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ANDERS BREIVIK O DELLA “TENTAZIONE MAURASSIANA” di Luigi Copertino

La recente vicenda dell’attentato di Oslo e della strage di Utoya necessita di qualche riflessione.

Solo alcune brevi considerazioni, suggerite all’istante, perché è evidente a tutti che l’attentatore è a lungo vissuto in un clima spirituale e culturale avvelenato da una neo-ideologia, quella che abbiamo imparato a chiamare “cristianista”, la quale riduce la fede ad uno strumento di lotta e di dominio politico.

E’, quello nel quale ha vissuto Anders Behring Breivik, il clima culturale artificiosamente creato da “atei devoti” e neoconservatori (anche nella loro versione teoconservatrice), per i quali il Cristianesimo sarebbe la religione dell’Occidente neo-liberista e come tale legittimante fondamento delle “nuove crociate” per la liberazione dell’Europa dal dominio islamico e l’esportazione globale della democrazia.

L’apologia huntingtoniana del presunto “scontro di civiltà”, ormai acriticamente accettata dal sistema mediatico, ripropone anche in casa cattolica la tentazione “maurassiana”, visto che non sono affatto minoritari quei gruppi, quelle associazioni e quegli esponenti di peso ecclesiale e mediatico che, in ambito cattolico, da anni mobilitano i semplici fedeli, soprattutto quelli di formazione “tradizionalista” – povera gente alle prese con le incertezze della Chiesa postconciliare e quindi facilmente suggestionabile e strumentalizzabile – agitando lo spauracchio dell’islam quale “nemico metafisico” di una Cristianità artatamente confusa con l’Occidente ed arruolando, in tal modo, il gregge di Cristo sotto le bandiere a stelle e strisce della superpotenza protestante oltreoceanica.

Charles Maurras, maitre a penser dell’Action Francaise, ossia del primo movimento di massa del nazionalismo sociale moderno, si professava un “cattolico ateo”.

Seguace della filosofia positivista e paramassonica di Auguste Comte – il quale guardava al medioevo cattolico come ad una età “organica” contrapposta alla modernità o età “meccanica” e pertanto dissolutoria – Maurras apprezzava il Cattolicesimo soltanto come fattore storico e sociologico capace di creare aggregazione sociale in opposizione all’individualismo protestante. Di conseguenza egli ammirava lo spirito gerarchico della Chiesa e vedeva in essa un elemento di stabilità e conservazione dell’ordine sociale gerarchico (che, in realtà, già ai suoi tempi non era più quello dell’Antico Regime ma quello del moderno capitalismo).

Il Cattolicesimo, per via della sua romanità, diventava, così, nella interpretazione maurrassiana, soltanto una forza disciplinatrice nonché l’“anima storica” della Francia. Il nazionalismo francese, pertanto, avendo come obiettivo quello di riportare la Francia ai fasti della antica monarchia assoluta, travolta dalla Rivoluzione, doveva valorizzare, ma solo come strumento identitario, il Cattolicesimo. Infatti, secondo Maurras, dal momento che la modernità ha reso inconsistente ogni metafisica, la neo-monarchia nazionale avrebbe dovuto essere concepita sulla base delle leggi storico-sociali scoperte dalla scienza positiva. Dalla filosofia di Comte e Saint-Simon, i padri della moderna sociologia, Maurras traeva i canoni del suo “empirismo sociale” come strumento per una politica intesa a ricostruire, in termini moderni, una nuova organicità sociale ed aggregatrice contro il dissolvimento individualistico introdotto dal giacobinismo rivoluzionario.

Egli, in tal modo, finì per teorizzare una monarchia su basi esclusivamente storiche, sociologiche e nazionali, per la quale l’identità cattolica fosse soltanto un collante naturalistico che la nuova politica positiva avrebbe dovuto usare e valorizzare in funzione della riedificazione della società dopo la tempesta rivoluzionaria. La monarchia maurassiana è una forma di governo empirico, senza giustificazioni metafisiche. Una “monarchia sociale” che nei maurassiani di “sinistra”, il poeta Robert Brasillach (barbaramente fucilato nel 1946, dopo un ingiusto processo, dai gollisti), Lucien Rebatet, George Valois, diventò ben presto una “monarchia socialista”: questo – sia detto per inciso – è un esito che non dispiace quando è accompagnato, come nel caso del già citato Brasillach o in quello di Georges Bernanos, un altro seguace benché critico di Maurras, da una fede cattolica sincera e non strumentale (1).

Acerrimo nemico della massoneria, Maurras non ha saputo riconoscere le radici massoniche, o perlomeno la stretta parentela con il pensiero massonico, della filosofia comtiana (i seguaci di Comte si costituirono in una vera e propria setta para-religiosa con tanto di rituale iniziatico). Il governo tecnocratico auspicato da Comte, attraverso il Gruppo X-Crise di ispirazione tecnocratica ed il movimento sinarchico tecnocratico, troverà, con l’ausilio di alti tecnocrati espressione di quegli ambienti, come Jean Coutrot, un tentativo di realizzazione, dietro la facciata della restaurazione tradizionale di una società organica e rurale, nella Révolution Nationale portata avanti tra il 1940 ed il 1945 dal regime collaborazionista di Vichy (2).

