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ANCHE TU IRLANDA FIGLIA MIA?! di L. Copertino

La questione è delle più dolorose per chi ha sempre visto nell’Irlanda una terra fiera della sua libertà contro il potente vicino colonizzatore inglese, forte della sua identità cattolica in opposizione a quella protestante dell’Inghilterra.
L’Irlanda di oggi ha dimenticato i suoi martiri sterminati dalla ferocia di Cromwell, ha dimenticato Bobby Sand ed il socialismo cattolico-nazionale del Sinn Fein, ha dimenticato la secolare lotta di liberazione anticoloniale in nome di un comunitarismo religiosamente fondato contro l’imperialismo inglese costruito sulle teorie contrattualiste ed individualiste di Hobbes e Locke. Gerry Adams, l’attuale leader del Sinn Fein, è stato dalla parte del “si” così come la sinistra ed il centro destra. La  società civile iIrlandese ormai da tempo ha accettato una democrazia fondata sul radicalismo borghese e sulla finanziarizzazione dell’economia, che ha rischiato qualche anno fa di travolgerla. Non sembra che gli irlandesi abbiano imparato la lezione.
Ma quanto è accaduto deve interpellare profondamente chi fa professione di fede cattolica. Non solo perché – è evidente – la Chiesa irlandese è stata travolta dallo scandalo – gonfiato quanto si vuole ma esistente – della pedofilia clericale, sulla quale i vescovi non hanno sorvegliato ed, anzi, hanno tentato di nascondere la sporcizia sotto il tappeto magari con la connivenza dello Stato (certe cose si pagano, innanzittutto agli occhi di Dio il Quale presenta sempre, prima o poi, il conto).
Per non parlare poi del fatto che nella campagna referendaria i sostenitori del “no” si sono mostrati al soldo delle potenti organizzazioni evangeliche statunitensi, le stesse che appoggiano ovunque le strategie geopolitiche neoconservatrici ed hanno contribuito a foraggiare la destabilizzazione nel Vicino Oriente con le “primavere arabe” o nell’Est Europa con le “rivoluzioni arancioni”.
Ma la riflessione va fatta anche sulla necessità e possibilità in questo momento storico di una concezione “constantiniana”, di alleanza tra Chiesa e Stato, quando tutto, nell’ambito civile e politico, si muove in modo diametralmente opposto alla fede cristiana.
In Russia, per la particolare storia “cesaropapista” dei rapporti tra Stato e Chiesa (che neanche durante lo stalinismo, nonostante la persecuzione, fu veramente modificata) e per la particolarità acefalo-nazionale delle Chiese ortodosse, è ancora possibile la sussistenza di una “Cristianità” politica (forse più tale che religiosa, ma questo solo Dio lo sa) ed infatti Putin è anche su questo che ha resuscitato la nazione russa. Ma da noi in occidente, comprese quelle nazioni un tempo sociologicamente e storicamente cattoliche e che più di altre hanno resistito fin che è stato possibile alla secolarizzazione, sembra che di “Cristianità” non potrà più parlarsi per secoli (salvo imprevisti della storia o meglio della Provvidenza). Spagna, Argentina, Brasile, Portogallo, Francia, Austria ed ora l’Irlanda hanno tutte abdicato al relativismo neoborghese di massa, ossia l’ideologia individualista dei “diritti civili” mediante la quale oggi il capitale finanziario si fa strada nella sua strategia di dominazione del mondo con la complicità persino della sinistra “new labour” (quella alla Blair rappresentanta in Italia da Matteo Renzi).
Molti degli amici che leggono queste mie righe, miste di rabbia e delusione, conoscendomi sanno bene che non sono certo un cattolico-liberale esaltato dalla cavouriana e protestantizzante separazione Chiesa-Stato e che, sotto il profilo storico, appoggio la rilettura revisionista delle malefatte – non solo il giurisdizionalismo – dei liberali risorgimentali e delle varie massonerie sette-ottocentesche (senza d’altro canto mai aver avuto in simpatia la tentazione teocratica che serpeggiò nel Papato medioevale). Ma bisogna essere onesti, innanzittuto con sé stessi, e riconoscere che oggi siamo all’anno zero e che ricostruire significa, in principio, lavorare per riportare i cuori a Dio: il resto, come dice Remì Brague, verrà, nei secoli, se Dio vorrà, da sé. Perché, ed è questo che non dobbiamo mai dimenticare, in fondo la Chiesa non ha mai avuto bisogno, per esistere, di essere anche Cristianità o di appoggiarsi ad uno Stato confessionale. Essa è nata quando l’impero romano era pagano ed ha iniziato il suo cammino lungo le vie consolari dell’impero perseguitata dalle sinagoghe prima che dai pagani (il potere romano fu spesso sollecitato a perseguitarla dagli ebrei della diaspora intenzionati a soffocare l’”eresia dei nazareni”).
Costantino riconobbe alla Chiesa la sua libertà senza per questo cristianizzare l’impero. Fu Teodosio ad imporre il Cristianesimo come religione di Stato e da quel momento si sviluppò la gloriosa storia della Cristianità, con tutte le sue luci e le sue ombre (perché, a discapito di qualsiasi apologetica trionfalista di tipo tradizionalista idiota, sono esistite anche queste). Fu con la scoperta del Nuovo Mondo che un po’ alla volta la Chiesa, proprio mentre iniziava a universalizzarsi in senso pieno abbracciando popoli di ogni latitudine e diventando meno eurocentrica, avviò una graduale disidentificazione con la “Cristianità”, quella del medioevo, che dal canto suo aveva intrapreso la strada che l’avrebbe portata a trasformarsi prima in un’ “Europa Cristiana”, suddivisa in Stati cattolici e Stati protestanti, e poi nell’Occidente laicista, quello di oggi. Ma la Chiesa, indipendentemente da tutto ciò, resta realtà a sè stante perché Essa ha un fondamento che non è umano ma divino-umano, quello del Sacerdozio Universale di Cristo “al modo di Melchisedeq”, e quindi al di sopra delle stesse contingenze storiche. A noi non rimane che pregare e, per quanto è nelle nostre povere forze, lavorare per mantenere accesa nei cuori la luce della Fede. Credere che dipenda da noi, dalla nostra capacità di imporsi politicamente, la restaurazione della “Cristianità”, come se essa potesse rinascere con un mero decreto legge, sarebbe un peccato di superbia nonché l’affermazione di un “cristianesimo secondario” senza alcun fondamento spirituale e metafisico. Cari saluti.
Luigi Copertino

 

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