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“Paneuropa è la strategia di sopravvivenza per il domani”

Karl von Habsburg:

“Paneuropa è la strategia di sopravvivenza per il domani”

Carlo d’Asburgo è capo famiglia della casa arciducale dal 2006 e da decenni è attivo nell’Unione Paneuropa Internazionale. Assieme a suo padre è stato per lungo tempo, come Presidente dell’Unione Paneuropa austriaca, deputato al Parlamento europeo. Come presidente dell’Unione Blue Shield è noto internazionalmente nell’ambito della tutela dei diritti umanitari. Dirk Hermann Voß ha parlato con lui, membro di Paneuropa e rappresentante degli Asburgo, persona che unisce in modo peculiare tradizione e futuro da un lato, dall’altro i punti focali di respiro internazionale e la sfera privata.

 

D. Altezza imperiale, il Suo defunto padre ha sempre preso delle posizioni chiare, spesso in modo anche netto. È rimasto sorpreso della imponente partecipazione e dell’ampia eco mediatica in relazione alla scomparsa di Suo padre e nello sguardo retrospettivo alla sua vita che c’è stato?

R. Non sono stato colpito dalla partecipazione, ma sono rimasto molto sorpreso dall’eco mediatica. La forte partecipazione non mi ha colpito per il fatto che si deve considerare l’incredibile arco temporale della vita di mio padre, dalla vitale funzione di Principe della Corona al tempo della monarchia e per tutta la durata dell’esilio, la fuga, la seconda guerra mondiale, l’epoca delle prime “pionieristiche” attività europee, l’impegno costitutivo, per gettare le fondamenta europee nel parlamento e molto altro. Se si considera tutto questo, allora – credo – la partecipazione di così tante persone non stupisca. Tuttavia naturalmente, nella sua attività ha spesso urtato i suoi avversari politici con affermazioni e prese di posizione. Ma proprio per questo sono rimasto colpito per il perdurare dei commenti positivi.

 

D. Un giornale ha scritto che Suo padre era un sognatore perché sognava un’Europa cristiana unita.

 

R. Non era di certo un utopista, anzi era incredibilmente realista, però era capace di pensare nel lungo periodo. Il problema è che molti politici di oggi pensano al periodo tra un’elezione e l’altra mentre mio padre ha davvero cercato di concepire il tempo tra una generazione e l’altra. E qualcuno che pensa così, nel lungo periodo, viene spesso bollato come utopista o sognatore da coloro che non hanno quest’ampiezza spirituale. La storia gli ha comunque dato ragione.

 

D. Direbbe che Suo padre era un tradizionalista o piuttosto un uomo moderno?

 

R. Mio padre era di certo un uomo moderno. Era una persona interessata e affascinata da tutto ciò che c’era di nuovo e di moderno, soprattutto nell’ambito della tecnologia. Era di sicuro un tradizionalista nei valori ma non un conservatore nella condotta.

 

D. Ha dichiarato recentemente in una intervista che, con la morte di Suo padre, si apre una nuova era nella Sua famiglia. Qual è l’eredità politica di Suo padre che porterà nel futuro?

 

R. Sono convinto che con la morte di ogni uomo inizi una nuova era nell’ambiente dell’estinto. Se osservo ciò che era caratteristico nella vita di mio padre, allora vedo – come già ricordato – la sua capacità di pensare nel lungo periodo. Inoltre era un uomo che ha poggiato tutto il suo pensiero e la sua azione sui valori cristiani, poiché era convinto che lo stato funzioni quando l’agire politico sia influenzato dai valori cristiani per poi allinearsi ad essi. Per decenni questo filo rosso è sempre stato presente nella vita e nell’attività di mio padre, a partire dalla sua formazione e dall’infanzia nel periodo della monarchia, per tutta l’epoca dell’esilio, poi nella seconda guerra mondiale, fino all’impegno politico come parlamentare europeo. Nella sua azione politica e nel suo orientamento è sempre stato incredibilmente coerente.

 

D. Su che cosa porrebbe particolarmente l’accento, come erede di una grande tradizione politica e come attuale capo famiglia per il futuro?

