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L’Europa delle banche, l’Europa degli europei. Un dibattito, a cura di Identità Europea..

PUBBLICHIAMO UN DIBATTITO SVILUPPATOSI TRA I SOCI E SIMPATIZZANTI DI IDENTITÀ EUROPEA IN ORDINE ALLE RECENTI VICENDE POLITICHE ED ECONOMICHE CHE HANNO VISTO L’ITALIA E L’EUROPA SOTTO L’ATTACCO DELLA FINANZA SPECULATIVA

A cura della Redazione

Sent: Wednesday, January 04, 2012 6:37 PM
Subject: Telefoni bianchi, di Francesco Mario Agnoli
L’aspetto più preoccupante della notizia dello Wall Street Journal a proposito della telefonata della cancelliera Merkel al presidente Napolitano per una sollecita sostituzione di Berlusconi in quanto dal punto di vista dell’Europa inadeguato al ruolo di presidente del Consiglio è che sia sembrata del tutto attendibile, fino alla smentita ufficiale di Roma e di Berlino. In realtà queste smentite, proprio perché inevitabili, lasciano il tempo che trovano, tanto più quando come in questo caso, quella del governo tedesco appare formulate in termini piuttosto sfumati e tutt’altro che convincenti. Tuttavia anche a prestare la massima fede alla smentita italo-germanica, resta il fatto che la notizia è apparsa e continua ad apparire perfettamente verosimile. E non tanto perché nel mese di ottobre una telefonata, quale che ne fosse il contenuto, vi è realmente stata, quanto per le modalità con le quali in Italia si è proceduto all’avvicendamento fra un presidente del consiglio scelto dagli elettori e uno comparso sulla scena come un coniglio estratto dal cappello di un abile prestigiatore. Dal momento che, come tanti altri, ho preso fin dall’inizio posizione contro il governo tecnico, per non esser sospettato di parzialità nella descrizione degli eventi mi riporto alle valutazioni-descrittive di un giornalista-politologo politicamente corretto e perfettamente allineato e coperto come Ernesto Galli della Loggia nell’editoriale “La debolezza dei partiti” pubblicato sul Corriere della Sera del 28 dicembre. L’articolo si apre col riconoscimento che non vi è stata nessuna sospensione della democrazia e abbonda di apprezzamenti favorevoli all’intervento del Capo dello Stato, ma riconosce che, per quanto giustificata dalla gravità della situazione, si è trattato di un’azione “dai tratti oggettivamente estremi”. Difatti in questa crisi di governo è stato “assolutamente determinante” il ruolo giocato dal presidente della Repubblica, che mentre era ancora formalmente in carica il ministero Berlusconi, “nominando senatore a vita il professor Monti – prima ancora che avesse inizio qualunque consultazione con i gruppi parlamentari, per il momento ancora detentori formali del potere di convalida – ha reso evidentissime le proprie intenzioni e la propria designazione”. Di conseguenza i partiti, politicamente impossibilitati a rifiutare il proprio sostegno al presidente così designato e al suo governo, sono stati posti “di fronte al fatto compiuto”. Per carità, nessuna violazione della legalità costituzionale, ma applicazione di quella “Costituzione materiale sempre più lontana dallo schema disegnato nella nostra Carta costituzionale”. Pur se è vero – riconosce l’illustre politologo – che le regole della Costituzione materiale hanno “un rapporto sempre più problematico con la Costituzione scritta”. Insomma il ricorso “a procedure così insolite” può ben lasciare intravedere sullo sfondo un altrettanto insolito intervento della cancelliera tedesca, del resto tutt’altro che aliena dal considerare l’Unione europea (e, di conseguenza, i paesi membri) una turbolenta appendice della Germania e l’euro un duplicato del marco, e per di più, tutt’altro che soddisfatta della presidenza Berlusconi, come hanno fatto capire a tutto il mondo i sorrisetti scambiati con Sarkozy (anche quelli a suo tempo ufficialmente e debitamente smentiti). Un sospetto rafforzato dal fatto che se avesse dovuto suggerire un nome la Merkel, non più disponibile Mario Draghi, avrebbe certamente fatto quello di Mario Monti.
Francesco Mario Agnoli

Sent: January 05, 2012
Subject: Telefoni bianchi, di Luigi Copertino

Mario ha ragione. Si è trattato di un “golpe bianco”. Conseguenza del ritorno, causato dagli errori politici degli anni settanta nell’uso dello strumento monetario, del vecchio paradigma liberista nella sua forma “neò” chiamata monetarismo (che fu incarnata da Reagan e la Tatcher). Non parlo di “golpe bianco” per difesa del Salame (Berlusconi) ma in difesa del principio democratico della sovranità popolare. Il popolo aveva comunque scelto quel Salame. Certo la storia è strana, come direbbe Cardini. Siamo qui – proprio noi tradizionalisti e/o fascisti e/o socialisti, comunque non formati alla scuola della liberaldemocrazia – a difendere il principio democratico contro i suoi tutori storici. Forse la questione sta tutta in che cosa si intende per “democrazia”: parola che può riempirsi di significati diversi. Ma, al di là, della analisi di Mario, squisitamente condotta sul filo del diritto costituzionale, vorrei aggiungere che il vero golpe era stato purtroppo già fatto da decenni in due fasi: 1) quando negli anni ’70, con la scusa dell’inflazione (erroneamente imputata a troppa massa monetaria in circolazione: in realtà, l’inflazione all’epoca era causata dalle difficoltà di approvvigionamento del greggio provocate dal conflitto arabo-israeliano che fece aumentare il prezzo del petrolio e quindi della produzione industriale) con lo scambio di lettere tra Andreatta e Carli si separarono le competenze tra il Tesoro e la Banca d’Italia, sicché quest’ultima veniva privatizzata (entrando nel suo capitale le stesse banche ordinarie da essa controllate – conflitto di interessi! – e le assicurazioni) e non emetteva più denaro per lo Stato a fronte dei Bot da esso erogati; 2) quando con il Trattato di Maastricht e poi le varie Basilea 1,2,3 etc. che, assecondando l’ossessione tedesca per l’iperinflazione (retaggio delle memoria storica germanica degli eventi del 1923 e del 1945) si è costruita un’Europa bancocratica intorno ad una BCE modello Bundesbank che, appunto, non è prestatore di ultima istanza per i titoli di debito pubblico degli Stati dell’UE (o per eventuali eurobond). Questa “rivoluzione”, in due tempi, ha costretto gli Stati ha procacciarsi il proprio fabbisogno monetario sui “mercati finanziari”. Ora, fino a quando questi non sono stati globalizzati con l’invenzione dei fondi speculativi mondiali gestiti dai money manager (i cui antesignani, non ancora così potenti come oggi, venivano bollati da Pio XI nella “Quadragesimo Anno” del 1931 come “coloro che detenendo il denaro la fanno da padroni”), non ce ne siamo accorti perché il debito pubblico era sostanzialmente interno ossia nelle mani degli stessi popoli (fino agli anni novanta, i titoli di Stato erano acquistati prevalentemente dai cittadini, dalle imprese e dalle banche di ciascuno Stato, non ancora esistendo o non ancora essendo stato messo efficacemente a punto il mercato mondiale di quei titoli). Tuttora, ad esempio, il Giappone che ha un rapporto debito/Pil pari al 200% (il che significa che il debito è il doppio del prodotto interno lordo) non viene attaccato dalla speculazione globale (i predetti fondi globali di investimento gestiti dai money managers) perché i suoi titoli di Stato sono quasi tutti nelle mani interne del popolo giapponese, sicché lo Stato ripaga capitale ed interessi al proprio popolo e non ai fondi speculatici ossia agli strozzini globali. Invece, a seguito della globalizzazione del mercato dei titoli di Stato ed in assenza di una Banca Centrale prestatrice di ultima istanza, gli Stati europei sono oggi nelle mani degli strozzini globali e per ripagare capitale ed interesse a tali “figuri”, sempre in cerca di massimi profitti da interesse perché chiamati a gestire e far rendere, quasi senza investimento nell’economia reale, capitali privati compresi i fondi pensioni dei paesi anglosassoni dove il sistema pensionistico è privato e non pubblico, gli Stati devono o aumentare la pressione fiscale o tagliare la spesa pubblica: il che significa o spennare i contribuenti o privatizzare servizi e Welfare. Questo è stato il vero Golpe globale! E di questo sono responsabili le nostre classi politiche, inette ed ignoranti, che non hanno saputo difenderci da un tale criminale disegno globale, anzi lo hanno assecondato (Auriti che citava Pound: “i politici sono i camerieri dei banchieri”!). Dalla crisi si può uscire solo in due modi: 1) ripensando tutto, alla luce di una nuova politica di tipo keynesiano, ad iniziare dai trattati europei, creando – contro il diktat tedesco – una Bce prestatore di ultima istanza per l’UE e gli Stati aderenti (naturalmente la Bce deve diventare pubblica e non privata, come è adesso, in modo da “compensare” il debito pubblico da emissione monetaria: se la Banca centrale è interamente pubblica essa emette moneta per gli Stati ma il debito di questi verso di essa, pubblica, sarebbe solo fittizio perché, pur nella distinzione delle rispettive personalità giuridiche pubbliche, sia la Banca Centrale sia gli Stati o l’UE rimarrebbero nell’ambito del “Pubblico” e quindi del “Politico”); 2) oppure aspettando che la situazione arrivi al punto di non ritorno con la depressione globale che si profila, la disoccupazione di massa, le tensioni sociali alle stelle, che prepareranno il terreno ad esiti violentemente rivoluzionari, di che tipo solo Dio lo sa: non dimentichiamoci che quella che stiamo vedendo intorno a noi è una sorta di replay della situazione storica della Germania di Weimar agli inizi degli anni ’30 e sappiamo come è andata a finire!
Cari saluti a tutti.
Luigi Copertino

Sent: January 20, 2012
Subject: Materiale molto interessante da leggere, di Luigi Copertino.

