CORRUZIONI E RIMEDI. di Francesco Mario Agnoli

Sembrava che il federalismo  potesse esser la soluzione  se non di tutti di molti dei mali che affliggono la Repubblica. Perfino un  partito sostanzialmente giacobino e, quindi,  centralista come il Pd vi si era convertito  tanto che  nel  giugno 2001, a fine legislatura (era presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi e presidente del consiglio Giuliano Amato)  apportò rilevanti modifiche  al titolo V della Costituzione  (“Le Regioni, le  Province, i Comuni”) nel senso di attribuire nuovi importanti poteri agli enti locali, in particolare alle  Regioni.

Adesso, di fronte allo scandalo delle spese folli dei  consiglieri regionali della Regione Lazio (e i sospetti  su quelli di altre  Regioni) il vento è cambiato e sull’onda dello  sdegno  dei cittadini, il governo dei tecnici sembra propenso a nuovi interventi sul titolo V, ma in  senso riduttivo per le autonomie. Se è  davvero così  l’Italia imboccherebbe una strada opposta a quella  della maggior parte dei  paesi europei.  Perfino la Francia  ha attenuato il suo tradizionale centralismo, la Germania è federalista da sempre, in Spagna e in Gran Bretagna  l’autonomia concessa alla Catalogna e alla Scozia sfiora l’indipendenza  fino a sembrarne l’anticamera.

Il diverso percorso  che si prospetta per l’Italia  ha motivazioni e giustificazioni etniche (razziali è una parola politicamente scorretta che è preferibile non usare) e antropologiche. Gli ultimi scandali sembrano avere  definitivamente convinto gli italiani  che la nostra classe politica  è irriformabile e che i virus nefasti da cui è  affetta sono talmente contagiosi  che chiunque  la frequenti, per quanto onesto fosse in precedenza, ne viene irrimediabilmente contagiato.  I politici leghisti   coinvolti nelle operazioni del  tesoriere Belsito erano in origine duri e puri.  Il consigliere  regionale Fiorito, ribattezzato er Batman,  era da giovane  fra i più accesi  sostenitori  dei magistrati impegnati nell’operazione “Mani Pulite”, che segnò la fine  della Prima Repubblica, minata da un  eccesso di corruttela.

Di fronte  alla constatazione  dell’impossibilità di avere una classe politica  onesta e all’insignificanza  delle eccezioni individuali  di politici  particolarmente  resistenti al virus  si  è diffusa  nell’opinione pubblica la convinzione che l’unico, sia pure parziale  rimedio, sia quello di sfoltire  la classe politica.  I parlamentari, i consiglieri regionali e via via tutti gli addetti alla politica continueranno ad abusare  del loro ruolo, ma riducendone il numero e tagliandogli un po’ le unghie con una fitta rete di paletti e di controlli  quanto meno si ridurrà il danno.

Ovviamente  si tratta di un rimedio che non verrebbe mai spontaneamente adottato  dai politici, dal momento che nessuno o quasi può avere aprioristicamente la certezza di non rientrare nel numero dei  tagliati, ma  è convinzione comune  che il governo dei tecnici possa costringerli a fare ciò che mai farebbero di propria iniziativa.

Forse è davvero l’unico rimedio, ma è anche la rinuncia al  sogno di un paese passabilmente (la perfezione non è di questo mondo) onesto, di una democrazia passabilmente  pulita, di un personale politico che, pur con tutte le inevitabili imperfezioni e i cedimenti propri della natura umana, non dimentichi  del tutto l’impegno preso con i cittadini.

Non era (e non è) chiedere troppo ed è un peccato che non si sia colta l’occasione delle celebrazioni del centocinquantenario (sprecate invece  nella riverniciatura di affumicati santini laici e nello sventolio da stadio di tricolori) per  risalire fino al 1860 alla ricerca delle radici del male, delle ragioni  per le quali allora si seminò gramigna  invece che grano  o si provvide ad estirpare questo  in luogo della malapianta che nei successivi centocinquant’anni ha purtroppo così profondamente inciso i nostri costumi e il nostro carattere.

Francesco Mario Agnoli

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