Il Sacro Cristiano. di L. Copertino

Lo storico delle religioni Rudolf Otto definisce il “sacro” come mysterium tremendum et fascinans, intendendo dire che esso è una dimensione dell’essere che quando si manifesta sconvolge l’ordinario corso naturale del mondo sconcertando la ragione umana. Il sacro suscita meraviglia, stupore, ma anche paura, terrore. Verso di esso l’uomo può provare un fascino irresistibile, essere pervaso da gioia ineffabile oppure ripulsa, rifiuto radicale. Per Otto attraverso il sacro l’uomo fa l’esperienza di un mistero che si pone al di sopra di lui in modo assolutamente infinito. E’ il “totalmente altro” di fronte al quale l’uomo si trova impotente, quasi schiacciato da tale presenza. Il “sacro”, pertanto, si manifesta all’uomo arcaico, l’uomo tradizionale ma non “primitivo”, come qualcosa di affascinante ma soprattutto di terribile, qualcosa o qualcuno che deve essere ammansito mediante il rito, l’offerta, l’oblazione. Guardando la volta celeste, meravigliosa ma anche avvolgente e quindi dominante, l’uomo arcaico percepiva questo fascino tremendo del totalmente altro. «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle …» (Gen 15,5) dice il Signore ad Abramo promettendogli una discendenza universale. Un altro storico delle religioni, Mircea Eliade, ha dimostrato che il sacro è strutturale alla coscienza umana. E’ una struttura fondante della natura umana, non dunque una sovrastruttura come la filosofia immanentista della modernità ha preteso. Anche per Eliade il sacro si manifesta come l’irrompere di qualcosa di differente nell’ordinario, il quale quindi si palese, al suo cospetto, come “profano”, ossia ciò che sta di fronte al “fanum”, al luogo sacro inaccessibile, se non agli addetti al culto ovvero i sacerdoti, simboleggiato nei templi pagani – si pensi all’Acropoli ateniese – dalle colonne che richiamavano in effige gli alberi della foresta, appunto sacra ed impenetrabile, dove originariamente si celebravano i sacrifici al dio del luogo. Lo spazio antistante il tempio/foresta era detto infatti “pro-fanum”, ciò che sta davanti, dinnanzi, al luogo sacro. Lo spazio acquista “sacralità” per l’apparizione del divino, la ierofania, diventando così luogo separato – tale ovvero “separato” significa, tra l’altro, il termine “sacro” – e quindi centro spaziale, punto fisso, asse di orientamento. Il luogo della ierofania diventa centro del mondo conferendo senso alla realtà e trasformando il caos in cosmo.

Il Dio che si manifesta nel luogo sacro è, però, un dio terribile, spesso capriccioso, sovente feroce. Bisogna conquistarne i favori, ammansirlo. Da questa necessità nasce, insieme allo spazio sacro, il “tempo sacro”, il tempo straordinario dei riti e delle feste. Il dio “terribile” che parla attraverso l’oracolo nello spazio sacro del tempio spesso chiede sacrifici, inclusi i sacrifici umani. Il rito serve anche a questo: ad ammansire il dio ed, in tal modo, a perpetuare l’esistenza del mondo, della comunità, dello Stato. Ciò che è prescritto ritualmente è puro, ciò che ritualmente è proscritto è impuro. Il rito è dunque “sacrificio”, un sacrum facere, e mediante esso l’uomo cerca di conquistarsi il favore del dio, “offrendo” ciò che ha di più prezioso. L’uomo cerca, in altri termini, di controllare l’incontrollabile, l’inaccessibile, il tremendum. Nel rito, quindi, vengono, di volta in volta, offerte vergini, primogeniti, primizie del raccolto. Il dio può richiedere persino la vita, perché spesso, nell’età arcaica, il sacro è violenza necessaria per evitare altra violenza. Il mistero tremendo non si da come dono, come gratuità, e l’offerta rituale è una sorta di scambio, di do ut des, con il quale l’uomo cerca di rabbonire un dio despota, nemico dell’uomo, che sottrae, chiede e toglie. Questo, qui sommariamente descritto, è il sacro pagano. Può sembrare a noi assurdo, eppure nessuna società senza sacro “amministrato”, senza una “religione”, è mai esistita. Il fatto è che nell’ambiguità di questa sua relazione con il “sacro” sussisteva, per l’uomo, l’eredità traviata di una Origine – un Inizio della storia – nella quale il rapporto con la Trascendenza non era macchiato, non era ferito, ed il sacro non si riduceva ad un olismo immanentista, un monismo, dalla cui frammentazione, per una sorta di esilio nell’oscurità, sarebbe sorto il mondo, che, così concepito, inevitabilmente finisce per connotarsi, sotto il profilo ontologico, in termini di negatività, di prigione, di terra dell’esilio, luogo della caduta.