In allegato del materiale molto interessante da leggere.
Fonte: http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com/2011/12/largentina-e-in-lutto-il-ministro.html. La forma è stata parzialmente rielaborata per rendere il pezzo meglio leggibile per gli scopi del nostro dibattito.
Luigi Copertino

Ivan Heyn è stato l’artefice della miracolosa operazione che ha portato l’Argentina fuori dal default. Sottosegretario al commercio nel governo argentino, Heyn è «considerato il padre dell’attuale rivoluzione economica argentina». Proveniente da una famiglia povera, è stato soprannominato “el economista callejero”, l’economista di strada, perché nonostante la sua prestigiosa carriera, aveva scelto di rimanere a vivere nel suo quartiere natìo di Constituciòn, tra i più popolari e poveri della capitale Buenos Aires, riverito e amato dalla sua gente. Laureato in economia a 24 anni e, per un fatto provvidenziale, stretti rapporti di amicizia con Maximo, il figlio primogenito della Presidente Christina Kirchner, fu presto notato perché militante del gruppo La Càmpora, la frazione più a sinistra del partito peronista al potere. In quanto specializzato in macro economia e nominato consulente al ministero dell’economia, è diventato consigliere personale della Kirchner che gli ha conferito il sottosegretariato al commercio per aprirgli la via nel 2012 al dicastero dell’economia. Un anno e mezzo fa, nel corso di una riunione del Fondo Monetario Internazionale, si era scontrato con Strauss Kahn rifiutandosi di accettare e seguire le indicazioni del fondo che vedevano con preoccupazione l’alta inflazione in Argentina (circa il 20%). Neokeynesiano, tinto di socialismo cattolico, Ivan Heyn – il padre era un intellettuale libertario tedesco sfuggito alla persecuzione della Stasi nella Germania dell’est ed emigrato in Argentina nel 1966 – ha lanciato un ambizioso programma che si è rivelato vincente. «Abbiamo tre nemici: la povertà dei ceti disagiati, l’impoverimento dei ceti medi, e il rischio di conflitti sociali interni» ha sostenuto varando un piano economico (bocciato dal Fondo Monetario Internazionale) che ruotava intorno a un allargamento del welfare, a un massiccio impegno di sovvenzioni sociali per il rilancio del consumo interno, aumentando le tasse ai ceti ricchi e abbattendo le aliquote fino a zero a tutti i ceti imprenditoriali della fascia media a condizione che assumessero almeno dieci giovani tra i 18 e i 28 anni. In seguito alle sue idee applicate, l’Argentina è cresciuta nell’ultimo biennio a una velocità del 9,2% l’anno, seconda nel mondo soltanto alla Cina, con l’abbattimento della povertà, e la disoccupazione che dal 22% è scesa al 4%. Il prezzo da pagare è stato un incremento altissimo dell’inflazione, severamente condannato sia dal Fondo Monetario che dall’Europa. «Che cosa importa a noi argentini – ha detto in una pubblica occasione rivolto ai vertici eurocratici di Bruxelles – di avere una inflazione al 3% come avete voi in Europa essendo infelici tutti, se io posso dare felicità alla mia nazione con una inflazione al 20%? Lo so da me che va abbassata, ho studiato economia anch’io. Lo faremo. Ma lo faremo soltanto quando ci saremo ripresi tutti. Non prima. La felicità ha valore soltanto se può essere condivisa comunitariamente, è una teoria economica, questa, e mi meraviglio che lei che viene dal Primo Mondo non lo sappia. La felicità per pochi privilegiati, non è vera felicità, è avidità bulimica. E’ un peccato mortale. Lo sa anche il Papa. E noi siamo cattolici» (Ivan Heyn). A dicembre 2012, Heyn si trovava a Montevideo per una riunione allargata del Mercosur (sarebbe il corrispondente in America Latina della Unione Europea) alla quale erano stati invitati anche i responsabili di Usa e Gran Bretagna. Uscendo da una riunione ristretta con i delegati del Fondo Monetario Internazionale, l’economista ha pronunciato la frase “io questo non lo posso proprio fare”. Da quel momento è sparito e nessuno l’ha più visto. Dieci ore dopo è stato trovato impiccato nella sua suite dell’albergo. In Argentina gli stanno tributando un enorme cordoglio. Ovviamente sarà una coincidenza il suo “suicidio”!!! ».

Sent: January 20, 2012
Subject: Materiale molto interessante da leggere. Commento di Luigi Copertino

Nel pezzo si afferma che l’Euro non una è moneta sovrana, la BCE lo emette esclusivamente per il sistema bancario e non per gli Stati dell’UE. Tornare alla moneta sovrana e fare come ha fatto l’Argentina è l’unica via di uscita. Ma non è sufficiente il ritorno alla moneta sovrana. Perché se poi la moneta sovrana è spesa per salvare le banche responsabili della crisi, come è stato fatto negli Usa ed in Inghilterra nel 2008, saremmo di fronte non al keynesismo ma alla perversione bancocratica del keynesismo. Le banche d’affari per decenni ci hanno decantato le virtù del libero mercato ma quando si sono trovate con l’acqua alla gola hanno chiesto ed ottenuto, con l’appoggio di Bernanke, l’aiuto dello Stato o meglio della FED, che ha stampato milioni di dollari per salvarle, laddove invece negli anni ’30 Roosevelt, applicando il vero keynesismo, attuò il deficit spending per salvare imprese e posti di lavoro. Nel 2008 le banche d’affari e gli altri fondi speculativi dovevano essere lasciati da sole a risolvere i guai da esse stesse provocate e, in nome della legge del mercato da loro sempre invocata, lasciate fallire come è accaduto per la Lemman Brothers. Lo Stato avrebbe dovuto soltanto preoccuparsi di salvare le attività tradizionali delle banche, quindi i depositi ed i risparmi dei cittadini, non certo i profitti della speculazione. Invece, dopo essere state salvate con denaro pubblico, quelle stesse banche d’affari e gli altri fondi speculativi sono andati, in questi anni, all’assalto dei debiti pubblici per la rovina di Stati e popoli. L’Argentina, che aveva legato il pesos alla pari al dollaro perdendo così la propria sovranità monetaria, oggi è tornata alla propria moneta sovrana. In tal modo è possibile contrattare con la propria moneta e lo Stato, capace di emettere la propria moneta, può affrontare il debito senza problemi, senza fare ulteriore debito con gli strozzini planetari per ripagare gli interessi sul debito pregresso assecondando quella spirale perversa, debito su debito, imposta dal FMI e dai mercati finanziari e che porta gli Stati alla rovina. Quella spirale è nient’altro che il tentativo di eterizzare la dipendenza del debitore dallo strozzino: una cosa che se praticata dallo strozzino di quartiere è giustamente repressa penalmente mentre se praticata dai mercati e dai fondi globali è, nell’immaginario mediatico prezzolato, “virtù economica”. Il ministro argentino Heyn ha applicato la ricetta suggerita dagli economisti neokeynesiani della cosiddetta Modern Money Theory. Mediante il deficit spending, attraverso la spesa pubblica di investimento, consentita dal ritorno alla sovranità monetaria, l’Argentina ha aumentato la produzione nazionale e, quindi, la ricchezza nazionale attirando, in tal modo, capitali ed investimenti privati. Lo Stato argentino ha riacquistato la capacità di ripagare il proprio debito senza dover prendere in prestito le risorse finanziare dai mercati globali. Ezra Pound osservava che “una nazione che non vuole indebitarsi fa rabbia agli usurai”. Il dramma del debito italiano ed europeo, oggi, non è tanto l’ammontare del debito quanto il fatto che per pagarlo dobbiamo prendere in prestito moneta dalle banche private, da investitori privati. Se l’Europa si ribellasse a questo strozzinaggio, riacquisterebbe la capacità di emettere la propria moneta dal nulla, come fanno gli USA e il Giappone, e di onorare qualsiasi debito. Di conseguenza si potrebbe far ripartire l’economia e riassorbire la disoccupazione. L’obiezione che l’ideologia bancocratica, monetarista, avanza in merito è quella per la quale emettendo moneta non si può controllare l’inflazione. Ora, sembra strano che se è lo Stato ad emettere moneta ne consegue, secondo i neoliberisti, inflazione mentre quando lo fa la Banca Centrale indipendente non si corre questo pericolo. In realtà l’inflazione viene tenuta a bada dal contemporaneo arricchimento, conseguente al deficit spending, del livello di beni materiali in circolazione: le aziende crescono, producono cose che vengono comprate usando il denaro emesso dallo Stato. Lo Stato ha inoltre altri strumenti tecnico-monetari, come la tassazione o il rallentamento o il blocco temporaneo dell’emissione monetaria, per controllare momenti di eccessiva inflazione. L’inflazione non è il vero problema. Gli Stati Uniti d’America nel 2008 hanno stampato una quantità di denaro pari a circa 29 trilioni di dollari, una cifra incredibile e nonostante questo l’inflazione americana è ai minimi storici. Questo può dare l’idea della situazione di deflazione nel quale gli Stati Uniti erano caduti proprio mentre si deregolamentava il credito facile che ha portato le banche a operazioni speculativa come quelle dei sub prime all’origine della crisi. Tuttavia l’esempio americano, come si diceva, dimostra che il keynesismo usato come un favor alle banche è una truffa che tradisce lo spirito del vero keynesismo. L’America – Obama si è lasciato turlupinare dalla lobby bancocratica – nonostante i fiumi di denaro stampati ed immessi in circolazione è ancora alle prese con una disoccupazione alle stelle perché la spesa a deficit è stata effettuata per aiutare l’1% dei miliardari americani, anziché per stimolare l’economia reale e produttiva. La spesa a deficit, la moneta sovrana devono essere usate come strumento di protezione sociale e di aiuto ai ceti medi e medio-bassi della popolazione, e non certo ai miliardari. Il neoliberismo è riuscito persino a rovesciare il paradigma di Robin Hood: si ruba ai poveri per dare ai ricchi!!!
Luigi Copertino