 

R. Innanzitutto ritengo che ogni uomo, anche in vita, con il suo esempio e con il suo agire possa influenzare la società, per migliorarla e per indirizzarla verso valori effettivi. Per mio padre, ciò era rappresentato dalla sua attività politica ma era anche convinto che ognuno può farlo in un diverso ambito. Per questo credo che la famiglia possa essere vicina al suo pensiero, mandando avanti queste tradizioni e queste idee. E se osservo le attività dei suoi figli – cioè dei miei fratelli – e un po’ anche quelle della generazione seguente, mi pare che siamo ben indirizzati per la prosecuzione di queste tradizioni. Ad esempio, quando mia sorella Walburga siede nel parlamento svedese e ne salvaguarda la responsabilità nell’ambito dell’OSCE, quando mia sorella Gabriela, come ambasciatrice georgiana a Berlino si occupa con impegno della questione caucasica o quando mio fratello Georg si occupa dell’Ungheria come ambasciatore delegato speciale in particolari questioni del territorio o come capo della Croce Rossa. Io stesso cerco, nell’ambito dei diritti umanitari, di affermarmi e di portare con me queste idee.

 

D. Come sono in concreto i compiti di un capofamiglia di una così importante famiglia come quella degli Asburgo? Assomigliano forse a quelli del capo di una “commissione di vigilanza” di una sorta di gruppo internazionale-familiare?

 

R. Questo sarebbe un desiderio che tuttavia non corrisponde alla realtà: il lavoro di un capofamiglia consiste soprattutto in un’attività amministrativa. Osservare cioè che sussista una visione d’insieme in cui di volta in volta si ritrovino le diverse parti della famiglia; mantenere viva la comunicazione ma anche – quando è necessario – parlare a nome della famiglia e come rappresentante di essa apparire in pubblico.

 

D. Altezza Imperiale, lei è il primo capo della Casa d’Asburgo a non aver vissuto personalmente la monarchia austro-ungarica. Che cosa significa questo nel suo ruolo di capofamiglia?

 

R. Per i tedeschi dei Sudeti si è sempre giustamente parlato della generazione “che ha vissuto” e di quella “che ha ammesso”. Io spero di appartenere alla generazione che ha ammesso e di avere la possibilità di imparare dalla storia ciò che è determinante per noi oggi. Osservando lo sviluppo dell’Europa, credo ci sia molto da imparare dalla storia europea in generale e da quella della monarchia imperial-regia in particolare, soprattutto, nel senso della prosecuzione dell’idea di impero, attuata però con mezzi moderni. Solo se ci cerca di conoscere la storia e le relazioni storiche si riescono anche a capire le relazioni politiche e geografiche contemporanee.

 

D. Che cosa significa storia, per Lei?

 

R. La storia va vista sempre nei grandi contesti. Se si osservano solo i dettagli si ricade piuttosto nell’aneddotica e non nella reale comprensione storica. Solo in tal modo si possono trarre delle deduzioni a lungo termine sul nostro tempo e sul futuro.

 

D. Su cosa pone particolare attenzione nell’educazione dei Suoi figli, soprattutto del più grande che sarà Suo successore nella tradizione?

 

R. Ci sono diversi elementi da considerare. Accanto all’educazione religiosa c’è la comprensione della storia. Si tratta semplicemente della comprensione di ciò da cui proveniamo. Dove sono le nostre radici? Se si vive in Europa, questo glielo si può mostrare ai figli ad ogni piè sospinto: cioè, dove si trovino le nostre radici, che cosa ne sia nato e quali siano gli elementi e le esperienze sia positivi che negativi. Il secondo elemento importante per i figli è la reale comprensione delle sfere culturali e ciò si esprime in primo luogo attraverso una buona conoscenza delle lingue. A questo proposito la penso come mio padre: quante più lingue parlano i miei figli, tanta maggiore comprensione avranno per le diverse sfere culturali. Ogni lingua che si impara non apre solo una possibilità di comunicazione con uomini di un’altra lingua ma apre anche sempre più alla sfera culturale di quest’altra area linguistica. E ciò è enormemente importante. Terza cosa: ampie conoscenze geografiche. Anche la conoscenza precisa della geografia permette di trarre in maniera accorta delle conclusioni politiche e culturali.

 

D. Suo padre è stato presidente internazionale dell’Unione Paneuropa per trent’anni, Lei stesso è cresciuto con le idee di Paneuropa ed è anche Presidente austriaco dell’Unione. Che cosa significa per Lei l’idea di Paneuropa?

