un governo. Robert Wenzel ha scritto sulla Economic Policy Journal:

Non ho mai sentito parlare di una banca centrale  creata nel giro di poche settimane da una sollevazione popolare. Questo suggerisce che siamo in presenza di un qualcosa di più di un gruppo rag tag di ribelli che girano intorno e che perciò ci sono alcune influenze molto sofisticati.

Alex Newman ha scritto nel New American:

In una dichiarazione rilasciata la scorsa settimana, i ribelli hanno riferito sui risultati di una riunione tenutasi il 19 marzo. Tra le altre cose, il presunto rag-tag  dei rivoluzionari ha annunciato la designazione della Banca Centrale di Bengasi  al ruolo di autorità monetarie competente nelle politiche monetarie in Libia e la nomina di un governatore della Banca Centrale della Libia, con sede provvisoria in Bengasi “. Continue reading

Iraq, la tragedia e la speranza di Andrea Tornielli

Il 2010 è stato l’anno peggiore per la comunità cristiana in Iraq. Lo denuncia l’organizzazione per i diritti umani in Iraq Hammurabi, riportata dall’agenzia Asianews. «Molti cristiani sono stati costretti a lasciare il Paese nel timore di uccisioni e violenze di ogni tipo».

Il bilancio delle vittime tra i cristiani negli ultimi sette anni, secondo Hammurabi, supera la 822 persone. 629 di loro sono stati assassinati per il fatto di far parte della minoranza cristiana. Altri 126 sono rimasti coinvolti in attentati di vario genere; altri ancora sono rimasti vittime di operazioni militari compiute dalle forze americane e irachene. Il 13% delle vittime sono donne. Fra le vittime cristiane del 2010 si contano 33 bambini, 25 anziani e 14 religiosi. Nell’anno 2010 Hammurabi registra 92 casi di cristiani uccisi e 47 feriti; 68 a Baghdad, 23 a Mosul e uno a Erbil. Continue reading

Intervista a Franco Cardini

a cura della redazione di “Megachip”, 18.7.2011

 

1)     Professor Cardini, lei ha affermato più volte di non riconoscersi nell’area politica “di destra” nella quale era comunque cresciuto ed aveva mosso i primi passi dell’impegno civile. Cosa rimane, oggi, dei suoi ideali di allora, e come pensa di rigenerarli  in assenza di chiare delimitazioni fra destra e sinistra, entrambe subalterne al mito dello sviluppo capitalistico ad oltranza?

 

Un’adeguata risposta alla sua domanda dovrebbe cominciare con un’analisi storica sull’origine della parola Destra nel lessico politico europeo dalla Rivoluzione francese ad poggi. In sintesi, la parola Destra nasce – in contrapposizione alla parola Sinistra – all’inizio della grande Rivoluzione, per indicare chi resta fedele al Trono e all’Altare in contrapposizione al valore e all’ideale nuovo, la Nazione;  e chi quindi, coerente con tale scelta, difende i valori delle comunità locali, dei corpi intermedi e delle loro antiche libertates contro il livellamento individualista ed egalitario imposto dal giacobinismo. In questo senso storico, che ha assunto nel tempo – in una linea che da De Maistre a Donoso Cortés fino a Miguel de Unamuno e a Carl Schmitt – un valore metastorico e metapolitico, io resto un uomo di Destra. Ma, sia chiaro, solo in questo senso. Un senso che investe in modo primario una profonda convinzione: che siano  cioè l’individualismo, il primato dell’economia e il progressismo materialista che il giacobinismo ha trasmesso alla borghesia liberal-liberista otto- e novecentesca i principali nemici della giustizia, della libertà e del genere umano. Continue reading

In Israele si prevede uno tsunami di Noam Chomsky

Soldati israeliani

Information Clearing House.
In maggio, in una riunione a porte chiuse di molti uomini d’affari israeliani, Idan Ofer, un magnate di una compagnia, ha avvertito: “Faremo presto la fine del Sud Africa. L’impatto delle sanzioni verrà sentito da tutti in Israele.”
La maggiore preoccupazione dei leader del mondo degli affari era per la sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU che si terrà questo settembre, dove l’Autorità Palestinese ha intenzione di chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese.
Dan Gillerman, ex ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite, ha avvisato i partecipanti che “la mattina successiva alla già anticipata richiesta del riconoscimento di uno stato palestinese, verrà avviato uno spaventoso processo di sud-africanizzazione”, ossia che Israele diventerebbe uno stato paria, soggetto alle sanzioni internazionali.
In questa e nelle riunioni successive, gli oligarchi hanno spinto il governo per avviare iniziative modellate sulle proposte saudite (Lega Araba) e sul non ufficiale Accordo di Ginevra del 2003, nel quale i negoziatori palestinesi e israeliani dettagliarono la formazione di due stati, ben accolta in quasi tutto il mondo, ma rifiutata da Israele e ignorata da Washington. Continue reading