Sent: Monday, January 23, 2012 12:13 PM
Subject: ultima frontiera dell’americanizzazione…, di Miguel Martinez
Adesso Monti – dopo aver fatto finta che non ci fosse stato un referendum sull’acqua – vuole privatizzare anche le carceri. Ci tocca fare gli americani senza avere i marines e le bombe atomiche…

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/01/23/patrizio-gonnella-no-alla-privatizzazione-delle-carceri-voluta-dal-governo-monti/

Miguel Martinez

Sent: Monday, January 23, 2012
Subject: ultima frontiera dell’americanizzazione, di Luigi Copertino.

Questa, della privatizzazione delle carceri (e non solo), è una proposta che sin dagli anni ’90 perseguono negli States i cosiddetti “anarcoliberisti”, punta estrema del liberismo che sogna le “privatopie” (una sorta di falansteri liberisti e, non come quelli di Fourier, socialisti) ed auspica la liberalizzazione di tutto: anche della prostituzione e dell’usura perché – si sostiene sulla scorta di Hayek e Mises (vecchi liberali classici il cui pensiero è comunque la base degli anarcoliberisti)- nelle scelte individuali come nei contratti che vengono stipulati in base a tali scelte nessuno, né l’etica né lo Stato, può interferire. Sicché se uno vuole farsi strozzare con interessi al 200% o se una donna vuole prostituirsi nulla quaestio per la Comunità politica (che, del resto, per gli anarcoliberisti non esiste essendo ridotta a mero contratto sociale, magari “federale”). In Italia tale corrente è rappresentata dalla figlia del liberale friedmaniano Antonio Martino. Oltretutto, coerentemente, gli anarcoliberisti rivendicano dalla loro non solo Bakunin – come è logico – ma anche Karl Marx, dal momento che il filosofo di Treviri era tutt’altro che statalista. Marx era “autogestionario”: la perfetta società comunista avrebbe dovuto funzionare, esattamente come il mercato nella prospettiva liberista,- senza alcuna Autorità Politica ossia senza Stato. Dunque a ragione questi radicali del liberismo si dicono “marxiani”. Questo se da un lato dovrebbe porre a “MicroMega” serie domande circa le radici e gli esiti liberali del marxismo, sicché non è possibile opporsi al liberismo sulla base di Marx perché non lo si può senza essere statalisti, d’altro canto pone a tutti coloro che vogliono opporsi all’ondata di liberismo radicale che la crisi economica, a partire dal 2008, ha acuito, invece di stroncare come fu nel ’29, una seria riflessione affinché la si finisca con palliativi, che portano acqua proprio al liberismo, come la “welfare society” o la “sussidiarietà orizzontale” o ancora “l’economia civile” o inoltre “il privato sociale” o infine l’”economia sociale di mercato”, e si rivendichi una buona volta – a fronte dell’attacco radicale e frontale a tutto ciò che è pubblico – l’insostituibile ruolo dello Stato, forma moderna della Comunità Politica, rivendicando anche il recupero allo Stato, al pubblico, di tutto quanto in questi ultimi vent’anni gli è stato progressivamente sottratto. Quanto sta avvenendo in questi mesi mi portano a rompere ogni indugio nel dichiararmi apertamente statalista (in economia ciò significa, oggi, neokeynesiano)! Se qualcun’altro vuole essere della compagnia, saremo in due o poco più. Diranno che siamo gli ultimi dei mohicani ma, alla fine, dando tempo al tempo (ed il tempo sta accelerando in modo impressionante), vedremo chi avrà ragione. Cari saluti a tutti.
Luigi Copertino

Sent: Thursday, February 02, 2012 6:11 PM
Subject: Re: Intervista interessante, di Francesco Mario Agnoli

Caro Luigi,
ti ringrazio dei due tuoi ultimi invii, come sempre molto interessanti e promotori di riflessioni. Approfitto per replicare finalmente (mi sono più volte proposto di farlo) ad una tua precedente e.mail nella quale ti proclamavi statalista, pur precisando che ciò oggi significa keynesiano. Volevo solo dirti che l’attuale gravissima crisi, frutto del liberal-liberismo e della mano invisibile del mercato, non può farci dimenticare le altrettanto gravi colpe dello statalismo. Volenti o nolenti (tu volente, io mica tanto) siamo italiani e lo statalismo al quale dobbiamo di necessità riferirci è quello italico, del quale abbiamo fatta diretta esperienza. Lo statalismo del “salario variabile indipendente”, delle “pensioni baby”, della demagogia elettorale, in breve lo statalismo che ci ha regalato un immenso debito pubblico. Francamente spero che la scelta non debba essere fra Scilla e Cariddi. Cordiali saluti a te e agli altri amici che leggeranno.
Francesco Mario Agnoli

Sent: Thursday, February 02, 2012 8:07 PM
Subject: RE: Intervista interessante, di Andrea Fiamma.

Alle parole del prof. Agnoli, aggiungerei che – ma Luigi conosce bene il mio pensiero, che è del tutto anti-statalista – a mio modo di vedere siamo tutti molto impegnati nell’addossare le colpe della crisi al neo-liberismo, ma molto poco a capire il motivo reale per cui l’Italia è in crisi. Un sistema capitalistico, si sa, è ciclico: ha bisogno di momento di crescita e altri di recessione. Ma questo, è lapalissiamo: 1846, 1929 etc. – conoscete la storia contemporanea molto meglio del sottoscritto. Certo, questi nuovi metodi tanto cari a Wall Street hanno accelerato e reso la crisi attuale invero barbarica, ma, ripeto, non c’è nulla di nuovo sotto il sole – non che voglia giustificare tali pratiche s’intende. Luigi, vorrei farti riflettere su questo punto: invece che intentare discorsi macro-economici, magari proviamo a vedere come l’Italia ha affrontato questi anni. facciamo auto-analisi! Non so se ci convenga appieno, perché scopriremmo l’Italia delle baby-pensioni, degli stipendi pubblici dati a inutili presidenti di enti (politici trombati) e ai loro cda, pensioni d’oro, sperperi sistematici di denaro pubblico e quant’altro. E a noi italiani, inutile negarlo, quest’Italia degli sprechi è piaciuta. E’ piaciuta e ci è convenuto, perché magari siamo tutti amici del politico di turno, che può dare una mano al parente in difficoltà. Questo è lo statalismo. Per cui, invece di prendercela con il solito liberismo, che è lontano, oltre oceano, dove forse non conosciamo nessuno, andiamo a vedere le nostre colpe di italiani. vediamo perché stiamo sentendo così la crisi. Se l’Italia si fosse fatta trovare “pronta”, cioè, quantomeno, con un sistema più snello, con maggiore flessibilità nel lavoro, con meno sprechi (un po’ come la Germania), probabilmente non staremmo sentendo così una crisi che – ripeto – fa parte dei giochi. Sinceramente spero che questi anni siano l’occasione per ripensare drasticamente il nostro sistema statale. Io credo che soltanto recuperando una forma tradizionalista di comunità e rinvigorendo il senso di quello che si chiama sussidiarietà si possa procedere verso un futuro davvero libero; il che, è chiaro, richiederebbe il vivere in uno Stato “minimo” e federale, oppure forse, più radicalmente, abbandonare l’idea dello Stato nazionale. Sì, abbandonare il concetto di nazione e la politica di massa che nel ’900 ha portato tante devastazioni e salutare lo Stato centralizzato. A mio avviso il futuro è federalismo europeo, macroregioni, sussidiarietà e autodeterminazione dei popoli. Altro che statalismo…
Un cordiale saluto a tutti e un caro saluto all’amico Luigi che non manca mai di stimolarci.
Andrea Fiamma

