Tra Dio e Cesare. di L. Copertino

Il Triregno – ovvero la Tiara papale formata da tre corone simboleggianti il triplice potere del Papa, come padre dei re, rettore del mondo, Vicario di Cristo, o anche la Chiesa militante, la sofferente, la trionfante – fu portata dai Papi medioevali e moderni quale segno della propria Autorità/Potere sui Tre Regni costitutivi del Reale, del Cosmo, corrispondenti alle tre dimensioni dell’uomo secondo l’antropologia tradizionale, ossia lo Spirituale, lo psichico ed il corporeo.

Con quella triplice corona i Pontefici, un tempo, ricordavano a tutti la dignità più che umana del Sacerdozio al modo di Melchisedek, che è il Sacerdozio Universale di Cristo.

Melchisedek, considerato dai Padri della Chiesa figura del Cristo Venturo, è il misterioso cananeo, depositario post-diluviano della fede monoteista, definito dal Genesi “Sacerdote dell’Altissimo” e “Re di Salem” (ossia Re della Pace e quindi, per traslato, di Gerusalemme, Città della Pace), inviato dal Dio di Abramo ad incontrare il Patriarca, padre comune dei credenti delle tre fedi da lui scaturite, per benedirlo ed offrigli i doni eucaristici del pane e del vino (Gen. 14, 17-20). Di Melchisedek la Lettera agli Ebrei, scritta in ambiente paolino, dice che “Egli è senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio e rimane sacerdote in eterno” (Eb. 7,3). Una chiara allusione al suo essere depositario e portatore della Rivelazione primordiale, appunto senza origine puramente umana ossia senza padre e madre e genealogia, in quanto prefigurazione di Cristo, “simile” a Lui.

Abramo gli pagò la decima, segno della sua sottomissione e quindi della preminenza, divinamente stabilita, di Melchisedek portatore della Rivelazione originaria, del Culto al Dio Altissimo, che, superata indenne la tragedia del Diluvio, vero spartiacque nella storia della salvezza tra la fase adamitica e quella post-adamitica destinata a culminare nell’Incarnazione del Verbo di Dio, ora, si “incarnava”, prefigurando appunto la successiva e definitiva Incarnazione di Dio nel seno di una umile Vergine della Casa di Davide, nella storia particolare di un “popolo teologale”. Teologale perché viene formato non in base al sangue, anche se su base etnica cercherà di distinguersi dai politeisti che lo circondavano, ma in forza della vocazione, della chiamata, quella appunto di Abramo, a testimoniare, unico popolo tra le genti, il Culto monoteista, in attesa del futuro Nuovo Israele, aperto in Cristo a tutte le nazioni, che dell’Antico sarà ad un tempo perfezionamento, compimento – sicché il Nuovo non può affatto ripudiare l’Antico, pena la sua stessa impossibilità metafisica e storica – e superamento.

Papa Montini depose la tiara nella convinzione che si trattasse ormai di un orpello trionfalistico non più adatto alla modernità. Dietro quel gesto vi era anche il venir meno della consapevolezza sulla  distinzione tra l’universalità del Regno di Cristo e l’universalità del Regno dell’Anticristo. L’Angelo decaduto scimmiotta Nostro Signore. Il Regno di Cristo promette la Pace ma non quella del mondo perché il Suo Regno, pur presente nel mondo, mediante il cuore redento dei giusti, non è del mondo. Anche il Regno dell’Anticristo appare nella storia con la pretesa dell’universalità e promette, kantianamente, la Pace Mondiale, qui sulla terra.

Per un qualche smarrimento, la gerarchia ma anche gran parte del laicato oggi tendono ad interpretare la globalizzazione come l’inveramento del Vangelo, l’inveramento della Salvezza nella Pace per tutte le genti.