Libia, Strauss-Kahn e North Dakota di Giovanni Lazzaretti

San Martino in Rio, 19 giugno 2011 – 9 luglio 2011

Quando sento la frase “il popolo libico geme” mi sale il nervoso e mi chiedo cosa sta pensando il mio interlocutore.
Siamo infatti d’accordo che il popolo libico geme: coi ribelli cirenaici appoggiati, finanziati e armati dall’occidente, con la guerra civile in casa, coi bombardamenti della Nato, con la paralisi economica, con la prospettiva di perdere l’autonomia economica e finanziaria, certamente il popolo libico geme.
Ma al 31 dicembre 2010 il popolo libico non gemeva.
Com’era la Libia
Quando i nuovi padroni comanderanno in Libia, faranno come tutti i vincitori: divisione del bottino e revisione della storia. Ci saranno frotte di giornalisti a farci vedere la Libia in macerie, e saranno, ovviamente, “le macerie di Gheddafi”. Fissiamo allora la situazione al 31 dicembre 2010, per ricordarci come era davvero la Libia. Continue reading

39 caduti di Francesco. M. Agnoli

Un altro soldato italiano ucciso in Afghanistan. E siamo a  trentanove  italiani caduti per una  causa che nessuno conosce e nessuno riesce a spiegare, nemmeno quelli che invocano il patriottismo sentimentale (“i nostri ragazzi al fronte”) e la  democrazia,  perché la patria italiana  non ha nulla a che spartire  con il remoto Afghanistan, e una democrazia  che ha portato  al governo (per di più con brogli confessi e certificati) l’ex dirigente petrolifero  Karzai è peggio di una monarchia assoluta o perfino di una dittatura. Del resto ormai tutti, perfino i più accesi sostenitori della “missione”, hanno rinunciato all’ipocrisia e parlano apertamente di “fronte” e di  guerra. Peccato che la nostra Costituzione ci vieti espressamente di prendervi parte.

Ma, dal momento che  si è deciso di rinunciare all’ipocrisia e che della Costituzione non importa nulla a nessuno (tanto meno a quelli  che giurano di coricarsi ogni sera tenendola sotto il cuscino), vogliamo essere cinici e dirci la verità fino in fondo, occupandoci di ciò che davvero interessa a tutti, l’economia, il denaro, il pil, la crisi, la ripresa, e non delle quattro lagrimucce sparse per  la morte  di un modesto lavoratore delle armi, importante solo, passato il primo moto di naturale compassione,  per una ristretta cerchia di parenti e amici. Continue reading

Se nel Golan ci fossero stati 23 morti israeliani, caduti sotto il piombo siriano…

di Francesco Lamendola

prima della cura...

Domenica 5 giugno 2011 era il 44° anniversario della Nakasa, la bruciante sconfitta subita dagli eserciti arabi nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, con la quale non solo svanì il sogno dei profughi palestinesi di poter fare ritorno nei loro paesi d’origine, dopo l’espulsione del 1948, ma altri territori vennero occupati dall’esercito israeliano.
Si trattava delle alture del Golan, sottratte alla Siria; della Transgiordania, sottratta alla Giordania; della Striscia di Gaza e della Penisola del Sinai, sottratta all’Egitto: così, altre centinaia di migliaia di profughi presero la via dell’esilio, mentre gli Arabi che rimasero dovettero adattarsi a vivere sotto un regime di occupazione.
Il Sinai è poi stato restituito all’Egitto, dopo una nuova guerra (quella del Kippur, nel 1973) e il trattato di pace con l’Egitto; Gaza e la Transgiordania avrebbero dovuto costituire il nuovo, fantomatico Stato palestinese; mentre le alture del Golan non sono mai state restituite alla sovranità siriana e, anzi, il governo israeliano ha fatto capire che non lo saranno nemmeno in futuro, data la loro decisiva importanza strategica.
Fu in quella occasione che l’esercito con la stella di Davide occupò il settore giordano di Gerusalemme, aprendo la più grave di tutte le ferite nella coscienza del popolo palestinese e, più in generale, del mondo arabo: perché, oltre al fatto che la città vecchia era abitata da Palestinesi da tempo immemorabile, Gerusalemme è, oltre che il centro morale dell’Ebraismo, anche la terza città santa dell’Islam, dopo La Mecca e Medina, e vanta la presenza di due degli edifici più sacri di quest’ultima religione, la Moschea di Omar e la Moschea di Al Aqsa. Continue reading