Sent: Thursday, February 02, 2012
Subject: Re: Intervista interessante, di Luigi Copertino

Caro Mario,
in realtà, mi riferivo al primato del Politico sull’economico. Quello “statalismo” che ricordi tu è stato nient’altro che il tradimento del Politico messo in opera, in democrazia la cosa si è dimostrata più facile, dai poteri indiretti extra-politici. Quindi quello “statalismo” era in realtà mercificazione dello Stato. Comunque la questione di fondo sta nella domanda se la Comunità Politica è qualcosa di superiore e diverso da una semplice azienda oppure se essa è soltanto una azienda erogatrice di servizi pubblici. Nel primo caso la Comunità Politica è detentrice della sovranità monetaria e non ha bisogno di chiedere prestiti ai “mercati finanziari”, ossia ai fondi di investimenti usuraici, perché la moneta deve essere emessa e governata dall’Autorità politica che deve risponderne al popolo. Nel secondo caso invece lo Stato-azienda, privato della sua moneta sovrana, non può che procacciarsi le sue risorse come ogni azienda ossia chiedendo prestiti al sistema bancario e finanziario globale. L’ideologia oggi dominante vuole che le cose funzionino secondo questa seconda prospettiva. La scusa fondante di tale ideologia sta nel pericolo dell’inflazione. Faccio osservare che l’Argentina, nazione a moneta sovrana, che nel 2001, avendo legato il pesos al dollaro, si trovò in situazione di insolvibilità nei confronti dei mercati finanziari globali, dopo aver dichiarato default, ripudiando il debito, e attraversato due anni di difficoltà, oggi, grazie al fatto che la sua banca centrale può e deve stampare denaro per lo Stato, viaggia con tassi di crescita al 7%, 8%, benché abbia una inflazione intorno al 20%. La disoccupazione però è al suo minimo storico, perché gli investimenti pubblici, assicurati dalla moneta sovrana, hanno riassorbito la manodopera inutilizzata. Quando si parla keynesianamente di deficit spending (una bestemmia per l’ortodossia monetarista dominante, che è l’ideologia neoliberista dei banchieri i quali non gradiscono di vedersi restituire i prestiti e gli interessi con moneta di minor valore) non si intende affatto aumento di spesa corrente (questa, da contenere, deve essere coperta solo con la leva fiscale) ma della sola spesa di investimento, che producendo ricchezza nazionale in beni, opere pubbliche e servizi, compensa la spinta inflattiva dell’investimento mantenendo tendenzialmente costante il rapporto tra massa monetaria e produzione reale (del resto anche gli investimenti privati, trattandosi di moneta di creazione bancaria, con l’effetto del moltiplicatore monetario attuato dal sistema bancario nel suo complesso e non dalla singola banca, genera inflazione). La crisi attuale difficilmente è attribuibile al keynesismo (tradito dallo statalismo degenere che tu ricordavi) visto che sono 40 anni che le politiche messe in atto sono state, con velocità sempre più crescente, di tipo monetarista. Comunque, la scelta di campo oggi è quella tra neo-keynesismo e monetarismo. In tale scenario, il “terzo settore”, il “privato-sociale”, la “welfare society”, rimane troppo esposto al pericolo di essere strumentalizzato dalle regole di mercato. Questo perché, senza una chiara definizione dello spazio sociale che lo Stato può lasciare al terzo settore senza timore che venga poi occupato dal profitto capitalista e senza una autonomia finanziaria che renda il terzo settore non soggetto al sistema bancario di mercato, il rischio è proprio quello di “privatizzare” ambiti prima pubblici per poi cederli, dato il rapporto di forze effettivamente sussistente tra “multinazionali” ed “imprese sociali non profit”, al mercato ossia al “privato for profit”. Questo lo scenario: dunque dovendo scegliere in questo scenario non scelgo certo il monetarismo neoliberista o qualsiasi cosa possa portare acqua al suo mulino. Forse la mia è sfiducia nella capacità, senza la grazia, dell’uomo di non farsi tentare dall’avidità. Ma lo strapotere dei “mercati finanziari”, che hanno piegato interi Stati e Unioni di Stati, che hanno messo tecnici ed emissari di banca non eletti a governare, non può, pur evitando il pessimismo disperante (perché grazie a Dio ho fiducia in Lui), rendermi troppo ottimista. Forse siamo vicini a tempi nei quali saremo chiamati a scelte radicali.
Cari saluti.
Luigi Copertino

In realtà, caro Andrea, quello che prefiguri non è un ritorno ad un’Europa federale, fatta di piccole comunità, ma soltanto il transfrontieralismo che è imposto da dinamiche del tutto legate alla globalizzazione dei mercati, soprattutto di quelli finanziari. Lo dissi anche a Cesare Catà nella discussione aperta dalla sua relazione all’Università d’Estate. Se si pensa che abbiamo di fronte una forma di neo-tradizionalismo (medioevale o, come diceva Cesare, rinascimentale) credo che si cada in bel sogno romantico che però ci espone ad essere utili strumenti di strategie altrui. Delle stesse strategie che nel XVIII secolo puntavano sulla giacobina nazione per dissolvere la Cristianità, stritolando i corpi intermedi. Quella stesse forze, o le forze eredi di quelle, oggi guardano alle nazioni come a corpi intermedi da abbattere per realizzare la governance globale dell’economia. Le nazioni oggi sono i nuovi corpi intermedi e per dissolvere questi si usano le spinte localiste per strategie transfrontaliere. Esattamente come un tempo si oppose la nazione alla Cristianità, oggi si oppongono le comunità locali alla nazione. Ma l’obiettivo ultimo è sempre quello: l’unificazione economica dell’umanità. Un nuovo e diverso universalismo rispetto a quello cristiano. Quest’ultimo è spirituale e lascia spazio alle identità naturali e storiche, anzi ne pone le basi per una convivenza pacifica. Il primo invece vive sulla distruzione delle identità e per questo non esita a mettere il livello locale contro quello nazionale nella prospettiva del “glocalismo”. Il fatto, caro Andrea, è che la modernità c’è stata (e non tutto di essa è stato negativo). La post-modernità non ci sta restituendo il pre-moderno, o qualcosa che gli assomigli, ma sta portando a compimento un processo storico-filosofico del quale quella moderna era solo una fase. Qui siamo di fronte al mistero d’iniquità. Qualcosa di simile, ad esempio, al fondamentalismo religioso che è un fenomeno tipicamente moderno e postmoderno, connesso con l’ideologizzazione politica delle fedi, ma che è fatto passare, o così è percepito dai più, come un fenomeno antico, premoderno, atavico. Certo la storia, poi, nel concreto, è molto più complessa delle nostre stesse ipotesi e magari alla fine del secolo appena iniziato lo scenario potrà essere completamente diverso da quanto sembra allo scrivente essere in atto. Chi vivrà vedrà. In ogni caso, lascio un piccolo spunto di riflessione. Non è un caso che Jean Baptiste Say (quello della legge detta appunto di “Say” che è la base dell’economia classica, ossia liberista) e Isaac René Guy Le Chapelier il noto rivoluzionario, prima giacobino e poi fogliante ossia moderato, il quale nel 1791 fece promulgare la legge, che prese il suo nome, con la quale venivano abolite le corporazioni di arti e mestieri, l’apprendistato ed i compagnonaggi (ossia i proto-sindacati), fossero contemporanei ed entrambi miravano a sciogliere, in nome del Libero Mercato e/o della Volontà Generale, i corpi intermedi che costituivano il Regno cristiano? Ecco, appunto, la misura della illusorietà sul post-moderno, sul post-statuale, che dovrebbe restituirci il pre-moderno sta proprio in questo: dove è nello scenario attuale, di totale secolarizzazione, la radice cristiana del Politico? Oggi al posto del regno cristiano abbiamo le tentazioni cristianiste alla Breivik, una bestemmia. E con questo si torna al citato fondamentalismo.
Cari saluti.
Luigi Copertino

Sent: Friday, February 03, 2012 6:33 PM
Subject: Re: Intervista interessante, di Francesco Mario Agnoli.

