A proposito di Tettamanzi di Francesco. M. Agnoli

Il card. Tettamanzi

Non sempre condivido le opinioni di Magdi Cristiano  Allam   (tutt’altro), tuttavia condivido molto  (quasi tutto) dell’articolo (pubblicato sul Giornale del 6 giugno) nel quale critica l’appoggio dato  dall’arcivescovo di Milano, cardinale Tettamanzi  al programma e all’elezione del neo sindaco Pisapia, le idee di entrambi, nonché il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, che vorrebbe imporre  il silenzio a chi critica  gli uomini di Chiesa, che invece,  se hanno diritto (Allam si guarda bene dal metterlo in dubbio) di dire la loro anche sulle vicende politiche, debbono accettare di buon grado  le critiche dei dissenzienti.

Chi vi ha interesse  cerchi l’articolo nel quotidiano che l’ha pubblicato, qui si  riportano le  righe finali, che riassumono la contrarietà dell’autore, che ne individua anche le radici storico-culturali, alle politiche e alle idee immigrazioniste del sindaco e del prelato, che ambiscono a fare di Milano un centro di massima accoglienza. “Rivendichiamo – scrive Magdi Allam – il diritto-dovere di sostenere a viva voce che è arrivato il momento di rifondare l’Italia affrancandola dalla strategia massonica che ha ispirato l’unità d’Italia attraverso la guerra e la sottomissione dei popoli, riuscendo a scardinare la nostra anima al punto da farci immaginare oggi che sia addirittura positivo concepirci come una landa deserta per trasformarci in terra di occupazione dell’immigrazionismo, dell’europeismo dei banchieri e del mondialismo capital comunista. È arrivato il momento di far primeggiare l’Italia degli italiani occupandoci di noi italiani prima di preoccuparci degli immigrati; di privilegiare l’Europa dell’anima anziché dell’euro; di scegliere il mondo dell’essere, non dell’avere e dell’apparire!”.

Lasciando un attimo da parte il neo-sindaco, a me   interessa il cardinale (anche se fortunatamente sul piede di partenza per raggiunti limiti di età), e non tanto (ma anche) per l’immigrazione, ma perché trovo incredibile che un cattolico con  gravissime responsabilità pastorali abbia favorito l’elezione,  e continui ad appoggiarne il programma, di un uomo “espressione della sinistra radicale favorevole all’aborto, all’eugenetica, all’eutanasia, ai matrimoni omosessuali, alla droga di Stato, ai centri sociali, alla mega-moschea, ai privilegi ai rom e agli immigrati rispetto alle istanze dei cittadini milanesi”.

Se nulla può giustificare la deriva del cardinale a favore del relativismo etico (e qui Tettamanzi, per quanta antipatia potesse nutrire nei confronti della Moratti, non ha scuse), anche l’immigrazione ha il suo peso, pur se va  considerata   la particolare  posizione  della Chiesa, che, immigrati o non immigrati,  ha nei confronti di tutti gli uomini un dovere di carità. Tuttavia  una carità bene intesa deve curarsi anzitutto del prossimo più prossimo, cioè, a Milano e in Italia, di quei milanesi e di quegli italiani per i quali l’immigrazione non è un argomento da talk-show televisivo, ma una disgrazia da vivere  sulla propria pelle. Per il momento (ma forse solo per il momento) il problema non riguarda  gli appartenenti ai ceti più ricchi, che   possono difendersi da sé, cambiando quartiere o città. Riguarda però moltissimi altri. la moltitudine dei cosiddetti “meno abbienti”, termine che oggi non include solo i poveri dichiarati, ma anche molti modesti benestanti  di ieri e ieri l’altro, larghe e crescenti fette di “tute blu”, “colletti bianchi” e “partite Iva”.  Tutte persone che, senza potere difendersi,  si vedono sottrarre beni essenziali sui quali credevano di potere sempre contare per il semplice fatto di vivere nella loro terra. A volte persino la casa e il lavoro, ma più spesso (sempre?)  le abitudini esistenziali,  l’ambiente del vicinato,  la cultura,   la piccola patria, il  quartiere, luogo  deputato a tranquille passeggiate nelle calde serate estive, a piacevoli soste fra volti noti e amici al bar o in gelateria, e  trasformato all’improvviso  in una landa estranea, battuta da  gruppi di stranieri spesso violenti (il 5 giugno  un intero quartiere di Milano è stato sconvolto da una  battaglia fra bande di immigrati sud-americani) Sentirsi padroni in casa propria può sembrare una frase egoistica, ma è  solo l’ espressione  di un umanissimo desiderio di sicurezza.

E’ vero, il mondo cambia e occorre adeguarsi, ma per tutti (per i più deboli in grado maggiore) l’adeguamento non è facile  (non lo sarebbe nemmeno per i ricchi se non potessero ritirarsi in  protette oasi di pace)  e, di conseguenza,  deve avvenire gradualmente. Garantirlo è un obbligo preciso di chi esercita l’autorità e questo vale, nei limiti in cui possono influire, per i vescovi e, a tanto maggior ragione, per  sindaci e governanti di ogni genere e grado, sicché, dopo Tettamanzi, torna in ballo anche Pisapia.  Creda, signor sindaco, l’internazionalismo proletario è roba da signori.

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