La contro-rivoluzione in Medio Oriente di Thierry Meyssan

La foto che ha fatto scandalo negli U.S.A. Durante il G20 Obama bacia la mano al re Saudita

La contro-rivoluzione in Medio Oriente
di Thierry Meyssan*

Un clan saudita, i Sudairi, è al centro dell’onda contro-rivoluzionaria lanciata sul Medio Oriente dagli Stati Uniti e da Israele. In una sintesi completa, pubblicata a puntate sul più grande quotidiano in lingua russa, Thierry Meyssan da Damasco disegna il quadro generale delle contraddizioni che travagliano la regione.

13 MAGGIO 2011

Da
Damasco (Siria)

In pochi mesi, sono caduti tre governi filo-occidentali nel mondo arabo: il parlamento ha rovesciato il governo libanese di Saad Hariri, mentre i movimenti popolari cacciavano Zine el-Abbidine Ben Ali dalla Tunisia, e poi arrestato Hosni Mubarak in Egitto. Questi cambiamenti di regime sono accompagnati da manifestazioni contro il dominio degli Stati Uniti e il sionismo. Essi avvantaggiano politicamente l’Asse della Resistenza, incarnato a livello statale da Iran e Siria, e sul piano sub-statale da Hezbollah e Hamas. Per condurre la contro-rivoluzione in questa regione, Washington e Tel Aviv hanno usato il loro miglior supporto: il clan Sudairi, che interpreta più di ogni altro il dispotismo al servizio dell’imperialismo. Continue reading

Usa, Paul Craig Roberts: “Bin Laden e’ morto ma dieci anni fa”

WASHINGTON – Osama bin Laden e’ morto quasi dieci anni fa, dopo aver trascorso qualche tempo in uno ospedale americano a Dubai.
Lo ha detto Paul Craig Roberts , ex funzionario del Segretario del Tesoro degli Usa. “Fox News, che è il neoconservatore americano, molto, molto conservatore, la stazione molto patriottica dei media, ha riportato nel dicembre 2001, che i talebani hanno annunciato la morte di Bin Laden”, ha detto Roberts. “Osama soffriva di una malattia renale, che gli richiedva la dialisi. E’ meno noto che aveva una malattia genetica che non consente una lunga vita … Nel 2001, forse nel luglio e prima degli attacchi dell’11 settembre, mentre si trovava in un ospedale a Dubai sottoponendosi ad una cura per un’infezione cronica al rene, Bin Laden ha incontrato un importante funzionario della Cia, presumibilmente il capo della stazione. La riunione, tenutasi nella suite privata di Bin Laden, si è svolta all’ospedale americano di Dubai, in un momento in cui Osama era un fuggitivo ricercato per i bombardamenti di due ambasciate statunitensi e per l’attacco all’Uss Cole. Bin Laden poteva essere condannato a morte, secondo una pronuncia dell’intelligence del 2000, controfirmata dal presidente Bill Clinton prima di uscire dalla carica a gennaio .. Osama e’ stato creato dagli americani per combattere i sovietici in Afghanistan”, ha concluso.

La libia e la politica italiana di F.M. Agnoli

Non gli capita spesso, ma questa volta  Pierluigi Bersani ha avuto certamente ragione nel  definire  la mozione Lega-Pdl-Responsabili una grande pagliacciata. In realtà la sconfitta è soprattutto della Lega che  ha, più che annacquato, tolto di mezzo proprio quello che doveva costituire  il pezzo forte della sua iniziativa: la fissazione di una data finale certa per l’intervento italiano in Libia. La Lega, difatti, non chiedeva  la fine della guerra libica, una decisione al di fuori dei poteri del  Parlamento italiano, ma  la data finale della partecipazione dell’Italia all’impresa,  cioè un provvedimento di esclusiva pertinenza  della nostra sovranità nazionale. Invece la mozione proposta  e approvata in   parlamento,  prevedendo che la data venga  stabilita “in accordo con le Organizzazioni internazionali e i Paesi alleati“, si è ridotta ad un  semplice  auspicio per una sperata, sollecita fine  delle operazioni militari,  che tuttavia proseguiranno finché piacerà alla Nato e agli “alleati”.

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