 

R. L’idea di Paneuropa è una delle più importanti e determinanti per il nostro continente, e di certo lo è per me personalmente. L’idea di Paneuropa mette in luce – non solo per l’Europa ma per il mondo intero – come essa possa esistere nel futuro e come possiamo venire a patti con la comparsa della globalizzazione: con la velocità, con la comunicazione, con le possibilità pressoché illimitate dei trasporti, con lo scambio di informazioni e di beni e per questo progresso tecnico che abbiamo vissuto negli ultimi anni, ora abbiamo bisogno di nuove strutture politiche. L’Unione Europea, e la sua soggiacente idea di Paneuropa come idea pionieristica di Europa del futuro, è a mio avviso quel concetto che per la prima volta mostra come può funzionare il vivere comunitario di stati con interessi simili e con valori simili per poter agire insieme, anche nel futuro, in un’ottica sovranazionale. Per questo trovo che Paneuropa sia la vera strategia di sopravvivenza per il futuro.

 

D. L’Unione Paneuropa è una sorta di partito politico?

 

R. L’Unione Paneuropa non è un partito per sua stessa concezione, ma lavora per le concezioni e gli ideali che stanno “nel terreno antistante” ai partiti: a tal riguardo essa è perciò una istituzione sui generis.

 

D. Come sarà l’Europa tra vent’anni, secondo Lei?

 

R. È incredibilmente difficile dirlo. Ci sarà però un ulteriore sviluppo paneuropeo e un ulteriore allargamento dell’Unione e questa strategia è di enorme importanza. Dovremo mantenere in tutta l’Europa uno spazio di libertà. Uno spazio di libertà per i singoli cittadini. Questa è una delle richieste principali, poiché i moderni mezzi tecnologici di cui si parlava potrebbero anche condurre ad una situazione in cui il singolo venga controllato in modo sempre maggiore e venga con ciò sempre più ristretta la sua libertà personale. Credo sia anche importante – tra le debolezze strutturali che l’Unione Europea sta attualmente mostrando – non perdere di vista la grandezza dell’Unione Europea e le effettive dimensioni dell’Europa. E l’Europa non è di certo completa. Il fatto che ad esempio la Croazia abbia fatto nelle ultime settimane un passo essenziale per l’entrata nell’Unione non viene adeguatamente valutato. Ma ci sono molti altri paesi che fanno parte dell’Europa anche se non dell’Unione Europea. In futuro, secondo me, sarà assolutamente necessario smettere di pensare alle piccole dimensioni per pensare a quelle grandi.

 

D. Lei direbbe che l’Unione Europea non è poi così male, come spesso viene dipinta dai media?

 

R. Credo che molte delle critiche all’UE siano assolutamente giuste e adeguate. Ma dalla critica si ricavano delle conclusioni errate. L’Unione Europea ha di certo delle debolezze, specie nell’ambito del controllo: l’abbiamo vissuto da vicino nel caso della Grecia e di altri stati in cui i meccanismi di controllo dell’UE hanno fallito. Tuttavia questo non deve portare alla conclusione che stiamo buttando fuori dalla finestra ciò che abbiamo raggiunto negli ultimi decenni e che dobbiamo catapultarci indietro di molti anni. Dobbiamo piuttosto riflettere a come migliorare i meccanismi di controllo interni all’Unione Europea. Sarebbe sbagliato scattare un’istantanea negativa dell’Europa solo perché abbiamo difficoltà concrete con l’Euro. Dobbiamo osservare ancora una volta l’intero processo di integrazione nel lungo periodo e renderci consci dei seguenti aspetti: a che punto eravamo vent’anni fa con l’economia europea? Che cosa ci ha portato l’Euro e che cosa ci può portare nel futuro? Che cosa ha comportato in generale lo sviluppo europeo? Che cosa ci ha offerto tale sviluppo come spazio di sicurezza e che cosa è cambiato dalla fine della guerra fredda e dal superamento del Patto di Varsavia? Come ha contribuito a ciò la Comunità Europea? Si deve guardare ad un periodo ancora più lungo nel tempo e cercare di indirizzare il superamento dei problemi che dobbiamo affrontare al momento verso i nostri scopi a lungo termine e non cercare di trattarli con un’ottica troppo limitata.

 

D. Si parla spesso dell’Europa come di una potenza mondiale bloccata. Il sogno di una potenza mondiale europea è realistico o il futuro appartiene in realtà già da lungo tempo ad altre potenze come la Cina o l’India?

