Il Timone, di Vittorio Messori.

Un secolo, da quel primo agosto del 1914 in cui cominciarono a tuonare i cannoni: non cesseranno per quattro anni e mezzo. L’Europa prima e buona parte del mondo poi precipitò in quel baratro che era stato scavato in due secoli dalla nuova religione della borghesia europea del XIX secolo: il nazionalismo. Negli schieramenti in guerra  –   tutti anticlericali – si formò quel blocco politico unanime che i francesi chiamarono Union Sacrée. I socialisti stessi, dopo tanta retorica sull’internazionalismo proletario,  non si tirarono indietro.  Una “sacra  unione“, nel nome della passione, del fanatismo, dell’accecamento nazionalista, per  combattere non sino alla vittoria ma sino alla distruzione totale del nemico. Ai  tempi di  prima della Rivoluzione francese, la guerra era una schermaglia tra Prìncipi, interrotta con armistizi cui seguiva la pace alla prima battaglia vinta o perduta.  L’onore dei sovrani era di guerreggiare limitando non solo le perdite umane ma anche un disturbo eccessivo per le popolazioni. I conflitti erano cosa da professionisti, da volontari e da mercenari e si concludevano il prima possibile con l’acquisto o la cessione di qualche fortezza o con la rettifica di qualche confine. Impensabile che una dinastia abdicasse per così poco: finite le ostilità, re e principi ricominciavano a sposarsi tra loro, imparentandosi lietamente anche con gli ex  nemici.

Per tornare  a quella Unione, sacrilega più che sacra, che si realizzò a partire dal 1914 tra i politici degli Stati belligeranti: ad essa aderirono nei vari Paesi anche dei cattolici. Ma furono scelte personali, disapprovate – su preciso mandato di  Roma a tutti gli episcopati – dalla Chiesa di Benedetto XV che, sin dagli inizi e poi  per tutta la guerra, non cessò di auspicare l’arresto di quella che il papa chiamò “inutile strage” . Una espressione che definiva in modo perfetto la follia sanguinaria di quello scontro all’ultimo sangue ma che, come si sa, suscitò lo sdegno dei politici e dei militari di entrambi gli schieramenti per i quali quella strage era in realtà un fulgido esempio di amore per una Patria che, a quanto pare, sembrava esigere inauditi sacrifici umani. Il predecessore di  Benedetto XV, san Pio X, era morto il 20 agosto, 19 giorni dopo l’inizio delle operazioni militari. Dal suo letto di malato espresse  che  «un acerbo dolore» , da patriarca che vede i figli scagliarsi con violenza uno contro l’altro. Mentre ovunque si  inneggiava alla scontro e i soldati in partenza per i fronti erano condotte ai treni tra bande musicali e canti, il pontefice, futuro santo, ebbe il tempo di inviare un messaggio almeno ai cattolici ad evitare ogni esaltazione e ogni dimenticanza del volto terribile della guerra, di ogni guerra.

Per questo atteggiamento di due papi, l’ostilità verso la Santa Sede fu tale che si decise che essa non avrebbe in alcun modo partecipato ai congressi internazionali a guerra finita. L’Italia massonica si era portata avanti: volle che questa esclusione fosse messa, nero su bianco, già nel 1915, nel trattato segreto di Londra, con il quale la Penisola  – con quello che fu giudicato tradimento e che sarà poi ripetuto nel settembre del 1943 – lasciava di nascosto gli alleati Imperi Centrali e passava con francesi, inglesi, russi.  Non intratteniamoci sul fatto che proprio grazie alla sua assoluta neutralità (o “totale  imparzialità“), come il papa preferiva dire, la Chiesa cattolica potè esplicare una straordinaria attività benefica a favore sia dei militari che dei civili di ogni nazionalità e religione.

Qui, comunque, ci interessa segnalare un sussulto  di verità mostrato – in queste centenario della strage non solo inutile ma senza precedenti nella storia – dalla comunità luterana tedesca, per la quale ha parlato a nome di tutti i protestanti Ralf Meister, vescovo di Hannover . Quest’uomo, noto anche per le sue ricerche storiche, è stato intervistato dal giornale ufficioso luterano che ha esortito con una domanda  diretta: «Un secolo fa, la Chiesa protestante sosteneva l’entusiasmo generale per la guerra e la incoraggiava anche attivamente. Come andarono davvero le cose?» Questa la risposta del discepolo attuale di Lutero: «Sì, la grande maggioranza dei protestanti – noi  luterani in primis, ma non solo – fu favorevole al conflitto e parlava con commozione dell’onore di soffrire per la Patria e, se necessario, di morire per essa. Cristo stesso , predicavano i pastori , benediva queste battaglie onori e l’esortazione dei  nostri capi religiosi ai giovani arruolati  suonava così: “Con Dio alla guerra! “»

Segue, nell’intervista,  un’altra  domanda: «Come si si manifestava questo appoggio senza esitazioni alla passione guerresca del Kaiser, del suo governo, dello Stato Maggiore, del Corpo degli ufficiali?» Risposta del vescovo luterano: «Questo atteggiamento protestante si manifestava nelle prese di posizione della gerarchia delle varie Chiese, nei giornali confessionali ma, prima di tutto, nella predicazione la domenica, durante il culto. I sermoni raggiungevano allora tutti gli strati della popolazione e i pastori credevano loro compito dare ai fedeli le interpretazioni dei fatti secondo il punto di vista del governo e dell’esercito. Anzi, a partire da una teologia del sacrificio   nazionalistico, davano ai soldati morti e anche solo feriti lo statuto dei martiri».  Perché successe questo che a noi, oggi, pare incomprensibile se non aberrante ? Ralf Meister: «Secondo la tradizione luterana  la Chiesa era protetta dai  Prìncipi, ai quali si doveva sempre e comunque fedele ubbidienza. Da storico, posso dire che nell’intero Reich nessun gruppo sociale  sostenne lo sforzo bellico con più determinazione delle comunità, che erano la grande maggioranza in Germania, che si rifanno a Lutero. E devo aggiungere che la nostra Chiesa ha avuto bisogno di molto tempo per liberarsi dal suo entusiasmo bellicista. Ci sono volute due guerre mondiali. Con la fine delle prima, il legame con la dinastia imperiale venne meno perché venne meno la stessa dinastia, sconfitta ed esiliata. Ma il legame tra Chiesa protestante e Stato, in Germania, fu definitivamente sciolto solo dopo la nostra  seconda catastrofe». Il vescovo, qui, allude al fatto che la stessa passione nazionalista che aveva caratterizzato i luterani risorse con l’ascesa al potere di Hitler, quando la maggioranza della gerarchia e dei fedeli si riunì nei Deutsche Christen, fiancheggiatori e propagandisti del nazionalsocialismo, anche nel suo aspetto antiebraico .

Ma tutto  questo, per chi conosce la storia, era  il destino inevitabile della rivolta di Lutero che , strappando la Chiesa al papa, dovette affidarla ai re:  cacciando i pastori uniti a Roma dovette affidare ai monarchi locali il gregge dei credenti. Nulla di sorprendente né di nuovo, dunque, nell’autocritica del vescovo di Hannover: non poteva andare diversamente. In modo diverso, semmai, dovrebbero comportarsi certi cattolici che, praticando un ecumenismo facilone, da pacche sulla spalla, ignorano o  rimuovono questo “ peccato originale“ del protestantesimo (le autorità politiche  come “protettrici “, e alla fine padrone, delle comunità  cristiane), “peccato originale“ che costituisce un nodo decisivo che va affrontato alla luce non solo della teologia ma anche delle gravi conseguenze storiche.

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