Non si pensi, però, che la fede cattolica non abbia nulla da dire circa l’ordine internazionale anche in senso mondano. Infatti, la questione dell’Autorità Universale non è nata, in ambito cattolico, con il Concilio Vaticano II. Nel XIX secolo il gesuita padre Luigi Prospero Taparelli d’Azeglio, co-fondatore e direttore de “La Civiltà Cattolica”, elaborò su una base assolutamente tomista, e con l’approvazione di Pio IX, la dottrina cattolica in tema di ordinamento internazionale delle relazioni tra i popoli. Questo grande gesuita sostenne che per consentire la Pace tra i popoli – esposti alle lusinghe dello sciovinismo, come di lì a poco la prima guerra mondiale avrebbe dimostrato – era necessaria un’Autorità Universale.

Taparelli d’Azeglio, che Antonio Messineo definì “martello delle concezioni liberali” anche per il suo influsso dottrinario su Leone XIII in materia sociale ed espressamente sulla “Rerum Novarum” promulgata da Papa Pecci, pensava certamente all’Autorità del Papa. Ma questa Autorità, salvo non cadere nella tentazione teocratica (che non ha nulla a che fare con la Tradizione), può essere solo morale, di giudizio e sanzione etica ossia approvazione o condanna dell’agire del  potere politico alla luce dell’Ordine di natura da Dio impresso alla creazione.

Del resto già i dottori di Salamanca, nel XVI secolo, sempre su una base squisitamente aristotelico-tomista, si erano interrogati sulla legittimità o meno della pretesa universalistica dell’Autorità papale e del Potere imperiale. In quell’epoca, nella quale iniziò la prima “globalizzazione”, le scoperte geografiche avevano messo la Cristianità a conoscenza dell’esistenza di uomini, gli indios, che non erano mai stati soggetti al preteso dominio politico sacrale ed universale dell’Imperatore ma della cui umanità non era possibile dubitare proprio a causa della loro evidente “politicità” naturale.

A seguito di tale scoperta, infatti, si scatenò un acceso e dotto dibattito tra chi difendeva la piena umanità degli indios – appunto i teologi salmantini, Francisco de Vitoria e Francisco Suarez in particolare, ma anche un vescovo domenicano, alquanto millenarista e, diremmo oggi, “terzomondista”, come Bartolomé de Las Casas, molto ascoltato dalla Corte spagnola – e chi invece, più aristotelico che tomista e più “pagano” che cristiano – come il grande avversario di Las Casas, l’umanista Juan Ginés de Sepùlveda – dubitava, fino a negare che si trattasse effettivamente di discendenti di Adamo, dell’umanità degli indios, tanto da invocare per essi la “schiavitù naturale” alla quale, per lo Stagirita, dovevano essere destinati i barbari.

I Salmantini e Las Casas, portando oltretutto ampie prove documentali direttamente dalle colonie, replicarono ai Sepùlveda di turno che gli indios, pur non essendo (ancora) cristiani, avevano dato vita a proprie forme sociali organizzandosi in regni e comunità di vario genere e che, quindi, essendosi essi mostrati capaci di autonoma organizzazione politica, avevano dato prova di essere pienamente uomini. Su questa base, i teologi giuristi di Salamanca giunsero alla ovvia conclusione che, sul piano naturale, nessun potere politico, neanche quello del Sacro Romano Impero, poteva pretendere per sé l’universalità. Universale è solo l’Autorità spirituale del Romano Pontefice, che però, appunto, non è un potere politico, almeno non lo è immediatamente e quindi rimane sovra-politico. Da qui nasceva la preferenza dei salmantini, in ordine alla sfera naturale del Politico, per il pluralismo delle forme ed espressioni politiche piuttosto che per il monismo di un preteso Impero Universale.