Cari Luigi e cari amici,
gli interventi di Luigi Copertino e di Andrea Fiamma mi sollecitano a fornire qualche più ampia argomentazione a proposito del mio troppo tacitiano e, quindi, scarsamente argomentato, rifiuto di lasciare Scilla (l’attuale liberalismo) per tornare a Cariddi (lo statalismo). Mi sembra anzitutto che i confronti vadano fatti fra termini omologhi, quindi o fra sistemi teorici ( comunismo-capitalismo; statalismo-liberalismo ecc.) o fra realtà concrete: i prodotti storici dei sistemi teorici. Forse per effetto della mia preparazione e della mia attività di giurista (professionista) e di storico (dilettante), quando si tratta di esprimere un giudizio ho sempre fatto riferimento al prodotto storico e non al sistema filosofico (faccio eccezione per il Cristianesimo, ma appunto perché non si tratta di un sistema, ma della Parola di Dio). Per me il comunismo è sempre stato quello realizzato, il comunismo di Lenin e Stalin e non sono mai riuscito a provare interesse per il comunismo astratto od utopico, il comunismo che avrebbe potuto essere e non è stato. Il fatto che non è stato, per quanto mi riguarda ai fini di un giudizio di valore (per altri aspetti può essere diverso), taglia la testa al toro. La realtà attuale, comunque la si definisca (liberal-liberista o mercatista), è caratterizzata dalla globalizzazione che ha natura di fenomeno mondiale, sicché può sembrare non solo riduttiva, ma irragionevole la pretesa di contenere il raffronto fra sistemi realizzati all’interno di confini statali e/o nazionali dal momento che questi confini (d’altronde sempre più labili) sono incompatibili con l’essenza di un uno dei termini del raffronto, che, difatti, tende a distruggerli e non può non distruggerli per pienamente realizzarsi Tuttavia il criterio dal quale qualunque raffronto non può prescindere è quello della conoscenza. Mi rendo perfettamente conto che nel mondo globalizzato si tratta di un limite, e anche grave, ma se (per attenerci all’argomento in ballo) voglio confrontare liberalismo e statalismo (realizzati!) sono costretto dall’ambito delle mie conoscenze a ridurne ulteriormente i termini, limitandolo alla loro realizzazione in Italia. A sostegno dello statalismo di ritorno viene spesso citato l’esempio dell’Argentina, della sua ripresa dopo la drammatica crisi (“delle padelle”) di qualche anno fa e il suo rifiuto, dopo l’iniziale, forzata accettazione, di adeguarsi alle condizioni dettate dal FMI e dalla grande finanza. A proposito della situazione attuale di questo Paese Luigi ha citato sia il suo elevato tasso di sviluppo, sia l’inflazione al 20%. Due dati significativi, ma non decisivi se non si ha conoscenza dei loro concreti effetti nella realtà argentina (in base a questi due coefficienti il paese migliore del mondo, un vero Bengodi, sarebbe la Repubblica Popolare Cinese, che ha un tasso di sviluppo maggiore dell’Argentina e una bassa inflazione). L’unica deduzione che voglio trarre da questo rilievo è che qualunque giudizio non può prescindere dalla conoscenza dei fatti (nel nostro caso dei fatti messi a raffronto). Per quanto mi riguarda, mentre confesso di non sapere abbastanza dell’Argentina (e anche della Cina), posso dire di avere qualche conoscenza, quanto meno diretta, se non profonda (oltre tutto per non piccola parte di quel periodo ho svolto le funzioni di giudice del lavoro in una realtà industrializzata come quella emiliano-romagnola) di quanto avveniva chez nous negli anni in cui l’Italia era caratterizzata da un discreto tasso di sviluppo e da un’inflazione a due cifre, frutto entrambi di una politica controllata e in gran parte anche gestita, direttamente o indirettamente, dallo Stato (e – se si accettano le premesse – poco importa se ciò significava dalle segreterie dei partiti politici, perché questo era appunto, in Italia, lo statalismo realizzato). Chi ha conoscenza di quegli anni sa bene come in presenza di quei due parametri economici la situazione dei lavoratori a reddito fisso (dipendenti pubblici e privati, pensionati) non fosse per nulla soddisfacente, perché retribuzioni e trattamenti pensionistici impiegavano molto tempo a recuperare (e quasi mai completamente in una sorta di angoscioso inseguimento continuo) la perdita di potere di acquisto conseguente all’inflazione galoppante (ovviamente è possibile che i peronisti di sinistra al governo in Argentina, abbiano trovato il modo di evitare questo inconveniente – al riguardo non sono in grado di pronunciarmi). È vero che vi sono ottime ragioni per sostenere che la situazione attuale dell’Italia liberal-liberista (o, forse più esattamente, mercatista, ma su termini e definizioni occorre intendersi) sia altrettanto cattiva se non peggiore. In realtà sono perfettamente convinto della drammaticità, non solo economica, della situazione attuale, tanto più, che senza particolari studi di economia, ma alla luce del normale buon senso, sostengo da sempre -forse all’epoca non ne parlava nemmeno Tremonti! – che, per il semplice principio dei vasi comunicanti, la globalizzazione avrebbe avuto effetti devastanti per l’Italia e per l’Europa). Tuttavia continuo a credere (anche se proprio questa sembra la tendenza “realizzata”) che i mali del sistema vigente non giustifichino il ritorno a uno che ha già dato pessima prova di sé. È ben vero che per uscire dall’attuale crisi è indispensabile che la politica ribalti l’attuale rapporto di forza con l’economia e la finanza (in termini più espliciti che i rappresentanti del potere politico non siano più subordinati ai quasi invisibili titolari di quello finanziario), ma la persecuzione di questo fine non comporta necessariamente il ritorno allo statalismo (sarebbe cattiva logica quella che volesse dedurre l’equivalenza fra supremazia della politica e statalismo, dal fatto che entrambi sono contrastati e probabilmente resi impossibili dalla globalizzazione). Certamente ha ragione Luigi quando sostanzialmente tira in ballo le colpe e i vizi degli uomini e in particolare di quelli chiamati a tradurre in pratica questo o quel sistema (statalista, liberista, terza via), ma dal momento che, con buona pace della mano invisibile del mercato, non esistono sistemi senza uomini che li realizzino, una delle caratteristiche che contribuiranno a fare privilegiare un sistema rispetto agli altri sarà di avere la minore dipendenza possibile dalla buona o cattiva volontà degli uomini nel realizzarlo (e anche qui sarebbe cattiva logica dedurne che il sistema migliore sia quello che si affida non agli uomini, ma alla mano invisibile del mercato, della quale occorrerebbe anzitutto dimostrare l’esistenza e l’operatività indipendentemente dall’intervento umano, sempre indispensabile anche se troppo spesso quando si tratta di mercato finanziario, lui sì, invisibile).
Nella certezza di avervi annoiato un saluto a tutti.
Francesco Mario Agnoli

Sent: Friday, February 04, 2012
Subject: Re: Intervista interessante, di Luigi Copertino.