 

R. La domanda è: che cosa fa di uno stato una potenza mondiale? Che l’Europa sia economicamente una potenza mondiale, non v’è dubbio. Che l’Europa dal punto di vista della politica di sicurezza non sia una potenza mondiale, non v’è parimenti dubbio, purtroppo. Credo che una visione europeistica dovrebbe dirci che siamo in grado – assieme ai nostri amici e alleati – di mantenere una posizione mondiale che corrisponda ai nostri valori di cui fanno parte moltissime cose, non solo l’economia. Ci sono di certo altri mercati che al momento crescono essenzialmente in modo più rapido dell’Europa, ma anche noi abbiamo avuto le nostre fasi estreme di crescita. Si osservi la Cina: io faccio sempre notare come la Cina – osservata nel periodo lungo – ha avuto per secoli una parte sempre più significativa nell’economia. Facendo un bilancio storico, questo paese è sempre stato all’apice dello sviluppo tecnologico e del progresso. È in effetti solo per via della guerra dell’oppio che è stato ricacciato indietro. Tuttavia la Cina si riporta oggi – a confronto con l’intera economia mondiale – su quella posizione che aveva occupato nei secoli. Ma la Cina non è ancora a quel punto. Questo sviluppo è infatti trattenuto da profonde difficoltà, se ci si concentra ad esempio sulla questione ecologica. Ero tornato io stesso dalla Cina pochi giorni prima della morte di mio padre e in proposito ho potuto raccogliere informazioni in loco. Abbiamo sofferto anche noi tali fasi di sviluppo, per questo non si deve confrontare la Cina con noi, ma bisogna piuttosto preoccuparsi di aiutarla e di sostenerla nel suo sviluppo e farle anche evitare certi errori che abbiamo compiuto noi in passato.

 

D. Sua padre ha detto una volta che l’Europa sarebbe un protettorato degli Stati Uniti per propria colpa. L’Europa deve forse emanciparsi in maniera più netta dall’America? Lei vede dei passi concreti in questa direzione? Passi, forse già fatti?

 

R. Mi pare di ricordare che queste parole di mio padre provenissero dai tempi della guerra fredda, quando vivevamo e abbiamo potuto svilupparci de facto sotto lo schermo protettivo degli Stati Uniti, da cui eravamo anche completamente dipendenti. Osservando la situazione attuale, noto che l’emancipazione è più forte da parte degli USA che da parte dell’Europa e che gli USA cercano di mostrarsi assai indipendenti sul piano economico. Da un punto di vista della politica di sicurezza e da un punto di vista militare essi rappresentano naturalmente una potenza mondiale tout court, senza la quale noi come europei, visti anche i recenti conflitti, non possiamo fare molto, realisticamente. Ma sul campo economico noi viviamo una forma di emancipazione dagli Stati Uniti, poiché essi geograficamente ed economicamente hanno degli interessi molto specifici che non necessariamente corrispondono con quelli europei. E trenta o quaranta anni fa la situazione era ancora diversa.

 

D. L’Arciduca Otto ha sempre avuto un particolare rapporto con la Francia, anche per la sua amicizia con il generale de Gaulle. Condivide questa particolare relazione con la Francia, con uno sguardo all’unificazione europea?

 

R. Non è stato forse il fondatore dell’Unione Paneuropa, Richard Coudenhove-Kalergi, a dire che è molto difficile fare l’Europa con la Francia ma che è del tutto impossibile fare l’Europa senza la Francia? Si deve riconoscere che la Francia è un fattore essenziale al centro dell’Europa: un fattore che non manca di sottolineare una tradizionale autosufficienza. Lo si vede in ogni ambito e questo fatto non è mai effettivamente cambiato in Francia. Credo quindi che in questo senso le parole citate siano come allora corrette. Per questo motivo, penso che la ricerca di punti in comune con la Francia nella politica europea sia una questione assolutamente decisiva.

 

D. Da decenni Lei cura contatti personali con il mondo arabo. Come giudica l’attuale politica europea nei confronti dei nostri vicini arabi e nordafricani?