Tuttavia, anche i salmantini si ponevano il problema della pace tra i popoli nei termini della terrena giustizia politica, come del resto già se lo era posto sant’Agostino che, con san Paolo, riconosceva a Cesare il diritto di portare la spada. Francisco de Vitoria, anch’egli domenicano, e Francisco Suarez, invece gesuita, giunsero pertanto ad elaborare, su base pienamente cattolica e tomista, i “diritti dell’uomo”, anticipando di quasi tre secoli la loro contraffazione illuminista ed umanitaria. Per Vitoria gli uomini, benché appartenenti a popoli diversi e come tali ciascuno con propri specifici diritti, possono considerarsi, sul piano naturale, appartenenti ad una “unica repubblica universale”.

Taparelli d’Azeglio, Francisco Vitoria, Francisco Suarez erano tomisti. Eppure, cosa che il tradizionalismo cattolico spesso dimentica per civettare con il nazionalismo neopagano, aspiravano, benché nella piena consapevolezza che nessun ordine mondano può essere né assoluto né eterno, ad un ordine internazionale tale da garantire una equa giustizia tra i popoli come fondamento della pace. In tal senso anticiparono quanto di immutabilmente tradizionale fu riproposto dal Concilio Vaticano II, al di là del facile ed ingenuo ottimismo che colse la gerarchia negli anni ’60, quelli nei quali l’uomo sbarcava sulla luna e pensava, millenaristicamente, al progresso materiale come al vero ed infinito destino del genere umano.

Stando ad un certo modo, fondamentalista, di approcciare la storia, anche quella della Chiesa, da parte del cosiddetto tradizionalismo in fregola nazionalista, il fatto che teologi e filosofi cattolici, di formazione tomista, abbiano auspicato un’Autorità politica universale non potrebbe spiegarsi, visto il vizio complottista di quel tipo di tradizionalismo, che con una infiltrazione cripto-massonica e cripto-modernista, magari ante litteram.

In realtà la ragione dei Taparelli d’Azeglio, dei Vitoria e dei Suarez era un’altra. Il Cristianesimo, a maggior motivo se nella sua forma Cattolica, non può che essere universale e se detto universalismo opera come unificatore sul piano soprannaturale non può non avere, però, anche riflessi sul piano naturale. Tuttavia sul piano naturale, come dal canto suo ebbe a ribadire Alvaro d’Ors, l’universalismo cattolico non nega realtà e specificità, e quindi i peculiari diritti anche di sovranità, dei popoli, delle nazioni, degli Stati. Anzi, proprio l’universalismo cattolico è il miglior garante del pluralismo politico internazionale contro ogni tentativo di globalizzazione monolitica e leviatana, non solo politica ma anche economico-finanziaria.

Ne consegue che  l’universalismo cristiano, cattolico, è l’autentico universalismo imitato, a confusione e pericolo per l’intero genere umano, da un altro ambiguo universalismo che agisce come “specchio per allodole” per ingannare anche i cristiani. Quest’ultimo universalismo spurio tenta culturalmente, come si diceva, non senza qualche persino ampio ma comunque sempre parziale successo, persino la gerarchia, colpevole, in tal senso, più dei  semplici cristiani perché essa dovrebbe meglio vigilare.

Ma proprio quando accade che clero e laicato cadono in “svarioni” del genere, abbiamo contemporaneamente, puntuale, la riprova che lo Spirito Santo è il vero governatore e la vera  guida della Chiesa e del Papato. La buona fede – buona benché improvvida – di Paolo VI è dimostrata dal fatto che, mosso appunto dallo Spirito di Dio, ha poi fatto “marcia indietro” giungendo persino a lamentarsi del “fumo di Satana nel Tempio”.

E’ possibile, a posteriori, reinterpretare la famosa tesi montiniana, espressa in occasione del suo discorso all’Onu nel 1965, dell’“incontro tra la religione del Dio che si è fatto Uomo con quella dell’uomo che si fa dio” nonché l’affermazione per la quale “anche noi abbiamo il culto dell’uomo” come esempi di quella ingenuità dettata sia da una precaria formazione culturale sia dal clima di ottimismo di quegli anni. Tuttavia, con quelle affermazioni, Paolo VI non ha affatto bestemmiato perché non ha fatto altro, a ben vedere, che parafrasare sant’Ireneo di Lione (“Trattato contro le eresie”) il quale a sua volta citava un salmo: “la gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio”.

