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Identità nazionale senza retorica, grazie. di Giovanni Vinciguerra

Ovvero, se Napoli(tano) val bene una messa

Nell’anno del 150° della proclamazione del Regno d’Italia, il dibattito sull’identità nazionale italiana si è per fortuna articolato su più piani, rifuggendo quando ha potuto, ossia abbastanza sovente, da una retorica celebrativa che, soprattutto nel momento in cui la stessa idea di unità dell’Italia non è più unanimemente condivisa nelle coscienze degli italiani e nella scena politica nazionale,  avrebbe sepolto nell’insignificanza e nel ridicolo una sfida che invece va affrontata con coraggio e serietà storica.

Una serietà che spesso è sfuggita di mano dai commenti di molti commentatori sia di sinistra che di centro-destra che, volendo salvare le ragioni dell’unità nazionale oggi, non han trovato di meglio di mentire per omissione, nell’illustre solco di una lunga tradizione liberale che ha tentato di cancellare le pagine peggiori del processo di unificazione nazionale, creandone una giulebbosa leggenda da Libro Cuore e producendo un significativo effetto paradosso: proprio quest’anno ha evidenziato come non sia più possibile censurare i lati critici dei modi con cui l’unità nazionale fu compiuta, a pena di rafforzare una generale impressione di artificiosità retorica la quale non può che portar acqua ai mulini di chi l’unità nazionale la nega apertamente, o di chi ben più pericolosamente desideri discioglierla in processi di globalizzazione apolidi e cavalcati dall’anonimato finanziario globale. In sintesi, o l’unità nazionale oggi la si rifonda attraverso un nuovo patto comunitario che prenda atto e accetti la lezione della nostra integrale storia, oppure nessuna retorica ufficiale potrà invertire il processo di svuotamento delle identità deboli che la globalizzazione irrimediabilmente persegue e realizza.

Questione meridionale, questione settentrionale, questione cattolica e questione nazionale sono ancor oggi strettamente intrecciate fra loro, e soprattutto nei decenni in cui la crisi del turbocapitalismo fa albeggiare il sogno del tramonto definitivo dell’ideologia liberale e l’Unione Europea ha consegnato alla storia della modernità ogni tentativo di rispolverare pratiche di assolutizzazione dello Stato nazionale; con tutta evidenza non è più possibile affidare la gestione dei problemi sollevati dal localismo – ad esempio – con le baionette di Cialdini: occorrono risposte serie che, francamente, tardano a venire.

Nel contempo, l’urgenza di questo dibattito ha svelato la nudità di molti re: una sinistra che, vittima del suo franare nel radicalismo di massa così come Augusto del Noce – ma anche Pierpaolo Pasolini – avevano previsto con decenni di anticipo, si è vergognata della profetica criticità gramsciana sul processo unitario nazionale, rimuovendola totalmente e ripiegandosi  su una stanca ripetizione dei mantra della vulgata storiografica liberale; un mondo cattolico che, come ha sottolineato recentemente Francesco Mario Agnoli, a causa di un atavico complesso di inferiorità ne confronti della cultura della modernità ha accettato di ricoprire la parte del discolo un po’ scemo che nell’800 non aveva capito la grandezza morale del processo unitario in cambio del riconoscimento di un ruolo, secondario e periferico, nel processo unitario medesimo; una destra, infine, in classico ordine sparso ed insignificanza culturale. L’unico vincitore culturale appare, per quanto paradossale possa apparire, il laicismo di radice massonica, tanto minoritario in Italia quanto, con altrettanta evidenza, abituato ad utilizzare fecondamente strumenti lobbistici,  debolezze e viltà altrui.

La visita del Presidente Giorgio Napolitano al Meeting di Rimini avrebbe pertanto essere un’utile eccezione a questa regola minimalista, e dar vita ad un interessante confronto fra soggetti certamente diversi, ma istituzionalmente e politicamente importanti nel panorama dell’Italia contemporanea. Dal nostro punto di vista l’occasione è stata del tutto persa, e per comuni e simmetriche fragilità. Il Presidente, ligio ad una sua personale interpretazione del proprio ruolo istituzionale, non si è distaccato dalla più classica vulgata che vede nella diretta filiazione risorgimento-resistenza la base dell’identità italiana; gli ospiti, troppo occupati a non entrare in nessun anche minimo non diciam contrasto ma quantomeno dibattito con l’illustre ospite, hanno ripetuto con massiccia disciplina di gruppo, ma con ancor minore credibilità, la stessa litania. È ’ inutile, francamente, sottolinearne la parzialità e l‘inattendibilità sul piano storico-documentario; chiunque ne abbia un minimo di conoscenza lo sa. È triste vedere che ancora una volta ciò che conta sia la ripetizione di una fabula politica, di una “neostoria” orwelliana al posto di una realtà complessa, ferrigna e sanguinosa, ben poco olografica ma almeno vera, e che rende conto delle autentiche radici dei problemi dell’ora presente.

Ne è emerso un coro stonato con la storia stessa del Meeting, che anni fa ha a lungo dimostrato un coraggio intellettuale su questi temi oggi lontano, come lontana appare la testimonianza in argomento di Mons. Giacomo Biffi da quella del cardinal Bagnasco, che ha riportato alla mente le pagine di Giovanni Spadolini sul “concordismo ad oltranza” di un cattolicesimo incapace di coraggio culturale quindi anche di potenza nell’Annuncio religioso.

L’identità nazionale italiana non ne è stata né difesa né corroborata; chiuse le tende del teatro, terminati i saluti di circostanza, spenti gli applausi a comando tutto resta fragile come prima. I problemi ci restano in mano come prima. Quel che rispetto a prima peggiora è la distanza fra la politica e la realtà. Fino a quando l’Italia potrà permettersi  di affastellare retorica sulle proprie storiche piaghe? Temiamo che la coperta oramai sia cortissima.

Ma alla fine delle celebrazioni del 150° mancano ancora un pugno di mesi.

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