Nel maurrassismo l’ateismo positivista si coniugava con l’eredità cattolica intesa soltanto come fattore identitario di aggregazione nazionale. Per questa via, Maurras ed i suoi discepoli, in questo più di lui “trasgressivi” delle categorie di destra e sinistra, non potevano non incontrare quella sinistra eretica, post-marxista, la quale, sulla scia dell’eredità ideale del pensiero socialista e federalista di Proudhon e del sindacalismo rivoluzionario di Sorel, vagheggiava un socialismo nazionale o comunitario. Zeev Sternhell, storico francese di origini ebree, ha individuato in questo percorso la radice francese del fascismo europeo (3).

L’“ateismo devoto” ed il suo stretto parente ovvero il “cristianismo” odierno – come è evidente – ripropongono esattamente le posizioni che già furono di Maurras. Solo che, a differenza del pensatore francese, gli atei devoti ed i cristianisti, oggi, tendono a identificare il Cattolicesimo, o il Cristianesimo più in generale, con l’“anima dell’intero Occidente”. Anch’essi, però, guardano all’identità religiosa come al mero collante storico e sociologico della “civiltà occidentale”, sorvolando poi, in questo a differenza di Maurras, sulle fratture della Riforma protestante e della Rivoluzione francese.

Certo non tutti coloro che guardano con simpatia a questa operazione culturale, intesa a schiacciare la fede cristiana sull’occidente liberale ed americano-centrico attuale, sono “atei devoti”. Anzi, almeno in Italia, diversi gruppi della destra cattolica tradizionalista – invero inquinati dal pensiero “pliniano” (4) – che certo non possono essere considerati appartenenti all’alveo dell’”ateismo devoto” vero e proprio, hanno ciononostante fatto propria la rinnovata prospettiva maurrassiana del pensiero neoconservatore.

Il fatto è che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Lo stesso giorno ed in quelli immediatamente successivi alla strage di Utoya ed alla bomba di Oslo, quando dopo il primo clamore sulla matrice islamista dell’evento si è scoperto che invece l’attentatore si definiva “cristiano”, uno degli esponenti più in vista della destra cattolica pliniana, interpellato da tv ed agenzie di stampa nella sua qualità di esperto cattolico dei “nuovi movimenti religiosi”, con estrema difficoltà celava, nel prendere le distanze, il suo evidente imbarazzo – l’imbarazzo di chi è in qualche modo consapevole del fatto che Anders Behring Breivik nutre sull’“Occidente in pericolo di islamizzazione” molte idee caldeggiate dalla stessa destra pliniana – sottolineando l’appartenenza massonica dell’attentatore e quindi la sua – su questo siamo perfettamente d’accordo – non riconducibilità al Cattolicesimo (5).

Se la formazione di Breivik non è riconducibile al Cattolicesimo, tuttavia è certamente riconducibile al protestantesimo, perlomeno a quello di “destra”. Ed è qui che vengono al pettine molti dei nodi ai quali facevamo cenno e che sono stati sottovalutati dalla destra cattolica pliniana. Riemergono, in altri termini, le fratture teologiche e storiche, da quella “destra cattolica” tendenzialmente nascoste in nome della comune patria occidentale, che l’Europa – ed ancor di più: la Chiesa cattolica – ha conosciuto in passato e che hanno determinato incolmabili – a viste umane – separazioni alle quali, in fondo, nessun ecumenismo, né progressista né neoconservatore, può facilmente rimediare.

Il problema di fondo dei teo-neo-conservatori cattolici è, fatte le debite differenze epocali, lo stesso problema che un tempo fu dei cattolici maurassiani: ossia il porre al primo posto la “civiltà cristiana” in senso sociologico.

La domanda cruciale, per i cattolici, in questi nostri anni, nei quali non è più, purtroppo, questione di difendere una civiltà cristiana che non c’è più, è infatti la seguente: viene prima la “civiltà cristiana” o la fede? Viene prima la Persona di Cristo o l’Occidente (presunto) cristiano?

Ed ancora: il Cristianesimo, che è innanzitutto la Rivelazione di Dio all’umanità, è capace in termini di mera consequenzialità di generare anche la o le “cristianità” oppure Esso è solo un fattore storico e sociologico che caratterizza una particolare civiltà, tra le tante che esistono, con inoltre la pretesa di imporsi universalmente sulle altre?

Infatti se il Cristianesimo fosse del tutto ricompreso in un contesto culturale preciso, ossia quello occidentale, illegittima, data questa particolarità, sarebbe la sua pretesa di universalità, perché questa sarebbe una universalità “occidentalocentrica” e quindi in fondo etnocentrica.

A fronte di queste obiezioni, i catto-cons solitamente reagiscono con la calunnia e la violenza verbale, invero poco caritativa, che è un po’ il loro modo di “scomunicare” l’eretico. L’accusa, generalmente, data la provenienza tradizionalista di molti catto-cons, è quella di “modernismo”.