E’ però evidente che quella affermazione sul “culto dell’uomo” si prestava ad equivoci anche per via del contesto nella quale era inserita e per il linguaggio pessimo e assolutamente non preciso con il quale fu proferita. Sicché non è temerario ritenere che Papa Montini, pur non affermando eresie come certi tradizionalisti gli imputano di aver fatto, ha, nell’occasione, semplicemente preso, ma non ex cathedra e questo è dirimente, una cantonata per via della momentanea dimenticanza o sottovalutazione – certo grave in un Papa ma dovuta alla sua personale formazione culturale poi, anche se con fatica, rimossa – dell’esistenza della Scimmia di Dio. Se non avesse sottovalutato, in quell’occasione, l’agire dell’Impostore nella storia umana, Paolo VI non avrebbe dimenticato che non ogni universalismo può essere cristiano e compatibile con la Rivelazione.

La questione è che osservare la storia “dalle altezze cattoliche”, per dirla con Donoso Cortés, significa tenere insieme l’Eterno ed il temporale, la storia ed il trans-storico. Porsi nella visuale trans-storica non esime affatto il cristiano dal dovere di confrontarsi con la storia che, lungi dal disincantarlo circa la Fede, gli consente, tuttavia, di comprendere che l’Eterno ha voluto entrare nelle vicende umane pur sapendo di abbassarsi kenoticamente sulle miserie del mondo, che Egli ha voluto “sporcarsi” con l’umanità accettando di prendere su di Sé la debolezza e l’imperfezione umana fino a pagarne il prezzo. Non solo con la Croce ma persino accettando che fossero imputate a Lui, che è Purezza Assoluta, le colpe umane, che fossero imputate alla Sua Sposa, che è la Chiesa,  le colpe storiche dei cristiani.

Sicché – se è fermissimamente vero che al di sopra del Politico c’è lo Spirituale (lo diceva già Platone, anticipando e preparando le vie del Cristianesimo nell’orbe ellenistico-romano) e che, senza questo riconoscimento di una sfera superiore dell’Essere, il Politico, misconoscendo la Giustizia per ripudio di ogni superiore istanza, non ha altra modalità che la sola violenza ed il solo arbitrio – non possiamo non confrontarci con la misura del peccato umano il quale ha fatto sì che l’Ordine Cosmico è stato spesso contraffatto o infangato, in tutti i secoli compresi quelli della Cristianità, dall’orgoglio, assetato di potere, dell’uomo ontologicamente ferito nella propria natura creata.

Per cui, proprio coloro che più degli altri avrebbero dovuto “incarnare” l’Ordine Cosmico se ne sono dimostrati gli infangatori, i dissacratori. Quanti Sovrani hanno abusato del loro potere e tiranneggiato i loro sudditi? Quanti Papi hanno praticato incesto e simonia dando pubblico scandalo (ma Nostro Signore ce lo aveva annunciato “oportet ut scandala eveniant”, Mt 18-7) abbassando la loro Autorità spirituale al rango di un mero Potere mondano? Quanti cavalieri, dopo aver giurato biblicamente di “difendere la vedova e l’orfano”, hanno invece violentato le donne degli infedeli ed ucciso i loro bambini o derubato i poveri? Quanti cristiani sono stati incapaci di praticare la carità verso gli “infedeli”?

Senza dubbio, e va detto e ribadito con forza e determinazione, insieme a tanti esempi di ignominia, nel corso dei secoli la Chiesa, che è Madre, ha anche partorito tanti figli e figlie mirabili per santità e carità. E non parliamo soltanto di quelli “ufficiali”, ossia canonizzati dalla Chiesa, ma anche dei tanti sconosciuti alla storia ed agli uomini ma conosciuti da Dio che ora li ha nella Sua Gloria.