Carissimo Mario,
partiamo da un chiaro presupposto: il sistema politico-economico perfetto non esiste e non è mai esistito. Quindi al bando ogni forma di utopia o di millenarismo sociale. Detto questo però bisogna definire quali siano le componenti della partita e quindi scegliere la squadra. Ora sono convinto che una terza via non possa prescindere dal prendere il meglio delle prime due vie. Qui sta però il difficile: dosare il giusto mix. Per quanto riguarda il cosiddetto “terzo settore”, che del resto non è una novità essendo erede del cattolicesimo sociale ottocentesco, trovo molta buona volontà in chi mette su opere sociali (in questo la Chiesa, ad esempio, ha carte notevoli da giocare). Il punto sta nel fatto che questo terzo settore deve confrontarsi con il capitalismo globale finanziario che neanche più gli Stati riescono a controllare. Il rischio pertanto è che quanto, in termini di servizi sociali, passa dal pubblico al privato sociale finisca poi, per l’evidente rapporto di forze in atto, per passare semplicemente in dominio del privato profit se quest’ultimo dovesse intravvederne lucrose possibilità di affari. Qui lo Stato – ecco il mio “statalismo” – è più che mai necessario se non altro per difendere giuridicamente ambiti e spazi sociali dall’aggressione del profit globale. Tu, caro Mario, ricordi l’inflazione a due cifre e le sue difficoltà. Ora l’Argentina di oggi, con la stessa inflazione, vola al 7% annuo di crescita e con una disoccupazione, rispetto a dieci anni fa (quando ci fu il default), al minimo storico. In Europa (dunque non solo in Italia), dopo 30 anni di monetarismo, al fine consacrato a Maastricht con il Patto di Stabilità (rapporto pil/debito pubblico al 60%; inflazione non superiore al 3%), abbiamo 23 milioni di disoccupati. Queste sono constatazioni sulle quali riflettere e scegliere il campo di appartenenza tra filosofie economiche delle quali nessuna è perfetta, delle quali ognuna presenta vantaggi e svantaggi da commisurare. Personalmente preferisco una situazione di bassa disoccupazione anche se a fronte di una più alta inflazione (come preferiscono ormai anche molti economisti, come il Krugman di cui ho fatto girare un articolo) ad una di alta disoccupazione a fronte di una bassa inflazione. Questa seconda opzione è quella che piace ai banchieri ed alla finanza globale, che, con Freidman, ha persino teorizzato l’inevitabile e “naturale” tasso di disoccupazione che il libero mercato impone, e che dunque dovremmo passivamente tutti accettare per una sorta di “legge naturale”. Ora però chi ha qualche conoscenza storica, sa bene che per uscire da una situazione simile a quella dell’Europa di oggi, l’America di Roosevelt, con il new deal, intraprese l’intervento pubblico in economia con forti investimenti pubblici che presupponevano una Banca Centrale sotto controllo politico (oggi invece in Europa è il contrario ed è la BCE a dettare, scrivendo lettere ai governi, le linee politiche: il che significa porre una pietra su democrazia e sovranità nazionale: anche quella degli Stati federali!). Il bello, che nessuno ricorda, è che in quegli anni Roosevelt inviava in Italia i suoi tecnici ad imparare dall’IRI di Beneduce (un tecnico afascista che Mussolini, comportandosi da statista e non da mero politicante, incaricò di creare un ente di salvataggio dell’economia nazionale). Come è noto fu quello, in Italia, l’avvio dello Stato imprenditore che, nel dopoguerra, segnò il decollo economico e sociale della nostra nazione facendone una delle maggiori potenze industriali. Lo Stato imprenditore fu liquidato, sul panfilo Britannia da Draghi in combutta con i rappresentanti delle banche d’affari angloamericane nel 1992, quando, approfittando di tangentopoli, si avviò la prima liquidazione del patrimonio pubblico nazionale, fatto anche di notevoli competenze tecniche accumulate negli anni. Operazioni avvallate da un centrosinistra che aveva abdicato al liberismo anglosassone e da un centrodestra naturaliter liberista (con lo “scandalo” della corrente erede del Msi che avrebbe invece dovuto opporsi a tale deriva!). Il risultato di tali operazioni è sotto gli occhi di tutti. Non mi sembra che Tremonti sia un pericoloso comunista. Forse è su posizioni neokeynesiane ma, appunto, perché si tratta di evitare l’utopia comunista senza cadere nella santificazione del mercato che secondo il falso dogma vigente sarebbe automaticamente capace di aggiustare tutto da solo. Ricordo che negli anni trenta, mentre in Italia ed in America, si usciva con fatica dalla crisi mediante sistemi, democratici o autoritari, in sostanza accettabili e suscettibili, passata la crisi, di essere riformati in senso più “liberale”, in Germania, nella Germania prostrata dalla crisi del ’29, il movimento nazionalsocialista conquistò le masse di disoccupati ed i ceti operai e poi lo Stato. Riuscendo, certo, a riassorbire, con politiche dirigiste, la disoccupazione ed a riavviare l’economia nazionale ma al costo dell’instaurazione di una dittatura neopagana ed anticristiana, nella prospettiva della preparazione ad un guerra di conquista in nome della superiorità razziale “ariana” (che era dichiarata tale anche – si badi! – nei confronti dei popoli latini “inquinati dal materialismo giuridico romano e dal cattolicesimo”: così era più o meno scritto nel programma del Nsdap). Quando Monti paventa il rischio del populismo intende riferirsi proprio a questo precedente storico. Orbene: quel che però Monti non dice è che l’esito nazista tedesco fu reso possibile dalla crisi del ’29 innescata dal liberismo finanziario (checché ne dicano i liberisti alla Alesina e Giavazzi che indicano nel protezionismo, che però fu adottato a crisi iniziata e non prima, la presunta causa del 1929). La globalizzazione! Penso che sia possibile anche oggi agli Stati imporre regole all’economia globale. Ancora l’Argentina ne ha dato un esempio. Le multinazionali per poter abbassare i dazi sui loro prodotti di importazione, imposti dallo Stato argentino, devono aprire sedi aziendali nel territorio nazionale e dare lavoro agli argentini. Le imprese, anche nazionali, che vogliono delocalizzare sanno che non potranno reintrodurre i loro prodotti in Argentina se non pagando salatissimi dazi. Onde disincentivare la delocalizzazione e sostenerne i costi sociali, vedo con favore tutte quelle proposte tendenti a far pagare alle imprese un contributo a titolo di onere sociale. Magari mediante facendo versare alle imprese, annualmente, un percentuale anche piccola dei profitti a titolo di cauzione progressiva che sarà loro restituita soltanto periodicamente quando dimostrano di non voler de localizzare, mentre laddove invece decidano di de localizzare lo Stato incamererebbe la cauzione onde sostenere il fondo degli ammortizzatori sociali per i lavoratori nazionali lasciati senza occupazione. Personalmente politiche sociali e nazionali, come quelle dell’Argentina o come quelle di cui alle proposte suddette, mi trovano completamente d’accordo. Le multinazionali hanno, almeno finora, abbassato la testa ed hanno portato in Argentina le loro industrie così come le imprese che avevano delocalizzato sono ritornate in patria. Inutile dire che per i liberisti, alla Hayek, questa politica è arbitraria perché interferisce nelle “sacre” leggi “naturali” del libero scambio. Ci rendiamo conto, o no, dell’immanentismo e del panteismo filosofico che presiedono all’ideologia liberista della mano invisibile?! Certi cattolici di destra, presunti tradizionalisti – chi mi conosce sa bene a chi mi riferisco – hanno fatto propria la prospettiva, che ritengono giusnaturalista, del liberismo. Dimenticano, però, che quel che nel XX secolo abbiamo conosciuto come Stato sociale ha le sue radici anche nel pensiero sociale cattolico o comunque “conservatore” del XIX secolo (Donoso Cortés, Ozaman, Giuseppe Toniolo, il vescovo von Ketteler, Leone XIII, per il mondo cattolico, Disraeli, Bismarck, per il mondo conservatore non cattolico). C’è un filo rosso di continuità “storico-filosofica” tra le motivazione antifisiocratiche (ossia antiliberiste) degli insorgenti, che difendevano usi civici e arti e mestieri contro le privatizzazioni e quotizzazioni delle terre e l’abolizione delle associazioni artigiane, e le posizioni, di vario tipo, antiliberiste dei successivi XIX e XX secolo. Gli Stati “conservatori” del XIX secolo si opponeva alla rivoluzione liberale anche per ragioni sociali (magari di “paternalismo sociale” ma ben accetto dai ceti più umili perché li difendeva dall’arroganza delle aristocrazie e borghesie spesso “infranciosate”). Una seria riflessione culturale e politica “tradizionalista” non può prescindere da tutto ciò. Altrimenti si fa l’errore dei teocons.
Cari saluti.
Luigi Copertino

Subject: Ancora sui debiti sovrani, parla Sylos Labini, di Luigi Copertino.
Date: Tue, 7 Feb 2012 22:24:25

Cari amici,
sulla questione dei debiti sovrani si stanno registrando interventi molto interessanti. Paolo Sylos Labini, ad esempio, sul sito “sbilanciamoci”, ha di recente ricordato con quale tecnica finanziaria il governatore della Banca Centrale tedesca, negli anni ’30, Schacht, riuscì a portare fuori la Germania dalla crisi riassorbendo i 6 milioni di disoccupati. Schacht era ebreo e fu confermato nella carica da Hitler nonché, come molti ebrei tedeschi di un certo rilievo e peso, dichiarato dal dittatore “ariano d’onore”. Fu, poi, assolto a Norimberga. Paolo Sylos Labini è un noto economista e (come me) non certo simpatizzante del nazismo. Labini fa notare come recenti proposte, quali quella, effettuata dal ministro Passera, di pagare le imprese con titoli di Stato previo rientro del debito pubblico in mani nazionali, si avvicinano ai cosiddetti Mefo di Schacht ossia alle cambiali di Stato che quel banchiere centrale introdusse come sistema di pagamento, garantito dalla Banca Centrale, tra lo Stato e i suoi fornitori e tra questi ultimi tra essi. In tal modo quelle cambiali circolavano come moneta alternativa che solo se fosse stata portata all’incasso sarebbe stata onorata dalla Banca Centrale stampando marchi. Così facendo, Schacht riuscì a rimettere in moto l’economia tedesca senza creare inflazione, ossia senza stampare marchi perché solo molto raramente i mefo erano portati all’incasso dal momento che tra i loro possessori ed utilizzatori vi era molta fiducia nelle capacità di solvibilità dello Stato. Certamente – come osserva Sylos Labini – l’idea di Schacht fu poi usata da Hitler non tanto per ristrutturare l’economia tedesca e riassorbire la disoccupazione quanto, purtroppo, per potenziare l’apparato bellico tedesco nel folle intento di conquistare l’Europa. Comunque, il mondo degli economisti è sempre più orientato verso politiche keynesiane e verso il ripristino della sovranità monetaria nazionale come unico rimedio per la crisi da deflazione che ci sta travolgendo. Nonostante questo la Merkel, Draghi, Monti e Sarkozy sono sordi a tutti gli appelli.
Saluti a tutti.
Luigi Copertino

Sent: Wednesday, February 08, 2012 11:22 AM
Subject: RE: Ancora sui debiti sovrani, parla Sylos Labini, di Stefano Taddei.

