C’è del marcio, in Norvegia? di Luigi G. de Anna

Riduttivo pensare che il gesto a lungo preparato di Anders Behring Breivik sia solo un caso di follia

Non ci sono parole adatte a commentare quanto è successo a Oslo e Utøya. Col tempo sapremo meglio che cosa è accaduto, come è accaduto e perché è accaduto, ed anche se tutto questo, o parte di questo, poteva essere evitato. E’ probabile che affiorino responsabilità delle forze di polizia, infatti sembra impossibile capire come Anders Behring Breivik abbia potuto impunemente sparare per più di un’ora senza essere fermato.

Indubbiamente le forze dell’ordine dei Paesi nordici, compresa la Finlandia, non hanno l’esperienza, e forse neppure la preparazione, per affrontare emergenze di tipo terroristico. Qui l’Italia potrebbe servire da esempio e oltre a mandare i nostri Carabinieri in Afghanistan o in Iraq, potremmo mandarli anche a Oslo. Infatti qui i poliziotti sono disarmati, quindi anche se sull’isola fosse stato presente uno di loro (e non c’era) non avrebbe potuto fare molto per difendere i giovani. I Carabinieri italiani sono invece armati. In un caso del genere, mi conferma un amico ufficiale dell’Arma, sarebbero subito intervenute le pattuglie più vicine al luogo dell’attentato e contemporaneamente sarebbe stato allertato il reparto del GIS, attivo 24 ore su 24. Il quale, dotato di elicottero, sarebbe giunto sull’isola molto prima dell’ora e più impiegata dai poliziotti norvegesi, che nella capitale non dispongono neppure di un elicottero atto al trasporto di personale.
In ogni caso è troppo presto per avanzare critiche o dubbi e farlo in queste circostanze può solo provocare maggior danno. E il miglior esempio di moderazione nell’esprimere giudizi ed ipotesi è dato proprio da quanto è avvenuto la sera dell’atto terroristico, quando dai media statunitensi è partita la “condanna” del terrorismo islamico, al quale è stata in un primo momento, senza alcuna prova, attribuita la strage. A parte l’etica giornalistica, è evidente che notizie di questo genere non fanno che soffiare sul fuoco dell’anti-islamismo, che è, appunto, il nocciolo dell’intera, tragica questione.
Ci sono molti aspetti nel caso di Anders Behring Breivik che meritano attenzione. Ho scorso alcune delle 1500 pagine del suo monumentale libro, e dopo averle lette posso solo concludere che ci troviamo di fronte ad un fanatico, del tipo peggiore, ma non a un pazzo. Ci sono due temi contenuti nello scritto del norvegese su cui vorrei soffermarmi: il suo fondamentalismo cristiano e la sua dedizione alla “cavalleria”, ma su quest’ultimo argomento dovrò tornare, per ragioni di spazio, in futuro. E’ evidente quanto sia mostruoso da parte di Anders mettere in relazione due dei più alti ideali espressi dalla nostra civiltà all’azione terroristica e criminale.
Per l’opinione pubblica sarebbe più facile “assimilarlo”, in sostanza disprezzarlo, se fosse un neonazista, o un antisemita, come agli inizi la stampa italiana ha cercato di farlo passare, ritenendo che proprio quello sia il male assoluto, e invece presto si è capito dai suoi scritti come non avesse simpatia alcuna per fascismo e nazismo, tanto che uno dei suoi personaggi storici preferiti è Winston Churchill, e come nutrisse altrettanta simpatia per Israele, evidentemente concepita come nemica del mondo arabo. L’ammissione da parte di Anders della sua adesione all’integralismo cristiano sembra dunque sconcertare i commentatori. Sarebbe stato appunto tutto più semplice se si fosse dichiarato neo-nazista. Il suo retroterra sarebbe risultato facile da individuare e condannare. Il “male assoluto” aveva di nuovo fatto le sue vittime. Il dichiararsi cristiano, addirittura Cavaliere Templare, cioè identificarsi con il simbolo stesso del bellum iustum ideologizzato da San Bernardo di Chiaravalle, lega Anders non più alle radici del Male, il nazionalsocialismo, ma a quelle del Bene, il cristianesimo. Una contraddizione che lascia sconcertati chi pensava che la follia ideologica fosse tutta nel nazismo e nella sua manifestazione odierna di odio, l’integralismo islamico.

ImageIl nucleo della teoria politica di Anders è che la società europea è stata corrotta e aggredita come un cancro maligno dal marxismo e dal socialismo, che hanno facilitato l’ingresso di culture aliene. Il fenomeno è da Anders definito “multiculturalismo” e “marxismo culturale”, termini che sostituiscono quello di “sinistra” usato da Unabomber, il vero padre spirituale, born in the USA, del norvegese Anders. Di conseguenza, continua Anders, è necessario difendere l’Europa con mezzi estremi, prima che si completi definitivamente l’avvento di quella che chiama l’Eurabia, cioè l’Europa arabizzata.
Possiamo qui constatare non solo l’insania individuale di una persona che ha perduto il contatto con la vita reale e con la politica reale, ma anche un più generale atteggiamento. Negli ultimi anni nei paesi Nordici è montata l’ondata xenofoba. In Svezia il partito dei Democratici ha raggiunto il 5,7 &% dei voti ed è entrato al Riksdag. Un forte partito dello stesso genere opera in Norvegia, mentre in Finlandia i Perussuomalaiset sono, stando agli ultimi gallup, addirittura il partito di maggioranza relativa. Norvegia, Danimarca, Svezia e Finlandia sono impegnati militarmente nella guerra afghana. E uso volutamente il termine “guerra” perché parlare di “peace keeping” è un prenderci in giro, come è un prenderci in giro dire che l’Italia è presente in quel paese per difendere la democrazia dall’assalto del terrorismo. Quali atti terroristici sono infatti stati compiuti dai talebani in Italia? Questo vorremmo chiedere a Berlusconi, Bossi, Bersani e Fini. L’intervento scandinavo in Afghanistan ha causato sia un incremento dell’ostilità nei confronti dell’Islam (ogni qualvolta un soldato vi viene ucciso) sia, sul versante opposto, un aumento di tensione da parte del fondamentalismo islamico, che tende a colpire l’opinione pubblica con atti terroristici per muoverla contro l’intervento occidentale in Afghanistan e in altre parti del mondo islamico. Il successo dei partiti estremisti e xenofobi in Europa (ovviamente il fenomeno si estende anche a Francia, Italia, Inghilterra, Olanda, Polonia, Ungheria e altri) è corroborato dal loro atteggiamento nei confronti degli immigrati e dei rifugiati.

Lascia un Commento