Portare una corona o una tiara non rende, per ciò solo, santi. Spesso quei sacri simboli sono stati, purtroppo, portati dai più incalliti peccatori. Ciò non toglie che quei simboli, comunque, in una prospettiva trans-storica costituivano, nella loro funzione di sacramentali, non inutili e barocchi orpelli ma potenti armi spirituali a disposizione del Katéchon. Eppure dobbiamo anche riconoscere che coloro che ne sono stati investiti non hanno, sovente, saputo esserne degni ed anzi hanno spesso abusato di quelle armi simbolico-spirituali.

Gli imperatori ottoniani (e quelli bizantini in Oriente) hanno imposto il cesaropapismo – non senza, bisogna dirlo, beneficio spirituale per la Chiesa dal momento che quegli imperatori vigilavano con solerzia sulla moralità del clero proprio perché ne facevano al tempo stesso il sostegno del loro potere temporale – ottenendo per tutta risposta, come contraccolpo, la pretesa teocratica dei Papi riformisti medioevali da Gregorio VII fino a Bonifacio VIII. Quest’ultimo si beccò, reazione alla reazione, un ceffone in faccia in quel di Anagni. Tuttavia, per la dignità pontificale mostrata al momento del “fattaccio”, ottenne, nella “Commedia”, un elogio da Dante Alighieri che gli era  politicamente nemico. Dante sognava una Chiesa umile e santa prefigurandone il rapporto con l’Impero nei termini di una parità complementare benché spiritualmente paterna da parte del Papa e spiritualmente filiale da parte dell’Imperatore.

Ora rispondano, certi tradizionalisti la cui ignoranza della storia è pari solo alla loro arroganza “militante”, alla seguente domanda: pur tenendo fermo il piano trans-storico, piacerebbe loro un governo teocratico del clero? Piacerebbe loro che al posto dei governi laicali ci fossero ministri in porpora cardinalizia a gestire affari finanziari, denaro e lucrosi patrimoni pubblici? Pensano davvero, costoro, che cardinali, vescovi e Papi sarebbero migliori gestori ed amministratori, rispetto ai nostri attuali politici (in)civili, e non invece esposti, come lo sono stati nel passato con grande danno per la Sposa di Cristo, alla corruzione tendenzialmente, anche se non inevitabilmente, insita nell’esercizio del potere politico mondano?

Il fatto che la Chiesa ha retto, nel corso dei secoli, agli scandali ecclesiastici, e che regga anche oggi a quelli attuali, dimostra, a chi ha occhi per vedere, che davvero Essa é stata fondata da Dio.

Certi tradizionalisti dovrebbero leggere, dal momento che dimostrano di non conoscerli, il “Dictatus Papae” di Gregorio VII, con la sua pretesa per la quale il Pontefice romano può imporre e deporre i re e può sancire non soltanto il giusto e l’ingiusto alla Luce della Rivelazione, il che sarebbe un legittimo esercizio dell’Autorità docente del Papa, quanto piuttosto, diremmo oggi, l’agenda di governo ed amministrativa dei regni cristiani, e l’“Unam Sanctam” di Bonifacio VIII, con la sua pretesa per la quale il Papa sarebbe il detentore di entrambe le spade, la spirituale e la temporale, di cui quella temporale benevolmente solo delegata, e quindi anche sempre revocabile, ai principi cristiani.

Quanti danni ha fatto la tentazione teocratica, che ancora serpeggia tra tanti “tradizionalisti”, alla Chiesa!

La reazione alla pretesa teocratica di governo universale, mondiale, dei Papi medioevali è stata la statolatria laicista moderna che ci ha poi consegnato agli assolutismi monarchici del XVII secolo, alle statolatrie giacobine del XVIII secolo ed ai totalitarismi ideocratici del XIX e del XX secolo, vere e proprie “teocrazie politiche secolari”.