 

R. Sono piuttosto confuso se mi metto a riflettere su cosa effettivamente voglia perseguire la politica europea in quei luoghi. Non vedo né uno scopo né una struttura in questa politica, ma solo una reazione a determinati avvenimenti. È deplorevole che non vi sia in quei luoghi una politica europea davvero coerente. Negli ultimi mesi mi è capitato di trascorrere del tempo in Egitto e mi sono anche occupato della salvaguardia dei beni culturali in Libia durante l’attuale conflitto militare. Penso che la nostra maggiore difficoltà stia nel fatto che non abbiamo attualmente una strategia per il problemi del mondo arabo, ma solo reazioni raffazzonate che a volte mettiamo in pratica e a volte no. E purtroppo va detto che questo non vale solo per noi europei ma anche per gli americani. Il motivo di ciò sta – per l’Europa come per l’America – in una fondamentale incomprensione del mondo arabo e questo già a partire dalla confusione tra mondo arabo e mondo islamico: si tratta di cose molto diverse, e di idee su come trattare con questi due mondi che in certi ambiti si sovrappongono ma non sono certo la stessa cosa.

 

D. Quali sarebbero le Sue iniziative per una politica europea nei confronti di questi – anche strategicamente – importanti vicini?

 

R. Penso che prima di tutto ci si debba rendere conto di quale sia l’essenziale rappresentazione di valori in questi paesi. In secondo luogo ritengo che fare continuamente da maestri a questi paesi non porti da nessuna parte, un po’ come in Cina. Se noi ci presentiamo come i fratelli più grandi e più scaltri, sempre con l’indice alzato come maestri di scuola, e impartiamo lezioni alla gente invece di aiutarla in quegli ambiti in cui ha più bisogno, e non cerchiamo di avere con la gente una vera partnership, non procederemo mai nel cammino politico.

 

D. I partiti cristiani e conservatori europei fanno sempre più fatica a rivestire posizioni programmatiche al di là del pragmatismo della politica di tutti i giorni. Alcuni cercano la salvezza dentro una più strenua posizione nazionalistica, con una sempre maggiore critica anti-europea. Come giudica questa riproposizione del pensiero nazionalistico?

 

R. Si tratta di un passo indietro. Soprattutto per gli stati dell’Unione Europea. Naturalmente si tratta del ritorno ad un più strenuo pensiero nazionalistico che indubbiamente sta prendendo piede come reazione a certi avvenimenti politici per i quali non si vede ancora una soluzione ragionevole. Un esempio di questo sono i rifugiati politici che arrivano da noi: questo fatto non cambierà in futuro e continuerà ad essere una sfida e di questo dobbiamo ben rendercene conto. Tuttavia per questi problemi non c’è una soluzione radicale ma neppure un solipsismo nazionalistico. Dobbiamo trovare delle soluzioni che siano prese di comune accordo dall’Europa e dai suoi stati membri. Tutti gli stati che sono più affetti da queste questioni sono anche gli stessi che devono confrontarsi più aspramente con le reazioni nazionalistiche, come si ritrova ad esempio nelle campagne elettorali – è questo lo vedo anch’io coi miei occhi come chiunque abiti in Austria.

 

D. Nei confronti di tali problematiche ci si scontra sempre con la formula “conservatore è uguale a nazionale”. Ci si può fare qualcosa?

 

R. Non ci si può fare nulla. Questo dipende secondo me da una sbagliata idea del concetto di “conservatore”. Per me, conservatore e nazionale sono due concetti opposti che non hanno nulla a che fare l’uno con l’altro. Essere conservatori comporta la stima e il mantenimento di valori ritenuti come positivi e il tentativo di portarli con sé nel futuro, adattandoli in modo tale che possano essere ancora validi. Il ricorso al concetto di “nazionale” è un passo indietro per l’Europa.

 

D. Nell’ambito della politica sociale i cristiani europei sono oggi sulla difensiva. Il pensiero cristiano non è forse più adatto a sviluppare o a dare il fondamento a posizioni politiche?

 

R. Penso che il pensiero cristiano sarebbe assai adatto a questo scopo. Il problema è che molti cristiani non hanno più il coraggio di difendere i loro valori e di sostenerli anche pubblicamente, di rappresentarli e di viverli nei fatti. Ci lasciamo troppo spesso manovrare dalla cosiddetta political correctness seguendo la quale – come si dice – certe cose non andrebbero nemmeno nominate. Credo che questo sia deplorevole soprattutto perché si può vedere in altre parti del mondo che si può curare i propri valori con pienezza mentre da noi questo non accade quasi più.