Ebbene si, sono stato scoperto.
L’appello per un ritorno ai mefo è stato fatto proprio, modestamente, anche da me (citando la fonte) nel momento in cui proponevo il pagamento dei debiti dello Stato (che fossero stipendi, vitalizi o spese elettorali) attraverso dei titoli, anche se mi spingevo oltre con la clausola di condizionarne il rimborso al verificarsi di certe condizioni di bilancio che lo consentissero. Una via di mezzo tra titoli irredimibili e la moneta fiduciaria. Indipendentemente dalla scolastica economica l’orientamento di rientrare del debito attraverso sviluppo in danno dello stato sociale NON FA PARTE della nostra educazione politica mentre un rientro del debito in danno di coloro che fino ad oggi hanno abbondantemente lucrato in danno dello Stato mi sembra buona cosa. Così come prendere il buono dove si trova. Io la moneta continuo a considerarla un mezzo di pagamento e non un valore, per cui le guerre di religione sugli emittenti non mi prende più di tanto né cambiare emittente abbatte il debito.
Stefano Taddei

Subject: Re: Ancora sui debiti sovrani, parla Sylos Labini, di Luigi Copertino.
Date: Wed, 8 Feb 2012 20:11:51

Caro Stefano,
la moneta non è “solo” un mezzo di pagamento. Né, come avrebbe detto, Adam Smith una “merce”. La moneta è uno strumento di misura del valore di un bene. Come il metro che serve per misurare le distanze, la moneta serve per misurare il valore di un bene. Quindi è uno strumento che incorpora due elementi: il potere di acquisto, che è il suo elemento giuridico determinato dalla accettazione del pubblico, ed il valore economico del bene che misura, e che costituisce il suo elemento economico. Come avrebbe detto Auriti, il metro ha la proprietà materiale della lunghezza perché misura le distanze, la moneta ha la proprietà del valore perché misura il valore economico. Se oggi usiamo il metro per misurare le distanze, anziché il miglio o la lega, è perché vi è stata convergenza dell’accettazione convenzionale del sistema metrico congiuntamente alla sua codificazione normativa da parte dello Stato. Ora, come per ogni altro strumento di misura, anche per la moneta è necessaria la convergenza dei due fattori predetti affinché possa funzionare:
1) l’accettazione, generalmente consuetudinaria, da parte del pubblico di un mezzo (metallico o cartaceo o informatico, poco importa) come strumento di misura del valore;
2) la deliberazione di una Autorità Politica che, accettandolo essa stessa quale mezzo di pagamento fiscale, imponga, nel caso della moneta, il cosiddetto “corso forzoso” o “legale” conferendo efficacia e validità legale allo strumento.
Questo secondo elemento, sul quale molto ha riflettuto l’economista neokeynesiano Randall Wray (un esponente della Modern Money Theory), è stato, a mio giudizio, troppo sottovalutato da Giacinto Auriti (il giurista elaboratore della teoria della proprietà popolare della moneta) che tutto fondava solo sul primo. Sono necessari entrambi: se manca il primo la moneta non è accettata di fatto e viene sostituita con altri mezzi non ufficiali (succede quando ad esempio una moneta subisce una forte inflazione che la riduce a carta straccia); se manca il secondo la moneta pur potendo circolare tra privati non potrà mai essere usata, a meno di non cambiarla con quella ufficiale, nei rapporti con lo Stato. Alla luce di quanto detto, non è affatto secondario stabilire chi debba emettere la moneta ossia chi dispone della sovranità monetaria. Perché se tale sovranità, come accade oggi, è lasciata all’arbitrio incontrollabile, fatto passare per competenza tecnica, dei banchieri centrali indipendenti o dei banchieri privati e della finanza, è del tutto naturale che la sovranità monetaria venga usata per tutelare interessi privati o di “casta”. È pur vero che anche un governo può abusare della moneta, ma almeno esso è controllabile dal corpo politico della nazione e quindi sfiduciabile. E’ anche vero che sono esistiti in passato, in età pre-statuale, ed esistono anche oggi, in età post-statuale, eserciti privati, o mercenari, ma è pur vero che tali eserciti sono sempre stati, e sono anche oggi, al servizio di interessi privati e/o lobbistici (con l’aggravante che mentre in età pre-statuale il “feudo” o la “tribù” erano comunque forme del Politico, nell’età post-statuale le agenzie che locano mercenari al miglior offerente non sono affatto forme del Politico ma agenti economici che si sono innaturalmente appropriati di funzioni squisitamente politiche e pubbliche). La Spada, insieme alla Toga ed, appunto, alla Moneta sono i tre attributi fondamentali della Sovranità Politica, anzi, in termini di filosofia politica più tradizionalista, della Regalità Politica. Lo sono sempre stati, anche in età pre-statuale, e quindi laddove tali attribuiti vengono “privatizzati”, come auspicano ad esempio gli “anarcoliberisti” americani, siamo in presenza di una arrogante e socialmente distruttiva utopia. E, come accade, ogni qual volta una utopia tenta di diventare realtà storica, ne conseguono errori ed orrori. Forse siamo troppo assuefatti, dal 1989 in poi, a considerare solo il comunismo come esempio di tragica utopia per non vedere quanta e quale altra utopia globale abbiamo di fronte. Per quanto riguarda il debito non credo sia la stessa cosa per una Comunità Politica averlo nei confronti della sua Banca Centrale di Stato (e non privata) e/o del suo popolo (se questo fosse il detentore della totalità dei titoli di Stato) oppure averlo nei confronti dei “mercati finanziari”, dei fondi globali di investimento (compresi i fondi pensioni privati: le pensioni devono essere pubbliche e non costituire massa finanziaria per permettere l’uso speculativo dei versamenti pensionistici), dei money manager, ossia degli strozzini planetari.
Cari saluti.
Luigi Copertino

Sent: Thursday, February 09, 2012 8:52 AM
Subject: RE: Ancora sui debiti sovrani, parla Sylos Labini, di Sterfano Taddei.

Caro Luigi,
il concetto di moneta “valore” è quello che ha fatto perdere il sottostante: le monete d’oro avevano il valore dell’oro che incorporavano, le patacche hanno lo stesso valore dei titoli azionari, ognuno ne assegna uno. Il corso forzoso ci impone di accettarle in pagamento per quello che sopra è scritto. In tal senso ritengo che considerare la moneta “un mezzo di pagamento” sia un concetto più aderente al valore di scambio che non quello di considerare il denaro un valore in sé. Avere debiti “in famiglia” è molto meglio che averli con terzi: li negozi meglio. Abbassare i debiti con i maggiori guadagni è un auspicio ma non sempre realistico, a volte idealistico, spesso utopistico se ci si affida al caso o alla fortuna. Più concreto è farlo vendendo il superfluo, riducendo il tenore di vita (ove possibile) o “convincendo” anche forzatamente il creditore a cancellare le pretese. Il paradosso attuale (di cui Monti è l’attuale paladino) è che si imputano giustamente alla finanza i guai attuali e nel frattempo ci si affida alla finanza per il debito pubblico e si vuole ingrossare la massa contributiva delle pensioni (abbandonando il retributivo) riversandola sui mercati finanziari. Più la finanza diventa centrale e più i rischi aumentano: non servono tanto le leggi, le regole, i controlli, basterebbe far perdere peso specifico alla finanza nell’economia complessiva. Le cambiali MEFO tendevano a questo.
Stefano Taddei

Sent: Thursday, February 09, 2012
Subject: RE: Ancora sui debiti sovrani, parla Sylos Labini, di Luigi Copertino.