L’aporia dei neocons e dei “cristianisti” che confondono l’Universalità del Cristianesimo con la globalizzazione occidentale, facendo della fede cristiana l’elemento religioso di una civiltà particolare – quasi la fede fosse un “ethos” pagano – è stata perfettamente colta da un acuto commentatore cattolico il quale, in ordine alle gravi questioni sollevate dai fatti di Oslo, ha osservato: «I mussulmani non vanno annientati, vanno convertiti, non sono bestie o seme d’asino, ma figli di Dio. E sia chiaro che per ciò che mi riguarda se proprio devo scegliere tra un mussulmano devoto e un cristianista massonico scelgo il primo. L’idea che ha armato la mano di Breivik è quella secondo cui Dio è un Dio dell’Occidente, un Dio politico, non Dio di tutti gli uomini. E qui è il grande problema e la grande differenza tra i veri cattolici e i falsi cristiani: se la salvezza è di tutti, nessuno può confondere la Fede con la civiltà ed anteporre questa alla prima. La Civiltà cristiana è figlia della Fede, non viceversa. Non si ricostruisce la civiltà cristiana a partire dalla spada, ma dalla croce, non dalla guerra, ma dalla preghiera, non dalla volontà di potenza , ma dalla grazia e dalla conversione. La civiltà cristiana ha iniziato il proprio inarrestabile sgretolamento allorquando ha rimosso Dio dal centro della vita, sottraendo a Cristo il trono della sua regalità, cioè la propria sovranità sui popoli e le nazioni. (…). L’Occidente è oggi un luogo senza Dio, in cui l’uomo celebra nel trivio e nel mercato la propria presunzione prometeica di autosufficienza. (…). Non c’è battaglia, perché prima occorre una conversione del cuore. E questa ci fa capire che la buona battaglia è solo quella della Croce» (6).

Parole ineccepibili. Infatti l’errore di molti cattolici cosiddetti tradizionalisti è che essi si illudono che basti un decreto legge (leggasi un “regime”, un “governo”, un “movimento politico”, una qualsiasi “egemonia” politica, culturale, economica) per restituirci la Cristianità. In tal modo, invece, ci si espone alle anticristiche sirene di chi, ateo anche se “devoto”, vuol fare della fede un utile instrumentum regni.

Si espone a dette sirene, ad esempio, un leghista radicale come Borghezio. Il quale, tuttavia, ha almeno il merito della sincerità. Infatti: «Borghezio - osserva un nostro amico in una mail recapitataci - dice che Breivik non era un pazzo, e che le sue idee sono le stesse di partiti politici che raccolgono circa il 20% dei voti degli europei, quindi di circa 100 milioni di elettori. Breivik, Borghezio, Magdi Allam, Marcello Pera, gli identitaires francesi, 166 deputati danesi su 179, Geert Wilders, appartengono tutti alla stessa cultura, e rispetto la persona abbastanza onesta da riconoscerlo».

Pur facendo le debite e necessarie distinzioni tra l’attentatore norvegese e gli altri personaggi citati nella sua mail da quell’amico, come non essere d’accordo sul fatto che per formazione culturale Breivik appartiene all’area della “nuova destra neoconservatrice”?

I cattolici non dovrebbero mai dimenticare che tra la Chiesa e la società, persino quando quest’ultima ha avuto la forma storica e sociologica di “Cristianità”, vi è sempre stata una certa, relativa, distanza, che impedisce l’identificazione totale tra la Chiesa stessa e la comunità politica o civile. Tradotto in termini attuali: impedisce l’identificazione tra Chiesa ed Occidente odierno. Questo è, appunto, l’errore di “cristianisti”, neocons e teocons. Non a caso si parla di “atei devoti” e non a caso Breivik si definisce un “cristiano culturale” ossia un fautore della “civiltà cristiana” (quale, anche quella post Lutero?) senza alcuna necessità di questionare sugli effettivi fondamenti metafisici, o meno, di una civiltà che poi pretende di chiamarsi cristiana. Maurassismo allo stato puro.

De Maistre, da un lato, e Lamennais, dall’altro, pur essendo l’uno sostenitore dell’Ancien Régime e l’altro della “cristianità democratica”, sono stati entrambi disapprovati dalla Chiesa proprio per questa loro identificazione della Rivelazione con un assetto sociale particolare (reazionario o democratico poco importa) (7).

Agostino, per indicare la predetta distanza tra Chiesa e società, considerava cristianamente ammissibilità le “leggi imperfette” ossia non collimanti perfettamente con la legge naturale. Tommaso d’Aquino, dal canto suo, non identificava sic et simpliciter la legge civile con la legge naturale e quest’ultima con quella Eterna, ma differenziava i livelli ammettendo sempre la possibilità di un inevitabile scarto. Inevitabile come conseguenza del “peccato originale” e dunque della fallacia umana. Nella Dottrina Cattolica è prevista, appunto a causa del peccato, anche la tolleranza, che significa però anche circoscrizione, del male in quanto esso non è eliminabile dalle sole forze umane senza il concorso soprannaturale della Grazia, che resta sempre un dono e mai un diritto.

E’ certamente vero che tra Chiesa e società, in ogni tempo, sussiste anche un certo grado di inevitabile commistione e di influenza, talvolta reciproca e non sempre unidirezionale ossia dall’Alto verso il basso. Tuttavia, ancora una volta con Aurelio Agostino, non possiamo dimenticare che, pur non separate, come il grano e la zizzania della parabola, fino alla fine dei secoli, la Civitas Dei (che non è identificabile per l’Ipponate con la Chiesa tout court perché Essa, certamente Santa in quanto Corpo Mistico di Cristo, è pur sempre costituita da peccatori) e la civitas mundi non collimano ontologicamente tra loro e restano, invisibilmente eppure sensibilmente, distinte anche nel tempo presente. Mediate, invero, da quell’ambito politico intermedio che Sergio Cotta individua nel pensiero agostiniano e chiama “Civitas hominum”.

Il cristiano, che è nel mondo ma non del mondo, vive la vita associata, politica, sempre rivolto verso la Luce del Tabor, quella che trasfigura, senza affatto annientarla, la carne in vista della Resurrezione.

