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L’europeismo di De Gasperi: un’eredità da non disperdere di Gabriele De Rosa

Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak e Pleven: i padri dell'Europa

Più di cinquant’anni sono passati da quando Alcide De Gasperi, affiancandosi a Robert Schuman e a Konrad Adenauer, ingaggiò la battaglia per promuovere l’unità europea. Si disse allora che l’intesa tra De Gasperi, Schuman e Adenauer mirava a creare una specie di nuova Europa carolingia, una specie di struttura federativa neoguelfa, cementata e sorretta, invece che dalla bendizione del Papa, dai partiti D.C. europei. Si viveva in pieno clima di guerra fredda, e tutti i sospetti e le fantasie erano possibili sui propositi dei tre statisti, per altro amici dell’America di Truman.
Può darsi che questa idea di un’Europa carolingia, che partiva dalla base territoriale costituita dall’antica Lotaringia, abbia sollecitato la mente di qualche nostalgico. Nel quadro dei rapporti internazionali del tempo, nel quale il bipolarismo si andava sempre più drammaticamente accentuando, un linguaggio della Restaurazione poteva sedurre quanti cercavano un’Europa-rifugio , fuori dalla minaccia comunista, ma anche al riparo da una modernizzazione atlantica e protestantica insieme. Ma era veramente assurdo assegnare uno spazio politico all’immagine di una seconda Restaurazione, dopo quella viennese della Santa Alleanza, in un ambiente culturale, politico, sociale tanto lontano e diverso, nel quale, strategia sovietica a parte, l’internazionalismo operaio occupava un posto di prima fila. Ebbe perciò buon gioco De Gasperi nel disfarsi di ogni accusa di nostalgia in occasione di un’importante tavola rotonda che si svolse a Roma il 13 ottobre 1953: “Prima ancora che infondata – disse allora – quest’accusa è sciocca”.
E un mese dopo ribadiva: “Non medievalismo ammodernato, né angustia di parte ci muove”.
Ma ecco il brano di un discorso che pronunciò qualche mese prima della morte:
“Se con Toynbee io affermo che all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo, non intendo con ciò introdurre alcun criterio confessionale esclusivo nell’apprezzamento della nostra storia. Solo voglio parlare del retaggio europeo comune, di quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto, ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria”.

Niente confessionalismo, niente ipotesi carolingia, però ricerca di un’anima che avrebbe potuto dare una giustificazione ideale, spirituale all’impegno europeistico, qualcosa che assomigliava più all’appello crociano del 1943 del “perché non possiamo non dirci cristiani” che a un’ispirazione restaurativa o neo-carolingia. Indubbiamente l’accento era posto più sull’elemento spirituale che su quello strutturale ed economico: ma questa spiritualità era laica, nel senso più ampio del termine, era dinamica, non segno di privilegi, perché tendeva a superare le barriere nazionali e a cercare quel che v’era di comune, di irrinunciabile, di valido in maniera permanente nella storia di tutti i popoli. Lo sguardo di De Gasperi si è fatto più penetrante, la sua religiosità non si misura più con l’economia del villaggio trentino, ha acquistato uno spessore antropologico ed essenziale, che i contemporanei stentarono ad afferrare. Ci possiamo chiedere a questo punto se le radici di questo europeismo sono nell’esperienza che De Gasperi fece sotto la monarchia plurinazionale degli Asburgo. In parte è vero, ma non certo nel senso che egli abbia idealizzato quella monarchia. Egli fu sempre consapevole che le ineguaglianze imposte dalla monarchia austriaca avevano reso impossibile la convivenza di più popoli. Di qui la convinzione di De Gasperi che il superamento degli egoismi nazionali dovesse avvenire per la via della democrazia, con il pieno riconoscimento del diritto dei popoli alla libertà. D’altra parte, i cattolici e sotto l’Austria e negli altri Stati non avevano mai brillato per spirito europeo. In un discorso che tenne al Senato nel 1950, De Gasperi fece questa importante affermazione:
“I cattolici allora erano in gran parte un mondo circoscritto ai problemi nazionali dei singoli paesi oppure quando si trattava di politica generale, di politica europea, non avevano una linea propria e si perdevano dietro concezioni di carattere, chiamiamolo così, starei per dire, reazionario, di visioni medioevali”.

Per la prima volta nella storia del cattolicesimo europeo la visione cattolica dei problemi europei non era più sinonimo di visione controrivoluzionaria, di neo-medievalismo ecclesiastico, di baluardo confessionale contro il mondo moderno, ma sinonimo di una scelta democratica ispirata al comune retaggio spirituale europeo.

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