 

D. Papa Giovanni Paolo II ha elevato Suo Nonno, l’Imperatore Carlo I alle glorie degli altari. Che cosa significa per Lei avere un nonno che viene venerato come beato?

 

R. Naturalmente questo rappresenta qualcosa di molto speciale per tutta la famiglia. La chiesa eleva qualcuno all’onore degli altari per renderlo esempio per gli altri cristiani, per indirizzarli al suo esempio e per paragonare la propria vita con quella del beato e questo riveste ovviamente una grande importanza per la famiglia e per me stesso prima di tutto perché sentiamo il Beato Imperatore Karl come molto vicino a noi, anche perché mio padre l’ha conosciuto personalmente.

 

D. La Sua famiglia è sempre stata una tradizionale famiglia reale cattolica che ha sensibilmente influenzato il mondo cattolico. Nelle esequie di Suo padre ci sono state anche impressionanti cerimonie interreligiose. Gli Asburgo sono quindi multi-culturali?

 

R. Penso sia molto importante comprendere le altre culture e religioni. Ciò non impedisce assolutamente di difendere i propri valori e la propria fede. Mio padre era di certo una personalità che per via delle sue diverse funzioni e attività riusciva a comunicare con gli uni e gli altri negli ambiti religiosi e in quelle sfere culturali che spesso, pubblicamente, vengono considerate in conflitto. Questo è stato espresso anche nella preghiera abramitica durante i suoi funerali, nei quali hanno pregato insieme rappresentanti dell’Ebraismo, dell’Islamismo e della Chiesa Cattolica. È stata una esaltazione della vicinanza che alla fine è più forte di tutte le differenze.

 

D. Il Suo figlio più grande oltre al nome di Ferdinando porta anche il nome del re croato Zvonimir. Perché?

 

R. Ci sono diversi motivi. Prima di tutto ho conosciuto mia moglie Francesca durante la guerra nell’ex-Jugoslavia, più precisamente in Croazia. Il secondo nome di mio figlio sta a ricordo di questo e del mio personale legame con questa terra. Inoltre, tutti i miei figli hanno anche nomi slavi, perché con questo voglio mostrare come la mia famiglia sia legata ai popoli slavi dell’Europa da una lunga tradizione che vorrei ulteriormente intensificare e vivere in prima persona nel presente. Questo lo si è potuto percepire intensamente anche ai funerali di mio padre poiché erano presenti anche molti rappresentanti dei popoli slavi che hanno dimostrato il loro affetto.

 

D. Lei è presidente del Blue Shield; quasi tutti conoscono gli scudi bianco-blu che stanno a difesa di importanti beni culturali come chiese e musei contro le distruzioni militari. Che cosa fa nel suo lavoro?

 

R. Il lavoro è suddiviso essenzialmente in due ambiti: la maggior parte degli stati del mondo ha ratificato la convenzione dell’Aia del 1954 e probabilmente anche i due protocolli ad essa collegati e con ciò hanno assunto su di sé certi obblighi. Tuttavia spesso essi non sono consci della portata di tali obblighi. Negli stati che hanno sottoscritto la convenzione dell’Aia e altre convenzioni per la difesa dei beni culturali nei conflitti armati, il compito del Blue Shield è di fare presente quali conclusioni siano da trarre dalla ratifica e come ci si possa attivare preventivamente per proteggere e possibilmente conservare i beni artistici durante i conflitti armati o i disastri naturali. Alla base di questo c’è il riconoscimento che i beni artistici, che sono insostituibili, non appartengono ad un popolo o ad uno stato ma a tutti, all’umanità. Negli ultimi anni e decenni, molto è andato distrutto durante disordini etnici anche a causa delle moderne tecniche militari; molto di più che nei secoli precedenti. E questo lo si vede anche ai giorni nostri, nel saccheggio del museo iracheno di Baghdad o la distruzione della statue dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan. Praticamente in ogni conflitto armato che viviamo oggigiorno notiamo la necessità di una particolare attenzione per i beni artistici che andrebbero perduti per sempre e che pure sono l’eredità di tutti noi. Il secondo compito del lavoro consiste nell’essere attivi laddove ci sia già stato un danno e portare soccorso. La prevenzione resta comunque la via migliore.

 

D. La ringraziamo per questa conversazione.

 

 

(Intervista tratta da Paneuropa Deutschland, 2011. Traduzione di Andrea Padovan)

 

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