In questo, il cristiano è memore dell’insegnamento di Nostro Signore: “Date a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel che è di Dio” che non è, come troppo spesso si pensa, una proclamazione di laicismo (semmai di “sana laicità”) ma un invito a distinguere, anche se non ad opporre, l’ambito teologico, quindi spirituale ed ecclesiale, e quello politico, quindi sociale e statuale, senza che quest’ultimo debba per forza essere lo spazio del peccato: non lo è affatto ontologicamente ma lo diventa quando l’uomo chiude all’Alto.

Il limite dell’economia veterotestamentaria, del quale è tuttora prigioniero il giudaismo post-biblico, era quello della riduttiva, ma all’epoca inevitabile date le condizione del mondo di allora, trasmissione etnica della teologalità della vocazione di Abramo. Il Cristianesimo ha rotto tale limite evidenziando in tutta la sua essenza metafisica e sovrannaturale, dunque anche sovra-etnica e perciò universale, quella teologalità vocazionale. Per questo l’Apostolo ha potuto dire che in Cristo non c’è più né giudeo né greco. Il giudaismo post-biblico, invece, cade in una inevitabile aporia quando pretende per il popolo di Israele, inteso come messia collettivo, un carattere messianico, ordinato alla missione di portare il Dio unico a tutte le genti ma nella assoluta permanenza della propria specificità. L’aporia consiste nel fatto che l’etnocentrismo di Israele resta tale nonostante la sua pretesa di universalità. Infatti, ad un Dio che si presenta come Dio che pone un popolo particolare al centro e al di sopra degli altri è difficile che i gentili, inevitabilmente in questa prospettiva considerati secondari e meri proseliti, possano avvicinarsi accettandolo con sincerità. Solo nella Chiesa, che accoglie tutti i popoli senza distinzioni facendo di tutti gli uomini figli di Dio senza preferenze o primogeniture (anzi rovesciando ogni pretesa “primogenitura” come nel racconto biblico di Giacobbe ed Esaù o nella parabola evangelica del figliol prodigo), si è realizzata l’universalità nel senso più vero ed autentico della parola (8).

Ed è per questo che la Chiesa non potrà mai definitivamente identificarsi con una qualsiasi porzione culturale o etnica dell’umanità o una qualsiasi civiltà: neanche con quelle che sono nate nel suo seno (e che poi hanno rinnegato la loro Madre, come l’Occidente moderno).

Più di una volta ci siamo rammaricati del triste esito che ha avuto negli ultimi anni il mondo ciellino che solo vent’anni fa sembrava essere riuscito a dar vita ad un “tradizionalismo cattolico popolare” mentre oggi è allineato e schierato sul fronte teoconservatore e neo-liberista. Antonio Socci, uno degli opinionisti di punta provenienti dal mondo ciellino, stimabile quanto a limpida fede che egli dimostra ma dal quale ci sentiamo lontani quanto alle scelte politiche, ha definito quella dei “cristiani culturali”, pur specificando che lui personalmente ne è lontanissimo (ed è per questo aspetto che continuiamo a stimarlo), una “nobile categoria” (9).

Il suo ragionamento tuttavia non quadra. Proprio perché Socci dice di non essere un “cristiano culturale” dovrebbe porsi qualche interrogativo sul perché partendo da posizioni da cristiano culturale si possa poi, avendo fatto proprio l’huntigtoniano e falso concetto dello “scontro di civiltà”, arrivare alla strage. Certo, Benedetto Croce e Gaetano Salvemini – citati da Socci come esempi nobili di “cristiani culturali” – non sono paragonabili a Breivik ma quest’ultimo parte dalle loro stesse posizioni di “atei devoti”.

Prima la fede e poi la civiltà cristiana. Altrimenti diventiamo gli utili idioti dell’Impostore, che tenta i seguaci di Cristo con questioni secondarie. E’ bene ricordare che ne “Il Racconto dell’Anticristo” di Soloviev (d’accordo lo scrittore russo era un po’ teosofo ma anche lui nell’ultima parte della sua vita – quella in cui ha scritto Il Racconto – ha avuto salutari ripensamenti) l’Imperatore del Mondo tenta i cristiani promettendo loro beni temporali. Ma i cristiani, o meglio: quei pochi rimasti fedeli, gli rispondono che per essi l’unico vero Bene, essenziale ed irrinunciabile, è la Persona di Gesù Cristo. E’ davvero così assurdo pensare che noi, cristiani di inizio XXI secolo, ci troviamo esattamente nella condizione storica “profetizzata” dallo scrittore russo (10)?

Quanto abbiamo fin qui detto apre ad altre importanti questioni nelle quali, purtroppo, non possiamo, in questa sede, entrare nel merito. Un accenno, però, ad una di tali questioni è qui essenziale. Ci riferiamo alla vexata quaestio del presunto carattere intollerante del Monoteismo verso le altre culture.

Un valente filosofo della religione, Michele Turrisi, di formazione valdese, ha avuto modo di argomentate acute osservazioni critiche a proposito del senso di superiorità morale che la fede monoteista può comportare nei confronti dei “pagani” e degli “idolatri” (11). A dimostrazione di questo egli porta l’esempio dei racconti biblici, di cui al capitolo 12, 10-20 ed al capitolo 20 del Genesi, relativi al comportamento immorale di Abramo, che per paura del Faraone e del re Abimelech non esita a far passare la moglie per la sorella esponendola alle attenzioni tutt’altro che caste dei potenti del tempo. Il Patriarca, dunque, sembra arguire il Turrisi, nonostante anzi proprio perché si sente destinatario di una chiamata eccezionale, ed investito di una missione particolare, da un lato guarda, secondo la sua prospettiva in fondo intollerante, con disprezzo agli altri popoli idolatri e, quindi, immorali ma dall’altro non esita anch’egli ha “vendere” la moglie alle voglie del faraone o del re pagano. Sicché, si chiede, in conclusione il Turrisi, come è possibile, a fronte della fragilità umana, a fronte della fragilità dello stesso Patriarca “padre di tutti i credenti monoteisti” – ebrei, cristiani e mussulmani – , affermare, come spesso fanno orgogliosamente i credenti monoteisti, che la mia chiesa o la mia fede è più vera della tua? Atteggiamento che porta inevitabilmente all’intolleranza ed alla violenza, nonostante le proclamazioni d’amore dei monoteisti (12).

