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FREE BRITAIN: NOTHING IS REAL…

L’irruzione della politica comporta la fine dell’acquario di Bruxelles?

Identità Europea da 20 anni combatte per dare spazio, fiato e una speranza all’Europa dei popoli. Di fronte al risultato del referendum britannico, prevenendo le scontate cortine di distrazione di massa, abbiamo qualcosa da osservare e qualcosa da dire. Siccome tutto ciò non finirà certamente sui giornali impegnati a condividere le medesime veline, approfittatene qui. E fateci sapere cosa ne pensate.

1. Il Regno Unito non è la Grecia.
In un mondo di eguali c’è sempre qualcuno più eguale degli altri. L’attuale Europa a tète bruxellois non fa evidentemente eccezione. Ricordate quando la Grecia cercò di scavarsi qualche spazio di manovra rispetto ai diktat della trojka tramite referendum popolare? Ricordate le minacce, i toni tonitruanti, l’abbaiare in tedesco, la mobilitazione massmediale europea contro l’arroganza dei greci, che pretendevano addirittura di votare sul proprio destino? Che differenza con i toni di oggi… Eppure il Regno Unito ha avuto dall’UE ben più della Grecia, a più riprese e fino in fondo. Chissà da dove nasce questa rispettosa acquiscenza al pelo del servilismo, mal travestita da rispetto per il verdetto popolare, di cui ai vertici comunitari odierni non importa un fico secco? Un piccolo aiuto per i più giovani: quali sono le due Somme Istituzioni dell’Occidente che da sempre hanno la propria  Sede Centrale a Londra? I primi tre che risponderanno correttamente vinceranno un autografo di Magdi Allam. Non spingete…

2. Il Regno Unito non è la City.
Più di un anno fa, un bel numero monografico di Limes sulla City e l’UK, sottolineava un dato: la siderale distanza sociale, economica e culturale che intercorre fra l’esiguo territorio – parte della città di Londra – in cui comanda la Borsa internazionale (e in cui migliaia di giovani europei sognano di andare a fare il cameriere per sopravvivere) e il resto del Regno Unito. Come sempre le statistiche, mescolando realtà inconciliabili, mimetizzano e mentono. Dire che il 52% degli inglesi ha votato per l’uscita dell’UE (e il 48% no) comporta la scelta di ignorare una lunga serie di linee di frattura: tra la City e il resto del paese; fra la Gran Britannia, la Scozia e l’Irlanda del Nord; fra le città e le campagne. Tra l’addetto di Borsa e il contadino Cornish, secondo voi, chi ha votato per andarsene? La prima buona notizia è che accanto al pesce d’acquario londinese, esistono ancora esseri umani nel Regno Unito. E dicono la loro.

3. Il Regno Unito non è l’Europa. Ma è stato un mezzo per non farla nascere.
Comunque, l’ipocrisia – che è il vizio peggiore della democrazia borghese – che si straccia le vesti per l’uscita “dall’Europa” del Regno Unito fa finta di ignorare che l’UK dell’Europa unita non ha mai fatto parte, né ha mai voluto far parte. Anzi, vi è entrata con una mission ben precisa, quella di impedire un’unione politica dell’Europa. Missione affidata all’UK dagli Stati Uniti, e perfettamente realizzata attraverso la clausola di voto all’unanimità. Oggi è troppo comodo far finta di dimenticare che il percorso di uscita del Regno Unito dall’UE è iniziato esattamente all’indomani del cambiamento delle modalità di voto all’interno dell’Unione Europea (la cosiddetta “maggioranza qualificata”). Il resto è noia.

4. Impedire questo sconcio pronunciarsi del popolo (also spracht Schultz)
Da stamane è già alto il coro delle “autorità” dell’UE, primo fra tutti il socialdemocratico Schultz, che assicurano che non vi saranno altri referendum sul modello inglese. La pretesa è interessante, perché implica la volontà politica bruxellense di impedirli, o di schiacciarne il risultato con agile stile greco. Vero è che nulla conta meno in democrazia del voto popolare, ma dirlo così apertamente – e soprattutto dalla bocca di un sì prestigioso esponente della sinistra tedesca – è segno di eccessivo nervosismo, oltre che di incipiente delirio d’onnipotenza. I bookmakers londinesi lo danno al 3%.

