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LA SCOMPARSA DI UN GALANTUOMO . di F. Cardini

 

 

 

Minima Cardiniana, 6

Domenica 26 gennaio 2014

Santi Timoteo e Tito

 

Avevo da tempo programmato le prossime puntate di MC in modo da trattare alcuni argomenti che mi premono. Ma quando ci si affida alle effemeridi esse hanno il sopravvento e ti spiazzano di continuo con notizie inaspettate che modificano i tuoi piani.

Né sono sempre buone notizie. Tra quelle non positive, le più frequenti riguardano i decessi. La scomparsa di qualcuno che conosci, che ti è caro, ti colpisce e ti sconvolge sempre: ti appare sempre inattesa, immatura, strana, anche quando si tratta magari di persone molto anziane o ammalate da tempo, quindi di decessi razionalmente “naturali”, che tuttavia a loro volta conservano qualcosa del magicamente inatteso: perché da chi è giovane ci si aspetta che viva a lungo, ma chi è vecchio tendiamo a considerarlo immortale.

E’ venuto a mancare un paio di giorni fa, nella sua Rimini, il giudice Romano Ricciotti, magistrato a riposo molto stimato e considerato nella sua città per quanto la sua indole schiva e la natura non proprio maggioritaria delle sue convinzioni politiche ne avessero da tempo causato una bonaria marginalizzazione.

Ricciotti era della generazione degli ottantenni, anche se mi accorgo ora di non aver mai saputo con precisione in che anno fosse nato. Personaggio estremamente riservato e rigoroso, aveva d’altro canto saputo conservare nel tratto una freschezza che faceva spesso dimenticare al sua età: ed era difatti spesso circondato da giovani e addirittura da giovanissimi che gli volevano bene, passeggiavano o andavano a cena con lui, discutevano, talvolta polemizzavano, ma che pur rispettandolo profondamente non davano mai a vedere di posseder la consapevolezza che egli avrebbe potuto essere loro padre o addirittura loro nonno.

La questione non è soltanto che a Ricciotti piacesse scherzare, ridere e all’occasione farsi anche un buon bicchiere di vino. Il punto è che, in qualunque cosa facesse o dicesse, egli sapeva immettervi sempre il “valore aggiunto” della sua semplicità, della sua “saggia ingenuità”, del suo “antico candore”. Coltissimo e preparatissimo, non ostentava mai né le sue competenze, né le sue qualità intellettuali. Tutt’altro che superficiale, aveva però il merito e la virtù di saper sempre arrivare con serena e pulita precisione al centro delle cose.

Era un uomo d’ordine, dotato di un inflessibile senso dello stato che si traduceva in un’onestà irreprensibile, sul piano della vita come su quello del pensiero. Era stato un ragazzo degli Anni Trenta e un giovanotto degli Anni Quaranta, e ne aveva mantenuto intatti i segni: nulla poteva smuoverlo da un patriottismo semplice, pulito, che egli collegava immediatamente e naturalmente ai valori del Risorgimento e dell’unitarismo italiano. D’altra parte, uomo “di destra” sotto gli aspetti politico ed etico-culturale (e, chiamiamo le cose col loro nome, onestamente, lealmente e umilmente fascista), aveva sempre mantenuto un’ammirazione affettuosa per certi vecchi comunisti della sua città dei quali conosceva la rettitudine morale e apprezzava il rispetto per le istituzioni.

Con Ricciotti se ne va un cattolico seriamente devoto, un italiano esemplare, un encomiabile vecchio servitore della cosa pubblica, un autentico uomo della giustizia. Se l’Italia avesse avuto qualche migliaio di persone della sua tempra, forse anche la sua condizione attuale sarebbe stata migliore. La gente come lui è insostituibile, il vuoto che lascia è incolmabile, l’esempio della sua rettitudine la sua autentica eredità dal momento che è morto povero così come dignitosamente da povero aveva vissuto, col suo stipendio prima e la sua pensione poi. Eppure, il nostro ricordo non riesce ad assuefarsi all’idea che non sia più: per gente come lui, il non omnis moriar è un valore vivo e concreto. Lo sentiamo ancora con noi. Dritto. Sicuro. Presente.

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