Non ci meraviglia che un tale acuto ragionamento sia portato avanti da chi ha avuto una formazione protestante. In più occasioni abbiamo avuto modo di rilevare che la radice del soggettivismo, anche di quello esegetico, è in Lutero e nei suoi predecessori (13). Si aggiunga inoltre che  il rischio dei filosofi della religione è quello di perdere di vista le pascaliani “ragioni del cuore” perché troppo presi dalle ragioni dell’intelletto. Sia ben chiaro: hanno diritto di cittadinanza entrambe le “ragioni”, sia quelle del cuore che quelle dell’intelligenza, ed entrambe ci sono indispensabili. Ecco perché bisogna cercare il giusto equilibrio.

Comunque sia, ci sembra che il Turrisi non abbia ben compreso che tutta la Scrittura, ossia la narrazione della vicenda storica di Dio con l’uomo, è una grande pedagogia d’Amore. La Bibbia, in verità, ci dice – dice a noi tutti fedeli “abramitici” – che Abramo, attraverso le sue esperienze esistenziali, è indotto da Dio a comprendere che essere depositari – ed il Patriarca nei suoi tempi ne era l’unico depositario – del Monoteismo non significa essere titolari di una superiorità morale.

Nella Scrittura Dio ammonisce ripetutamente gli ebrei ricordando loro che non sono stati scelti perché avevano davanti a Lui meriti o diritti particolari ma soltanto per pura grazia, per Sua libera decisione, in vista della salvezza di tutti i popoli (che, per i cristiani, si è adempiuta in Cristo mediante la Sua Chiesa universalmente aperta ad accogliere tutti gli uomini, tutte le culture). Gesù Cristo, a riprova della sostanziale unità di Antico e Nuovo Testamento, riprende l’ammonimento quando dice ai suoi apostoli: “Non voi avete scelto Me ma Io ho scelto voi”. Essere scelti per grazia (le opere scaturiscono, poi, dalla grazia come segno della sua efficacia nella conversione del cuore: cosa questa che Lutero non ha mai voluto comprendere fino ad aborrire la lettera di Giacomo che nelle opere vede, appunto, il segno di una fede vera e viva) non avviene per diritti speciali né comporta meriti particolari e, di conseguenza, pretese di superiorità. Piuttosto comporta disponibilità al sacrificio di sé stessi per Amore di Dio e del prossimo (che è l’essenza, immutabile ed eterna, della Legge).

Abramo, attraverso le esperienze narrate dalla Bibbia, è indotto da Dio alla scoperta della legge naturale (la bellezza, la bontà, la giustizia) iscritta dal Creatore nel cuore degli uomini, di tutti gli uomini: anche dei pagani e degli idolatri, benché costoro non ne hanno, fino all’intervento divino, chiara consapevolezza. In tal modo Abramo, un po’ alla volta, inizia a comprendere che essa, la legge di natura, agisce anche tra i pagani. Ma Abramo è contemporaneamente indotto anche alla scoperta che tale legge di natura, proprio perché viene da Dio, a Lui riconduce, se rettamente praticata. E questo rende necessaria la Rivelazione di Dio. Nel racconto biblico, il Dio di Abramo parla al re idolatra Abimelech accusandolo di abuso e minacciandolo di morte. Ma, in realtà, Dio, apparentemente imputando colpe a chi ha agito in buona fede perché ignaro per l’inganno di Abramo della vera identità di Sara, sua moglie, con il Suo intervento mette alla prova il cuore del re pagano. Il quale si dimostra, per legge di natura, retto e, mosso da chiare intenzioni di pentimento, rettifica il proprio comportamento, invocando la sua innocenza ben nota al Signore.

Il Dio di Abramo anche in altre occasioni, come ad esempio nel racconto di Sodoma e Gomorra, sembra un Dio adirato ed implacabile, ma, poi, su sollecitazione del Patriarca si mostra clemente e disposto a risparmiare la città peccatrice se solo si trovassero in essa anche pochi giusti ed il fatto che di giusti non se ne trovarono, secondo la Bibbia, è imputabile all’uomo e non a Dio).

E’ evidente quale sia la sapiente pedagogia del Dio biblico che intende portare l’uomo ad una sempre maggiore, benché graduale, consapevolezza della Verità che non è mai contraria all’Amore.

Il Signore provoca il cambiamento di atteggiamento nel re Abimelech, anziché rimproverare direttamente Abramo della sua codardia ed immoralità, proprio per mostrare al Patriarca di tutti i monoteisti che anche un pagano ha innato il senso di giustizia ed il timor Dei, il quale ultimo è poi il primo passo verso la scoperta del Dio d’Amore.

