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Europeismo sovranazionalismo autonomie nel giovane De Gasperi di Stefano Trinchese

De Gasperi giovane

La visione politica degasperiana apparirebbe in origine sostanziata da due elementi costitutivi: una concezione cristiana della società, intimamente connessa con l’universalismo cattolico proprio dell’ideologia di cristianità – approfondita in seguito nelle Idee ricostruttive – e inoltre l’esperienza personale di suddito dello Stato plurinazionale asburgico. Entrambi tali elementi precludevano, nel giovane Degasperi, qualunque fascinazione per l’idea di nazione, assurta a simbolo del proprio tempo: nel momento dell’idolatria dell’ideologismo nazionalista, prevaleva in lui piuttosto un’idea europea, non teorizzata ma diremmo – semmai – vissuta e osservata all’interno dei confini fisici della Duplice Monarchia, la cui forma unitaria conciliava la limitazione del potere centrale con le autonomie accordate per via storica, e pertanto in misura incredibilmente eterogenea, alle singole nazionalità costitutive. Con dichiarato riferimento all’ideologia dantesca della Monarchia Universalis, si trattava per lui di un sistema al tempo stesso unificato e articolato di Nazioni nello Stato, integrati in un comune organismo, al cui interno le singole rappresentanze nazionali ottenevano spesso faticosamente un equilibrio dinamico di accordate garanzie e concessioni di autogoverno su materie particolari: “autorità civile somma – secondo Degasperi – massima autonomia alle Nazioni”.
Letta sotto questa particolare angolatura, l’acerba concezione europea del giovane polemista trentino s’innestava nella sostanza vivente della dimensione universalista del cristianesimo romano: “Noi possiamo pensare da europei; ma vogliamo inquadrare questo pensiero nel concetto universale del cristianesimo”. Nell’Impero formalmente ossequiente alla Chiesa di Roma, gli indirizzi laici delle ultime generazioni politiche avevano, nella realtà, alterato l’assetto tradizionale dello Stato cristiano, rovesciando l’antico equilibrio fra trono e altare attraverso la pratica giuseppinista. Derivava da quella contingenza storica la parallela avversione degasperiana tanto per il liberalismo borghese, fautore di una considerazione laicista e anticlericale della vita pubblica, quanto per il verbo nuovo del nazionalismo irredentista – fosse esso boemo o italiano, slavo o pantedesco – aggressivo e finanche deleterio per il delicato equilibrio sovranazionale del decadente Impero.
Non era dunque casuale che sino all’autunno del 1918 Degasperi opponesse alle forme “moderne” della concezione nazionale una personale valutazione della storia recente, ispirata da quell’internazionalismo cristiano, che aveva trovato realizzazione positiva nelle strutture imperiali, imperniate sulla struttura gerarchica della Chiesa cattolica. Era solo per conseguenza che, in virtù di una concezione universalista cristiana, la tematica nazionale veniva squalificata: al congresso universitario di Trento del lontano 1902, suscitò non poco clamore, misto a risentimenti anche aspri, l’inusuale e persino impolitica o inattuale considerazione del ventunenne Degasperi a proposito della questione nazionale: “prima cattolici e poi italiani, e solo là ove finisce il cattolicesimo”; dunque i confini territoriali non coincidevano in modo piano o necessario con quelli culturali o religiosi o linguistici della nazione; partiva da qui il suo distacco, altrimenti equivocato o ambiguo, dai temi agitati dalle minoranze nazionali, reclamanti – e giustamente – nella evidente e prolungata insoddisfazione delle richieste autonomiste, le più fiere tendenze separatiste.
Tuttavia, quel principio di subordinazione della nazionalità a un organismo di governo sovrastante le sue componenti andrebbe inteso, come a suo tempo saggiamente suggerito dal Corsini “nella fondamentale distinzione che Degasperi seppe mantenere tra nazionalità come sintesi di elementi linguistici, culturali, spirituali e religiosi, tali da creare identità storica” e le nazioni erette a Stato, in altre parole tra nazioni culturali e nazioni territoriali: “le prime, erano realtà storiche essenziali, in quanto elementi di pluralismo culturale della civiltà, le seconde, organismi statuali non necessari, di un ordinamento politico da subordinare a più alti principii religiosi, morali e civili”. Era precisamente contro il “romanticismo nazionale che ritorna” e che istruiva una gioventù infervorata dal motto “la Nazione innanzi tutto”, che Degasperi forgiava il concetto di coscienza nazionale positiva, ripetutamente utilizzato in occasione di incontri studenteschi ad inizio secolo per rappresentare, “nella concretezza dell’azione politica, la difesa della nazionalità, ma nel quadro dell’Impero plurinazionale”.
Inoltre il Parlamento plurilingue dello Stato articolato in Stati e Länder sovrani, assolveva a una duplice funzione di rappresentanza democratica delle nazionalità e di sede di compensazione dei loro contrasti, nell’ottica di una pacifica coabitazione generale. Ne conseguiva, per le minoranze nazionali, lungi queste ultime dal rappresentare “un trascurabile frammento di popolo”, un’efficace funzione di “cerniera tra mondi culturali” differenti, preziosa per la salvaguardia delle relative identità e dei diversi caratteri delle comunità, in direzione del superamento dei conflitti nazionalisti, in una col riconoscimento del valore inescludibile delle autonomie nazionali.
Era nel sottosuolo profondo di questo universo di delicati equilibri che Degasperi fondava i pilastri del suo pensare europeo. Eppure, dietro la percezione del fallimento del precario sistema di contrappesi sui cui poggiavano gli assetti della diplomazia triplicista, c’erano, proprio “in fondo a questa vecchia Europa, delle grandi forze morali da far rivivere”. A quel precario marchingegno di bilanciamenti andava con urgenza sostituito “un sistema di integrazione e unità federativa stabile, con organi internazionali permanenti, dotati di poteri sovranazionali”, tali da limitare la sovranità, se non l’arbitrio, degli Stati e delle nazioni, in un comune sentimento europeo: era quella, ancora secondo Corsini, la “proposta conclusiva” della sua lontana esperienza nell’Impero asburgico.
Era precisamente la cultura delle autonomie e dei valori della persona a mantenere Degasperi distaccato, se non del tutto estraneo, davanti alla virulenza delle passioni nazionali, pur professando egli, peraltro a giusto titolo, la sua appartenenza culturale all’italianità; ed era in virtù di quelle premesse e di queste scelte che prevalevano in lui il senso dello Stato, rispetto al sentimento della nazione, così come la concezione del ruolo storico spettante all’istituzione, rispetto alla pulsione del rinnovamento nazionale peculiare alle patrie. Attingevano a quel mondo ideale tanto la trasposizione, all’interno dello Stato liberale unitario, della visione dello Stato di diritto “sviluppato dalle costituzioni moderne”, quanto la percezione europeista in senso federalista, contro qualsiasi tentazione di Europa-nazione o di un’Europa delle nazioni: sotto questo nuovo angolo di visuale, la figura del giovane Degasperi, europeista e democratico, può contribuire a comprendere meglio, alla luce della originaria scansione del suo patrimonio culturale, le eterogenee e complesse motivazioni delle successive scelte della maturità.

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