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Appunti sul fondamentalismo cristiano di Franco Cardini

A proposito dell’orribile massacro di Oslo, dopo le prime reazioni che, per sconcertate che fossero, sembravano mirare comunque tutte a una ricerca del colpevole negli ambienti del “terrorismo internazionale” (un’espressione che non vuol dir nulla, ma che negli ultimi tempi ha acquistato sempre più il senso di terrorismo di matrice fondamentalista islamica), la doccia fredda relativa alle prime notizie riguardanti l’assassino ha obbligato i media a far marcia indietro e a rimangiarsi le prime, affrettate diagnosi.

Non seguiamo il loro cattivo esempio: evitiamo di elaborare scenari fondati sul nulla, o almeno sul molto poco. Quel che per il momento si sa del trentaduenne Anders Behring Breivik, è che egli si definisce un conservatore e un difensore della civiltà cristiana, che ama la musica classica e i videogames, che il suo film preferito è 300, la pellicola parastorico-postmoderna nella quale alcuni skinheads sedicenti spartani affrontano le orde barbariche di fricchettoni sedicenti “orientali”. Lo “scontro di civiltà”, alcuni anni or sono in apparenza diagnosticato (ma in realtà propagandato) come inevitabile da Bernard Lewis e da Samuel Huntington, ha fatto in tempo a diventare a partire dalla fine del secolo scorso, e con più forza poi dopo l’11 settembre 2001, una sorta di dogma ideologico che ha avuto la potenza di saldare ambienti conservatori di varia origine con ambienti integralisti cristiani convinti che – nonostante il plurisecolare “processo di secolarizzazione” – il cristianesimo sia ancor oggi la base e la sostanza della cultura occidentale.

Questa paraideologia diffusa ha consentito,soprattutto negli Stati Uniti come in molti paesi dell’Europa e dell’America Latina, nonché in Russia, il convergere di gruppi e gruppuscoli neoconservatives e teoconservatives dotati di etichette più o meno fantasiose – ispirate magari alla “Frontiera” americana dell’Ottocento o alla cavalleria medievale – e che attualmente stanno ingorgando il web con i loro più o meno deliranti proclami. Le linee di fondo del loro “credo” possono essere così riassunte: Occidente e Cristianità sono una cosa sola, minacciate dal “relativismo”, dall’Islam, dall’immigrazione e dall’incremento demografico dei popoli non-europei; è ormai necessario reagire con decisione a queste minacce, soprattutto alle prospettive del multiculturalismo; il cristianesimo si difende anche attraverso la difesa delle libertà, intese tuttavia non in senso etico (qui si cadrebbe nel “relativismo”), bensì in quello socioeconomico. “Liberali”, e anche “liberisti”, questi fondamentalisti cristiani si autodefiniscono bene sulla misura di quel che negli Stati Uniti è indicato come libertarianism.

Il paradosso di questi ipercristiani (che quando sono protestanti si riferiscono sovente, come appunto Breivik, a una qualche loggia massonica) è che – almeno da noi – la loro neoideologia rappresenta lo sviluppo, in generale, di due filoni che originariamente erano sì lontani fra loro, ma uniti se non altro da un comune sentire anticomunista e “antimaterialista”: il tradizionalismo cattolico e il neonazismo. Ma entrambi gli ex fedeli a quelle linee hanno negli ultimi anni buttato decisamente a mare l’antiliberismo che contraddistingueva i primi e l’antisemitismo che qualificava i secondi: e sono entrambi divenuti fierissimi liberisti e in genere anche sostenitori della causa sionista. Anzi, a dire il vero, si ha l’impressione che molti di loro abbiano sostituito, nel loro bislacco sistema ideologico, l’antisemitismo con l’antislamismo. In fondo, l’importante è avere un Nemico Metafisico da additare come il Male Assoluto da combattere: che esso, invece che ebreo, sia musulmano, poco importa.

Questi gruppi e gruppuscoli hanno spesso un certo potere, una buona capacità di far propaganda, un certo aggancio con i “poteri forti” e con i governi: questo vale per gli Stati Uniti (non solo al tempo di Bush) e per l’Italia, dove parecchie organizzazioni cosiddette “cristianiste” fiancheggiano la galassia berlusconista e spesso ne fanno parte.

Ovviamente, tutto ciò non giustifica certo le oltre novanta povere vittime di Oslo. Nessuna ideologia politica o politico-religiosa, per quanto folle e aberrante possa essere, giustifica un massacro del genere. Eppure, non ci si può purtroppo permettere il lusso di derubricare con leggerezza eventi come quello di Oslo a pure tragedie della follìa. Che Breivik sia uno squilibrato, sarebbe difficile negarlo. Ma può darsi che, come dice Orazio nell’Amleto, ci sia del metodo in quella sua follìa. Si parla di fiancheggiatori, di complici. Gli obiettivi scelti dall’attentatore sono stati un edificio importante per l’establishment di un governo che Breivik giudica probabilmente “corrotto” e un campo giovanile del Partito Laburista. Che, in significativa almeno transitoria flessione del “pericolo musulmano” (ora che la “primavera araba” sembra introdurre in quel settore significative novita) , il lunatic fringe del fondamentalismo cristiano si volga contro i suoi “nemici interni”, nell’Occidente, può essere un interessante segno dei tempi.

Certo è che questi inossidabili difensori della Cristianità e dell’Occidente s’illudono sulla stessa civiltà che essi proclamano di difendere. Breivik fa propria una massima di Stuart Mills: “Una persona con un credo ha la stessa forza di 100.000 persone che hanno solo interessi”. Lo sviluppo della Modernità occidentale dimostra purtroppo esattamente il contrario. Non è certo un caso che questi fieri spiritualisti fingano sistematicamente di non vedere nulla dei guasti commessi nel mondo dalle lobbies turbocapitaliste.

Franco Cardini, 24/7/2011

Dal blog www.francocardini.net

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