Ciò osservato, c’è qualcosa da dire:

a) Il referendum inglese è stato un atto politico, completamente sfuggito di mano a quel pover uomo di Cameron, icona psicosomatica delle mollezze di un’intera classe dirigente forgiata dai rituali studenteschi di Eton. E la politica ha riaffermato con questo atto di non essere comprimibile all’infinito dalle paludi tecnocratiche e burocratiche bruxellensi. La prima vittima dell’uscita dell’UK dall’UE è quindi il delirio d’onnipotenza del burocrate comunitario. Un modello di Europa unita è morto: serve solo prenderne atto. Un altro modello di Europa Unita è indispensabile. E se si tornasse in tutta semplicità alle radici del progetto europeo: confederale, con alcune funzioni cruciali del tutto devolute all’Unione (toga, spada e moneta, da sottrarre alla poprietà privata di Banche centrali il cui interesse non coincide mai con quello dei cittadini europei, chissà perché), e il resto ri-affidato alle comunità locali e nazionali applicando per una volta non al contrario il principio di sussidiarietà? O si preferice attendere che qualche altro paese di tradizione protestante prenda la via del largo?

b) L’inutile terrore massmediale. La seconda vittima del referendum inglese è la spocchia totalitaria con cui i mass media continentali hanno cercato di catechizzare i popoli europei ripetendo ossessivamente un mantra iperconservativo, in cui ogni cambiamento rispetto all’equilibrio bruxellense non poteva che spalancare le soglie dell’Inferno e della distruzione. Lo stesso mantra con cui è stato catechizzato il popolo greco poco tempo fa. Ebbene, il mantra non funziona più: proprio l’esempio greco ha dimostrato a chiunque quanto i media mentano.

c) Crisi delle borse? Da stamane tutti a piangere in diretta sulle sbandate della borsa di Tokio. Possiamo finalmente dirlo? E chissenefrega! Può anche darsi che i problemi del contadino cornish, dell’allevatore sardo o del pescatore di Rodi abbiano maggior dignità ed importanza per la costruzione di un’Europa dei popoli di quanto avviene all’interno della realtà virtuale delle borse europee. Da cui, non a caso, i primi industrali dotati di fiuto stanno ritirando la propria presenza… Tornare alla difesa dell’economia reale in ogni chilometro quadrato di Europa!

d) Europa unita fuori dalla NATO. L’incapacità di comprendere la realtà concreta da parte delle élites burocratiche trincerate a Bruxelles in quest’occasione si è incarnata nella faccia di Tusk, il polacco presidente del Consiglio Europeo; un personaggio simbolo dell’astrattezza liberale, il cui radicamento elettorale nella sua Polonia è persino maggiore della sua capacità di comprendere la realtà europea. Il che è tutto dire. Egli, per persuadere gli inglesi a rimanere nell’UE ha avuto la buona idea di far notare come l’UK fuori dall’UE indebolisce l’alleanza atlantica. Gli inglesi ne sono stati evidentemente scioccati. Ma in una cosa Tusk ha ragione: finché la politica estera dell’UE sarà di fatto vampirizzata dalla NATO, l’Europa Unita non nascerà mai. Che il referendum inglese ci consenta di riprendere in pugno un altro pezzetto del nostro destino?

e) Forza Scozia! Infine, una speranza: che da questo referendum ne sorga presto un altro, e la Scozia – che ha votato compattamente per rimanere nell’UE, con percentuali che hanno raggiunto il 70%, possa farlo. Anche qui, un onda di ridicolo ta sommergendo i Grandi Burocrati di Bruxelles, che coralmente avevano minacciato la Scozia di lasciarla fuori dalla porta comunitaria quando vi fu il primo referendum per l’indipendenza scozzese… Il tutto per appoggiare il governo Cameron, da cui hanno avuto quest’oggi una bella sculacciata. L’Europa vera ha bisogno della Scozia. Da Comunità libera ed indipendente. Di questa gente noi abbiamo bisogno per la costruzione dell’Europa dei popoli. E speriamo presto di poter visitarne la nuova capitale. Alba gu brath!!!

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