Lo scrivente, che ha letto sia il “Dictatus Papae” sia l’”Unam Sanctam”, confessa, da cattolico innamorato di Cristo, che ne ha ricavato un senso di raccapriccio e che ha ringraziato il Signore per non aver confermato, nella Sua infinita Misericordia, in questa erronea pretesa, solo umana, di potere teocratico la Sua Chiesa, facendo fallire in modo anche drammatico i progetti religioso-politici dei Papi riformisti medioevali. Progetti che nulla avevano a che fare né con il Regno di Cristo né con la funzione katechontica della Chiesa e dei poteri politici che liberamente – e si sottolinei questo “liberamente” – vogliano modellarsi al diritto di natura, conformandosi in tal modo, anche senza proclamarsi confessionali, alla Rivelazione (“Per Me reges regnant”, Pv. 8,15).

Cosa c’è allora, cosa resta al di là delle circostanze storiche del loro tempo, di valido nel “Dictatus” e nell’”Unam Sanctam”, per non considerare quei documenti una vergogna come troppo facilmente affermato dalla pubblicistica anti-cristiana? L’elemento di validità, che travalica il loro tempo, espresso in quei documenti è contenuto in sole poche righe dei medesimi e sono quelle nelle quali si riafferma il diritto/dovere della Chiesa di giudicare anche Cesare come qualsiasi altro uomo. Cosa questa che non è altro che un richiamo dell’esortazione di Cristo nel famoso passo evangelico del “date a Dio quel che è di Dio, a Cesare quel che è di Cesare”.

Ora, però, giudicare non significa intervenire direttamente nella gestione delle cose politiche, non significa pretendere il “governo dei preti” o la “delega clericale del potere politico ai laici”. A fronte dei Papi teocratici, pur storicamente grandissimi, e del clero corrotto e potente del suo tempo, sulle cui malefatte facevano leva eretici e pauperisti, catari e “spirituali”, per sradicare dal popolo cristiano la Fede, la Misericordia Divina ha suscitato san Francesco e lo ha chiamato, come nel sogno profetico, a riparare la Chiesa che cadeva a pezzi. Francesco sognava di diventare cavaliere, sognava la gloria e la potenza mondana. Nostro Signore gli ha domandato: “Vuoi seguire il servo o il Padrone?” e Francesco comprese che la vera cavalleria è quella dello Spirito, quella celeste (ed infatti continuò a sentirsi un cavaliere al servizio della sua Dama, Madonna Povertà, non sola ma  per tutta la vita nelle sue prediche non disdegnò mai, in barba ai “cristianucci pacifisti” di oggi che se lo rappresentano come una fraticello arcobaleno, di usare – come del resto faceva anche san Paolo – un linguaggio cavalleresco, quindi gentile, e guerriero, quindi forte: perfino di fronte al Sultano al quale voleva sinceramente portare la Pace di Cristo).

Questo intervento misericordioso di Dio, per colmare e redimere le miserie umane di tanti cristiani, del clero come del laicato, si è costantemente ripetuto nel corso dei secoli e non c’è stato tempo nel quale Dio non abbia suscitato santi capaci di rendere credibile la fede insieme alla Chiesa che, nonostante le debolezze umane, della fede è il veicolo sacramentale. Ecco quindi i motivi per i quali ogni approccio trans-storico, irrinunciabile per un cristiano, deve confrontarsi con la storia, nella sua nuda e sovente dura realtà, senza aver paura di vedere smentita la promessa e la speranza cristiana perché Nostro Signore è vivo e presente nella Chiesa, anche oggi, e accompagna noi poveri uomini lungo il nostro cammino, così spesso indeciso ed incerto da un punto di vista esclusivamente umano.

Per la prima volta nella storia, un Papa ha scelto, all’inizio di un nuovo millennio che si palesa sempre più come preda di evidenti forze anticristiche, di chiamarsi Francesco. Che sia anche questo un segno della Sua Presenza che veglia e guida la Chiesa, Sua Sposa, come la Barca di Pietro nella tempesta?

L. Copertino

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