Ciò naturalmente non toglie che il Monoteismo è un unicum, una eccezionalità storica che, nel suo comparire e svilupparsi, nessuna teoria antropologica potrà mai definitivamente spiegare in termini puramente storici ed umani. Una unicità, una eccezione, che differenzia le fedi abramitiche dal resto del panorama religioso dell’umanità. Certo noi “figli di Abramo”, ebrei, cristiani ed islamici, abbiamo spesso dimenticato che la Verità monoteista non può darsi senza la Carità. Ma questo è un portato della fallacia umana. In realtà il Dio di Abramo è, certo, Giusto ma è anche Misericordioso. Lento all’ira per gli ebrei. Clemente per gli islamici. Caritas, Amore, per i cristiani. Ecco perché non può non essere un Dio universale, che ama tutti gli uomini e tutti i popoli, al di là delle lotte fratricide che gli uomini, spesso purtroppo invocando, ma in realtà bestemmiando, il Suo Nome, ingaggiano gli uni contro gli altri.

Del resto, l’umanità, perlomeno l’umanità, ex cristiana, dell’Occidente, quando ha deciso di liberarsi del Dio di Abramo lo ha immediatamente sostituito con la razza, la classe, la nazione, la scienza, il mercato, e via dicendo, ed in nome di questi “idoli” ha continuato ad ammazzare ed ammazzarsi. Questo giusto per dire che la secolarizzazione non ha affatto reso migliore l’umanità, anzi piuttosto il contrario.

Luigi Copertino

 

NOTE

1) Generalmente si pensa a Bernanos come ad un cattolico democratico. Invece il grande scrittore francese restò sempre un cattolico tradizionale, come dimostra l’intera sua opera contrassegnata dalle grandi questioni del peccato e della grazia, della fragilità umana e della Redenzione. Non più reazionario ma non progressista, questa fu la parabola di Bernanos. A differenza di Maritain egli non traghettò da posizione antimoderne verso posizioni moderniste, per poi rivedere in extremis le scelte progressiste a fronte dei guasti post-conciliari. Bernanos, sincero uomo di fede, ruppe con Maurras quando si accorse che il suo cattolicesimo era solo strumentale ad un disegno politico. Ma non per questo Bernanos passò a posizioni catto-progressiste. La sua partecipazione alla resistenza va letta soltanto come l’adesione di un francese ad una lotta di liberazione patriottica, senza implicazioni politiche se non nel senso di una rinascita spirituale della Francia e dell’Europa che lo scrittore, come è testimoniato anche dalla sua corrispondenza con la non cristiana Simone Weil, auspicava. “I grandi cimiteri sotto la luna” non sono un’opera di denuncia del franchismo o una difesa della Repubblica spagnola. Bernanos, ancora simpatizzante per l’Action Francaise e con un figlio militante nella Falange, con quell’opera volle soltanto protestare tutta la propria delusione di fronte al comportamento criminale di gente che egli aveva fino a quel momento considerato della sua parte, quella che combatteva in nome dell’Europa cristiana, e che proprio per questo non avrebbe dovuto comportarsi come gli anarco-comunisti. Bernanos era stato testimone delle gesta criminali, nelle Baleari dove nel 1936 soggiornava, di un caporione fascista, tal conte Bonaccorsi, che si vantava essergli necessarie almeno tre donne al giorno. Bernanos imparò, da quella esperienza, che “la giustizia è sempre fuggiasca dal campo dei vincitori”, come ebbe modo di scrivergli la sua amica anarchica Simone Weil, in una corrispondenza, dopo essere stata a sua volta testimone della ferocia dei suoi in occasione delle torture cui essi sottoposero un giovane miliziano nazionale, caduto nelle loro mani, e che, nonostante le lusinghe prima ed i tormenti poi, non volle abiurare la propria fede politica, morendo – il giudizio è della stessa Weil – da eroe.

2) Dall’esperienza effettuata sotto il governo del maresciallo Pétain mossero i loro primi passi anche personaggi destinati ad altri successi politici, come Francois Mitterand, l’ultimo presidente socialista della Francia, e Jean Monnet, il tecnocrate europeo del dopoguerra. In effetti, diversi studi hanno ampiamente dimostrato la sostanziale continuità amministrativa ed ideologica – nel senso della ideologia della pianificazione tecnocratica – che ha caratterizzato il trapasso intellettuale e burocratico, degli alti quadri dello Stato, dal regime petainista alla Francia repubblicana. Una analoga continuità, del resto, è riscontrabile tra il regime fascista, la repubblica sociale e la repubblica italiana nata nel 1946. Diversi autori hanno poi sottolineato gli elementi di “pianismo corporativista” che sono rintracciabili tra la concezione dell’Europa del Monnet e gli analoghi progetti dirigisti e pianificatori del belga, socialista e “fascista”, Henry de Man, alle idee del quale si ispirarono diversi movimenti socialisti nazionali degli anni Trenta. Ricordiamo tutto questo non per supportare critiche di tipo neo-liberale al “corporativismo” ed al capitalismo sociale keynesiano, oggi ormai travolto dalla globalizzazione, ma solo per rammentare ai cattolici che non sempre, dal loro punto di vista, è “oro tutto quel che luccica”. Fermo restando, naturalmente, che non è certo per il fatto che il corporativismo moderno, di tipo tecnocratico, socialista o fascista, abbia basi culturali spurie, tali da renderne difficile un approccio acritico da parte cattolica (se ne rese perfettamente conto Pio XI nella “Quadragesimo Anno” del 1931 nella quale pur apprezzandolo per certi versi criticava per altri l’esperimento corporativista all’epoca in atto in Italia), si debba poi passare, come ha fatto la “destra cattolica pliniana” all’apologia del neo-liberismo, monetarista  e globalizzatore, di Milton Friedman e della scuola di Chicago, la quale ha fornito, a suo tempo, i consulenti economici al regime militare di Pinochet, altrettanto criminale di quello “eugenetico” di Allende (quest’ultimo, è ora noto, era un lodatore delle politiche eugenetiche).

