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Una riflessione sul referendum irlandese. di F.M. Agnoli

Non ho vissuto in Irlanda e ho una nozione molto vaga del paese se non attraverso una conoscente irlandese, che. coniugata a un italiano, vive in Italia da tempo e  già qualche anno fa diceva che la “cattolicissima” (una definizione sulla quale la stampa “laica” ha molto insistito nei commenti sull’esito del recente referendum per evidenti e furbesche ragioni) Irlanda non è più cattolica. Peggio ancora dell’Italia, anzi dell’Emilia-Romagna, dove risiede da anni. E’, quindi, possibile che mi sbagli completamente e in questo caso chiedo scusa agli irlandesi. Tuttavia da quanto ho letto nutro il sospetto che i cattolici di quel paese abbiano commesso lo stesso errore di noi cattolici italiani in occasione delle battaglie perse contro il divorzio e l’aborto. Un errore di cui io stesso mi sono reso ripetutamente colpevole quando, incontrando la gente nelle sale parrocchiali e non, anche facendomi forte della mia qualità di magistrato, quindi di presunto esperto del diritto, tentavo di dimostrare la fondatezza delle tesi degli antidivorzisti e degli antianbortisti con argomenti “laici” nel senso che prescindevano completamente dall’appartenenza alla chiesa cattolica, dalle convinzioni religiose che ne conseguono (o ne dovrebbero conseguire).

Non dico che gli argomenti “laici” contro il divorzio, l’aborto e il matrimonio omosessuale non abbiano il loro peso, ma vanno lasciati ai non cattolici, ai non credenti (anche fra loro vi sono degli antidivorzisti, degli antiabortisti ecc.), ma il loro impiego da parte di un cattolico che si dichiara tale è assolutamente controproducente. Un errore madornale. Da un cattolico la gente si aspetta di sentire l’insegnamento della Chiesa, meglio ancora di N. S. Gesù Cristo. Se il cattolico parla d’altro, di leggi, di scienza, di politica, di sociologia, la gente si convince che ai principi della religione che dice di professare neanche il cattolico crede del tutto, e in ogni caso quanto meno di politica e di sociologia crede di saperne altrettanto se non di più.

Non parliamo poi deui chierici, dei vari ordini, gradi e livelli, che dovrebbero parlare di peccato e di inferno e invece si dedicano alla sociologia d’accatto.

Credo che dovremo imparare dai musulmani, che forse a volte esagerano, ma che, rapportando ogni cosa a Dio, riescono assolutamente convincenti per chi ha orecchie per intendere. Certo, ci sono gli atei e chi comunque non vuole saperne di Dio e di religione, quanto meno, di Cristo, e possono anche essere la maggioranza. Ma davvero si può sperare di convincerli parlando d’altro? E se anche lo si ritiene possibile (in realtà perché escluderlo?) può farlo meglio, perché risulta più credibile a chi ascolta, un non credente o, quanto meno, un non praticante o anche, al limite (ma è sempre rischioso), un convinto cattolico, che però non si presenti e non sia conosciuto come tale.

Con parole molte chiare come sempre usava  (e con un riferimento molto calzante all’argomento) Nostro Signore ha rivolto a tutti noi un invito estremamente preciso sul modo di comportarci: «Se qualcuno non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri calzari. In verità vi dico, nel giorno del giudizio, il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città».

F.M. Agnoli

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