Secondo un altro storico delle religioni, Roger Bastide, il sacro, senza la religione, è selvaggio. In effetti, la religione può essere concepita come un’impressionante “costruzione” attraverso la quale l’uomo cerca di dare senso al mondo, di sottrarlo all’indifferenziazione e al caos. Quando gli ebrei, deportati a Babilonia, si confrontarono con la religione dei babilonesi vincitori iniziarono a comprendere la differenza tra il Dio della Rivelazione abramitica e quello delle grandiose ierofanie pagane, base anche politica dell’impero babilonese, che narravano di Tamiat e Marduk e dello smembramento dell’unità originaria, dalla quale erano nati il mondo e l’uomo, e che aveva fondato un ordine la cui conservazione, che era anche conservazione della civiltà, poteva essere assicurata solo attraverso riti sacrificali, anche cruenti.

La Rivelazione monoteista è stata per l’Israele antico una acquisizione graduale. Per secoli la credenza nel Dio unico e trascendente, ossia “Santo”, ha convissuto presso gli ebrei con il sincretismo politeista, contro il quale si scagliarono i profeti. Quindi anche nell’ambito abramitico il “sacro”, inteso al modo pagano come “misterium tremendum et fascinans”, è inizialmente presente. Abramo, che pur accoglie la Rivelazione di un Dio misterioso e santo ossia trascendente, ed i suoi discendenti restano ancora per molto tempo semi-politeisti, ossia concepiscono il sacro come frammentazione di un “tutto immanente”, di un “olos” indifferenziato, primordiale. Ed anche ad Abramo Dio chiede il sacrificio cruento del figlio primogenito Isacco (Ismaele era sì nato per primo ma in modo illegittimo). Ma poi l’angelo ferma la mano del Patriarca in procinto di colpire, con il coltello sacrificale, il figlioletto ed al suo posto gli indica, quale vittima, un ariete. Chiara allusione al futuro sacrificio del Figlio Unigenito, l’Agnello di Dio vittima espiatrice per i peccati del mondo. Non avendoGli Abramo, per fede, per fiducia nel Dio trascendente che gli si era rivelato, rifiutato il figlio della promessa, il Signore non rifiuterà, ai suoi discendenti carnali e spirituali, il Suo Unico Figlio.

Come è evidente dalla storia di Abramo, nella Rivelazione biblica, dunque, qualcosa cambia nella concezione del “sacro” e del rapporto dell’uomo con esso. Prima di tutto, il Dio di Israele non è un dio di un luogo o di una nazione. Non può essere “ingabbiato” in nessun luogo perché egli è il Dio creatore del mondo e tutto l’universo gli appartiene sicché tutto l’universo è il “suo spazio sacro” e tutte le genti sono sue. Lo spazio della ierofania del Dio biblico è il mondo intero. Questo perché il Dio biblico è assolutamente trascendente eppure entra nella storia dell’uomo, si piega kenoticamente sulla sua creatura in quanto la ama, vuole ricondurla a Sé e così salvarla. Il Dio di Israele è “Santo”, ossia trascende del tutto la realtà immanente, non dipende da essa ed anzi essa dipende da Lui. Il Dio di Israele non ha bisogno delle offerte dell’uomo al fine di essere ammansito ma è Egli che si offre all’uomo per Amore, essendo nella sua essenza Amore ed Amore trinitario. Tuttavia la “Santità di Dio” non esclude la “sacralità del cosmo” a condizione, però, di tenerne in debito conto la relatività rispetto all’Assoluto del Creatore. La Santità di Dio si riflette nella natura, senza identificarsi con essa, ed in tal modo non solo la “santifica”, nella partecipazione ontologica, ma la rende anche, indirettamente, “sacra” per riflesso. La assume come luogo creaturale della Sua Presenza inaccessibile che tuttavia si rende in tal modo accessibile per gratuità d’Amore, secondo la bella espressione di Francesco a proposito del sole: “Di Te, Altissimo, porta significatione”.

Anche il luogo sacro, il Tempio, luogo della Sekinah, della Presenza di Dio, non è più soltanto “sacro” ma anche “santo”. Al suo centro vi è infatti il “Sancta Sanctorum”, il “Santo dei Santi”, la cella nella quale Dio parla a Zaccaria e nella quale, una volta all’anno, può accedere solo il Sommo Sacerdote per offrire il sacrificio, prefigurazione dell’unico sacrificio a Lui davvero gradito ossia quello dell’amore, nel Figlio, a Dio ed al prossimo, autentico cuore della Legge mosaica che solo la Grazia di Cristo rende capaci di concretizzare (da qui Paolo che parla della maledizione della Legge quando si pretende di praticarla senza Cristo). Il “Santo dei Santi” era già presente, nel quarantennale girovagare di Israele nel deserto, in forma di “Arca dell’Alleanza”, custodia delle “Tavole dei Comandamenti”, all’interno della Tenda che, posta la centro dell’accampamento, fungeva da Tempio mobile.