3) Cfr. Z. Sternhell “Né Destra né Sinistra: la nascita dell’ideologia fascista”, Akropolis. Maurras e l’Action Francaise saranno scomunicati dalla Chiesa nel 1926, sotto il pontificato di Pio IX, essendo divenuta inevitabile, dopo diversi tentennamenti, la condanna di questa sorta di “ateismo devoto” ante litteram. Non si trattò, dunque, solo delle macchinazioni dei catto-modernisti come sostengono, tuttora, molti cattolici maurassiani. Tuttavia, successivamente, lo scontro si attenuò quando da parte dei cattolici militanti nell’Action Francaise, per la mediazione anche delle suore del carmelo di Lisieux, si riuscì a portare il movimento ed il suo fondatore su posizioni di maggior apertura verso la fede nella sua accezione autenticamente spirituale. Pertanto nel 1939 Pio XII tolse la scomunica. Lo stesso Maurras – come sembra d’altro canto anche Mussolini alla fine dei suoi giorni – si convertì e, alla luce di questa sincera conversione e della persecuzione che subì in patria nel dopoguerra (la sofferenza spesso riavvicina a Dio), ripensò molte delle sue precedenti posizioni filosofico-politiche. Però è indubitabile che il Maurras ateo cattolico, precedente la conversione, è in qualche modo l’antesignano degli atei devoti odierni.

4) Il riferimento è al pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira difensore dalla “sacralità” del latifondo terriero e dell’organizzazione semi-servile del lavoro.

5) Sulle contorsioni culturali della “destra cattolica pliniana” si segnalano sul blog di Franco Cardini, www.francocardini.net, ora ripresi anche dal sito www.identiteuropea.it, due puntuali e magistrali interventi del noto storico fiorentino sul “fondamentalismo cristiano” e sulla sua “impura follia” che demoliscono, muovendo da un punto di osservazione squisitamente cattolico, le pretese di rispettabilità culturale dei “cristianisti” di casa nostra.

6) Cfr. Domenico Savino “Il terrorista col grembiule” in www.effedieffe.com del 25/07/2011.

7) E’ interessante notare che la Chiesa non ha mai “canonizzato” alcuna opzione politica di per sé. La disapprovazione verso il De Maistre ed il Lamennais fa il paio con le scomuniche del Sillon di Marc Sangnier e dell’Action Francaise di Charles Maurras. In qualche modo la Chiesa sembra aver sempre presentito quanto ha spiegato, in termini di filosofia politica, Augusto Del Noce ossia che tra il reazionarismo ed il rivoluzionarismo, tra il tradizionalismo meramente o prioritariamente sociologico e il democratismo, vi è una profonda connessione che porta puntualmente al rovesciamento dell’uno nell’altro. Tale è stato, infatti, il percorso di un, appunto, Lamennais o, nel secolo successivo, di un Maritain, entrambi partiti da posizioni reazionarie (Lamennais era in origine seguace del pensiero di de Maistre e di de Bonald, Maritain di quello di Maurras) e finiti nel progressismo nella speranza di veder nascere la “nuova cristianità” in versione democratica. Nell’uno e nell’altro caso, reazione o rivoluzione, lo stesso errore: la riduzione della fede a puntello o matrice di un ordine sociale particolare. Naturalmente, a scanso di equivoci, questi rilievi non significano affatto che un Ordine sociale cristiano non possa darsi o che non si sia dato mai nella storia (un esempio per tutti: la concezione imperiale sovranazionale, incarnata, da Carlo V in poi, dagli Asburgo, concepita e modellata sull’Universalità romano-cristiana) ma significano solo, da una parte, che la Chiesa non si identifica mai del tutto neanche con un tale Ordine, quasi che il Sacerdozio Regale al modo di Melchisedek, che è di per sé Eterno, fosse legato o condizionato da una forma sociale particolare, sicché laddove essa venisse meno verrebbe meno anche l’efficacia di quel Sacerdozio Eterno, e dall’altra che, proprio perché un Ordine sociale cristiano deve innanzitutto essere espressione della Iustitia Dei, esso non deve eventualmente ripetersi con gli stessi limiti e difetti, ossia le ingiustizie, che ne inficiarono le forme antiche fino a farle cadere esponendole a contestazioni che, certo, strumentalizzavano le loro umane mancanze ma comunque su quelle facevano leva nell’intento di dissolvere la “Cristianità”. Ecco perché prendere per proprio “vangelo politico” l’ideologia latifondista di un Plinio Corrêa de Oliveira significa non aver capito nulla delle problematiche interne all’approccio dei cristiani alla Politica che, certo, se deve sempre tenere conto del “peccato originale”, e dunque dell’impossibilità di realizzare in terra il paradiso e quindi di evitare l’errore “perfettista”, non può d’altro canto dimenticare che Cristo ha redento l’umanità e che in nome di questa Redenzione si deve tendere, nei limiti delle realistiche possibilità umane, alla Giustizia, compresa quella sociale.

8) I Padri chiamavano la Chiesa “Casta meretrix” non perché, come erroneamente si pensa, riconoscevano il carattere di peccatori che accomunava i cristiani a tutti gli altri, ma perché essi intendevano, con tale definizione, sottolineare il fatto che la Chiesa, che pure è Santa e Casta, non disdegna, appunto come una meretrice, di accompagnarsi con tutti gli uomini per portarli alla salvezza.