Caro Stefano,
Concordo. Al di là delle definizioni concettuali della moneta, l’importante è sottrarsi o almeno ridurre al minimo la dipendenza dai mercati finanziari e togliere alla finanza la centralità che essa ha indebitamente assunto, oltre quello che dovrebbe essere il suo ruolo naturale ossia il social credit legato all’economia reale. Per questo è però necessario che l’emissione monetaria ritorni nell’alveo del Politico e sia tenuta sotto controllo popolare. La Comunità politica non è una azienda che deve rivolgersi al mercato finanziario, in particolare a quello estero, per finanziarsi. Meglio per lo Stato stipulare un patto di reciprocità con il proprio popolo, e quindi restare sul mercato interno dei titoli del debito pubblico (il che dovrebbe portare ad un ripensamento della globalizzazione perlomeno rispetto all’economia finanziaria), ed avere, come prestatore di ultima istanza, la propria Banca Centrale di Stato (e non privata o indipendente).
Cari saluti.
Luigi Copertino

Sent: Friday, February 10, 2012 10:00 AM, di Andrea Fiamma.

Ragazzi non so se avete seguito la puntata-intervista a Tremonti ieri da Santoro. Luigi, se non l’hai vista, mi raccomando cerca la puntata sul sito di “servizio pubblico” perché sono sicuro che stimolerà moltissimo la tua riflessione. Sostanzialmente, limate alcune sfaccettature, mi pare che Tremonti sia in linea con te (o viceversa, non so se hai letto anche il suo ultimo libro). Ha citato molto la SPD tedesca, che attualmente pare essere il suo riferimento e poi il New Deal di Roosevelt. Insomma, il Nostro sembra esser diventato un keynesiano – anche se, forse, non un keynesiano doc, come te. Provo ad illustrarti il motivo, vediamo cosa ne pensi. Ad un certo punto, sullo stimolo di un ragazzo del pubblico, ha fatto poi un riferimento che però vi trova in dissenso in merito alla lettura del passato. Nella prima parte di un tuo articolo, tu citi il divorzio dell’81 tra Stato e banca centrale e poi la politica della Thatcher, che nell’84 ha liberato i mercati dalla politica, come l’elemento scatenante il meccanismo mefistofelico della finanza creativa. Questa era anche la posizione di un ragazzo in studio, che l’ha riportata grosso modo come l’avevi posta tu nel tuo articolo. Tremonti risponde che, situandosi nella situazione storica, dobbiamo tener presente che il mondo della Thatcher era quello che andava dal lato occidentale del muro di Berlino fino agli USA. In altri termini, mi pare che per Tremonti quell’operazione non sia stata decisiva in quanto in quel momento storico andava a liberare delle forze che comunque sarebbero state controllate entro quel mondo definito. Lui sostiene che la svolta c’è stata con la caduta del muro di Berlino e poi nel ’94 quando l’Asia è entrata nel mercato internazionale. A suo modo di vedere la globalizzazione e il capitalismo (che viene da “caput”, cioè capo di bestiame e fa riferimento al mercato reale, non a quello mefistofelico) sono in sé positivi, ma il punto è che nei primi anni novanta la politica è stata presa da una frenesia “globalizzante” che ha letteralmente gettato i mercati entro un mare magnum a cui essi non erano pronti. Al fondo vi era una straordinaria ed eccessiva fiducia nel progresso infinito (molto volteriana-hegeliano-marxiana) che ci ha fatto anticipare i tempi andando a causare la rovina. In questo momento, allora, è necessario imporre delle regole stile new deal, salvare la Grecia (non tramite la politica dell’austerity franco-tedesco ma tramite la costituzione di euro-bond), rendere la BCE prestatrice di ultima istanza e, magari, coordinare le politiche fiscali europee; ma, soprattutto, oltre che le regole economiche, promuovere il ritorno della politica su ogni fronte, interrompendo questa egemonia del mercato che è stata causata anzitutto dall’impreparazione della politica ad affrontare un evento così imponente come la globalizzazione forzata dei primi anni ’90.
Andrea Fiamma

Sent: Friday, February 10, 2012, di Luigi Copertino.

Caro Andrea,
non ho visto la trasmissione televisiva che segnali. Quanto riporti del pensiero di Tremonti mi è noto perché lo ha già esposto nel suo La Paura e la Speranza (che ti consiglio di leggere; l’ultimo Uscita di sicurezza non l’ho ancora letto ma mi ripropongo di farlo). Tremonti, di famiglia ricca, è originariamente un liberale, di quelli che però hanno una visione, come dire, etica del liberalismo, quindi più giuridica (infatti è professore di diritto tributario) che economica. Poi – lo raccontò lui stesso una volta in tv – mentre si avviava alla carriera universitaria, durante il servizio militare ebbe modo di constatare le difficoltà di molti suoi coetanei di famiglia povera e di toccare direttamente una realtà che gli era rimasta ignota fino a quel momento. Questo lo ha portato ad avvicinarsi al socialismo senza rinnegare il suo liberalismo etico. Da qui la sua vicinanza, anni ’80, al PSI di Craxi e Martelli, dal quale poi traghettò in Forza Italia. L’analisi che egli fa circa la globalizzazione ha del vero. In effetti il reaganismo non produsse gli effetti dell’attuale globalismo perché, appunto, rimaneva chiuso in una sola regione del mondo e poi, aggiungo io, perché pur ridimensionando la presenza del pubblico nell’economia non si spingeva radicalmente oltre un certo limite (il che non significa che però non abbia messo le basi per andare poi oltre). Tremonti ha scritto nel suo libro, sopra citato, che la globalizzazione è un processo inevitabile ma che se attuato naturalmente avrebbe richiesto almeno un paio di secoli. Invece essa è stata realizzata, mediante trattati come il WTO (ossia, per quanto paradossale possa sembrare, dirigisticamente), in una ventina d’anni causando il crollo di certezze ed innescando il meccanismo dei vasi comunicanti tra realtà economiche diverse con conseguenze che ora si stanno rivelando incontrollabili dagli Stati. Tieni presente che una analisi simile la faceva anche Maurice Allais, nobel dell’economia, di scuola “viennese”, ossia liberale, ma che, negli anni ’90 (è morto nel 2010), su Le Monde in una serie di articoli che fecero molto discutere, metteva in guardia l’UE dal pericolo del liberoscambismo globale il quale in quegli anni era in procinto di essere pianificato a livello planetario: una pianificazione il cui esito sarebbe stato appunto il WTO, succedaneo del vecchio GATT. Maurice Allais ricordava, da economista, che le frontiere possono abbattersi solo tra economie tendenzialmente dello stesso livello e con gli stessi standard sociali. Altrimenti la concorrenza sarebbe diventata distruttiva e si sarebbe da un lato impoverita la zona più ricca (l’Occidente) e dall’altro, nonostante un certo miglioramento, si sarebbe rese neocolonialmente dipendente, dal capitale volatile (finanziario) straniero, le zone più povere. Allais raccomandava la creazione di mercati comuni continentali, tra aree dello stesso livello economico, in posizione di reciproca indipendenza, nell’attesa che ulteriori e graduali aperture dei mercati si fossero rese possibili con il tempo. Tremonti (a ragione) vede nel liberismo globalizzatore una sorta di utopia millenarista (in questo egli, molto argutamente, dice che si tratta della versione liberista dell’utopia millenarista marxista) che si è impadronita delle intelligenze dei responsabili politici e economici del mondo: la promessa che il mercato globale porterà una nuova era di pace e prosperità universali sulla terra. Vi è in Tremonti una certa visione “hegeliana” ossia storicista – hai visto giusto – però va pur detto che ragiona con molta lucidità. Oltretutto, a leggere tra le righe dei suoi scritti, nei quali fa continui riferimenti biblici ed evangelici, credo che non gli sia estranea anche una certa sensibilità verso tematiche religiose (non so, poi, se questa sensibilità sia anche vera e propria fede o rimanga soltanto un fattore culturale, comunque importante). La sua preferenza, rispetto al capitalismo virtuale ossia finanziario e mefistofelico, per l’economia reale, per il capitalismo reale (che, aggiungo io, è l’unico che può essere piegato ad istanze sociali, come storicamente dimostra la vicenda del XX secolo, fino a diventare un capitalismo sociale), la condivido, anche se magari sarei più radicale di lui nel controllo sociale dell’economia reale. Come vedi, non ho preclusioni di principio verso i liberali seri ossia ragionanti, per quanto mi differenziano da loro diverse cose (ritengo che quanto di apprezzabile può esserci in un certo liberalismo etico altro non sia che il precipitato secolarizzato di aspetti del Cristianesimo: è il “perché non possiamo non dirci cristiani” di Croce, che per quanto non mi soddisfa affatto cristianamente è certo meglio del liberalismo cinico). Per quanto riguarda le soluzioni keynesiane da Tremonti proposte e l’auspicio (che come vedi non dispiace ad un liberale sociale come lui) del ritorno alla priorità del Politico sull’economico non posso che dichiararmi completamente d’accordo con lui.
Grazie della segnalazione ed a presto.
Luigi Copertino

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