9) Cfr. A. Socci “Se fosse comunista sarebbe solo coerente” in Libero del 27/07/2011.

10) Singolare, inoltre, il passaggio dell’articolo di Socci nel quale il ciellino di Libero afferma a proposito di Breivik “Siamo agli antipodi della fede. Anche nel sistema di vita (la escort di lusso prima della strage)”. Forse che Socci, nello scrivere tale considerazione, ha pensato a Berlusconi, cattolico (così dice di sé nonostante il suo noto civettare con logge massoniche tipo P2) e noto frequentatore di escort di lusso nonché campione nazionale ed internazionale di bunga bunga? Fa, poi, pensare l’analogia tra un Breivik, cristiano culturale, ed un Atta, il capo dei dirottatori islamisti dell’11 settembre: anche costui ed i suoi hanno aspettato la data fatidica ubriacandosi e sollazzandosi con prostitute d’alto borgo. Comportamenti, nell’uno e nell’altro caso, che fanno intendere quanto la fede c’entri per davvero, e non solo come giustificazione ideologica, con quanto essi hanno fatto. Rilievo che vale anche per Berlusconi che si proclama cattolico (ma liberale): se è vero che tutti siamo peccatori, è pur vero che l’ipocrisia dello sbandierare i “valori” per turlupinare elettoralmente i cattolici è uno di quei peccati che, secondo il vecchio catechismo di un tempo, come frodare della mercede gli operai, grida vendetta al cospetto di Dio.

11) Cfr. M. Turrisi “Se la fede diviene presunzione di superiorità morale” in Giornale di filosofia della religione, disponibile on line al sito www.aifr.it.  

12) Quello secondo il quale il Monoteismo sia fomite di violenza ed intolleranza, laddove il politeismo sarebbe invece garanzia di tolleranza perché “relativista”, è un vecchio sofisma di origine umanistico-rinascimentale, ripreso successivamente da Nietzsche e più di recente dall’egittologo Jan Asmann e dal pensatore “neopagano” e nicciano Alain De Benoist. In realtà, i popoli politeisti non sono stati da meno, quanto a violenza ed intolleranza, rispetto ai monoteisti. Il tribalismo feroce e sterminatore dell’antichità lo dimostra ampiamente. Si suole dire che, però, i grandi imperi plurietnici dell’antichità, tolleranti in tema religioso (si pensi al Pantheon romano), abbiamo saputo dimostrare la tolleranza che il “relativismo” pagano promuoveva. Ma anche qui le cose non sono così semplici. I grandi imperi antichi, compreso il romano, si imponevano comunque con la violenza e la tolleranza religiosa e culturale era sovente soltanto uno strumento di governo, al fine di garantirsi l’ossequio dei popoli sottoposti. L’universalismo cui quegli imperi antichi indubbiamente tendevano era solo una confusa prefigurazione del vero universalismo che sarà introdotto, con la Chiesa, dal Cristianesimo. Resta comunque certo che la sottomissione di un regno all’altro significasse, in barba a qualsiasi a-storica visione idilliaca dei filosofi relativisti, la più dura soggezione dei ceti dirigenti degli sconfitti, che potevano subire lo sterminio come la deportazione o lo sradicamento culturale. Ne sanno qualcosa le classi dirigenti egizie sconfitte dai Persiani. Per non parlare, poi, della ferocia di popoli come l’Assiro che pure imposero un impero plurinazionale. Per venire a tempi a noi più vicini, è forse il caso di ricordare la pratica dei sacrifici umani di aztechi, maya ed incas, le vittime per i quali erano scelti tra i popoli sottomessi. Anche tra i pellerossa nel Nord America le guerre tribali erano di una ferocia inaudita, spesso senza quartiere, e motivate soltanto da ragioni “tradizionali” ovvero dal fatto che per tradizione atavica le tribù si consideravano irriducibili nemiche, In Africa, ancora oggi, le tribù praticano guerre interetniche che non disdegnano di giungere fino al genocidio, come ha dimostrato il caso recente del Ruanda sconvolto dal conflitto tra Hutu (pigmei) e Tutsi (Watussi), i primi da sempre etnia sottoposta all’egemonia dei secondi. La questione vera sta nel fatto che, monoteismo o politeismo, l’uomo porta in sé la ferita del peccato originale, per nostra fortuna redimibile e redenta dal Sacrificio d’Amore del Crocifisso.

13) I valdesi si sono sempre considerati come gli antesignani della Riforma ed in effetti, storicamente, essi hanno fatto più di una giravolta teologica fino ad approdare, dopo Lutero, nell’alveo protestante. Per quanto riguarda, invece, Valdo, forse, le cose sono andate molto diversamente da come i suoi seguaci le hanno poi raccontate. Infatti sembra che quel predicatore medioevale, molto simile per certi versi a Francesco, ebbe, a differenza dell’Assisiate, la sventura di essere mal interpretato dai suoi seguaci i quali anche di fronte al suo passare al silenzio in obbedienza a Santa Romana Chiesa, quando appunto gli fu chiesto un gesto di ubbidienza, continuarono su una strada che inevitabilmente li portò alla rottura con Roma. Una strada sulla quale però, a quanto pare, lo stesso Valdo, del quale non si può dire quali fossero le vere intenzioni proprio perché si ritirò obbediente nel silenzio, non li seguì.

 

Un Commento a “ANDERS BREIVIK O DELLA “TENTAZIONE MAURASSIANA” di Luigi Copertino”

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