Questo svela che anche nella Bibbia gli oggetti possono assumere sacralità, come ad esempio le pietre sulle quali Giacobbe ha dormito. Ma questo non accade perché essi manifestano il divino impersonale, il monismo del tutto indifferenziato nascosto dietro al mondo manifestato, o un suo qualche frammento in forma di deità o di eone, quanto piuttosto per il fatto che sono venuti in contatto con Dio. E’ lo stesso concetto che fonda il culto delle reliquie in ambito cristiano. Una stoffa che ha toccato un uomo pieno della Santità di Dio diventa a sua volta comunicatrice di quella santità riflessa, ossia “sacralizzata”, nell’oggetto naturale. Ma tali oggetti portano semplicemente una traccia, ci parlano di Lui, del Santo dei Santi, senza tuttavia sostituirlo. Sono soltanto un segno del Suo passaggio, della Sua Presenza. Infatti, il Dio della Rivelazione biblica desacralizza – meglio sarebbe dire “spanteizza” – la natura. In quanto “creazione” essa non è più qualcosa di “sacro” nel senso immanente del termine. La natura non è più una “dea”, non è più “Gaia”, non è più il luogo dello scatenarsi di forze “magiche” e quindi “sacre” nel significato pagano della parola che fa riferimento ad un divino panteista, immanente. Per la Rivelazione, nessun oggetto può contenere Dio o essere assimilato a Lui. Tuttavia, proprio perché Dio è il creatore del cosmo, tutto il creato canta la sua gloria, la riflette. Sicché il “sacro” non è abolito in senso assoluto ma solo relativizzato in quanto lo si rende dipendente dalla Santità, dalla Trascendenza, di Dio. Dio, essendo “tutto”, fa spazio in Sé al mondo, per accoglierlo nel suo Amore ma senza confusione tra Sé e mondo ossia lasciandolo nella sua “naturalità”. Si aprono, qui, i cammini della scienza. All’uomo è data la possibilità di studiare il cosmo, che non è più “magico” o “sacro” in senso pagano, per comprendere, fino a dove la sua ragione può arrivare, il mirabile disegno di Amore di Dio creatore. Ma proprio perché nella natura continua a riflettersi sacralmente la Santità di Dio, lo studio e l’azione dell’uomo su di essa non possono essere disgiunti dal Fondamento stesso del cosmo, dall’Ordine dell’Essere,che si esprime mediante il richiamo etico all’amore verso il prossimo, compreso il mondo nel quale l’uomo vive e del quale, infatti, sin dalle origine edeniche, egli è soltanto il “custode”, l’“amministratore” che deve rendere conto, non il “padrone”. Solo la cattiva scienza e la cattiva tecnologia, “cattive” in quanto orgogliosamente prometeiche, si pongono peccando, ovvero manipolando e distruggendo, contro l’Opus Dei, ossia contro la meraviglia della Creazione.

Attraverso la Rivelazione che di Sé fa il Dio di Abramo, Israele giunge gradualmente a comprendere che Dio non è tremens ma infinitamente buono, che Egli si prende cura del suo popolo, lo libera dall’Egitto, lo conduce nella Terra Promessa, gli dona la Legge, gli dona il suo Spirito. Ma tutto questo, l’Antica Alleanza ricordata dall’Antico Testamento, è stato dato soltanto nella prospettiva, definitiva, dell’Alleanza Eterna in Cristo. Nuova Alleanza aperta a tutti i popoli che diventano così un solo Popolo di Dio nella Chiesa Cattolica, Universale. In Gesù la tradizione ebraica veterotestamentaria giunge alla sua pienezza, al suo compimento. La Buona Notizia è proclamata: Dio è Padre e noi, figli nel Suo Unico Figlio, siamo tutti fratelli non essendoci più né greco né giudeo. Dio è Luce e Bontà assoluta. Egli si rivela come Padre misericordioso che non ha bisogno di essere tenuto buono con offerte sacrificali.

Anzi, è l’idea stessa di sacrificio a mutare completamente di significato. Dio ha tanto amato il mondo che, attraverso suo Figlio, ha donato se stesso, senza chiedere nulla in cambio (Gv. 3,16). L’istituzione del sacrificio, come azione che separa qualcosa da offrire al dio tremendum per sollecitarne i favori, viene meno. Lo stesso sacrificio ebraico degli agnelli al Tempio, mera prefigurazione dell’unico Sacrificio salvifico della Croce, non ha più ragion d’essere. Il sacro ed il sacrificio devono essere ora re-interpretati. Vi è una secolare polemica luterana contro la Messa Cattolica accusata, per la sua essenza sacrificale, di riproporre riti pagani. Una polemica nella quale ritornava l’accusa che fu di Marcione contro l’Antico Testamento, sicché nella Messa si riproporrebbero le nefandezze sacrificali di Israele. Una polemica che, dopo Lutero, trovò altri pronti a continuarla, come ad esempio i giacobini settecenteschi che nella loro propaganda bestemmiavano la Messa come “atto di cannibalismo”, perché in essa ci si nutrirebbe del Corpo e del Sangue umano. Tutta questa polemica, la cui fonte luciferina è evidente, gioca sull’ignoranza del significato nuovo che la Rivelazione biblica ha gradualmente dato al sacro alla luce della Santità di Dio. Quello della Messa è il Santo Sacrificio, dove l’unione dei due termini “santo” e “sacrificio” non è casuale. Il Santo dei Santi, il Dio assolutamente trascendente della Rivelazione, è entrato nella Sua creazione, già per riflesso piena della sua Santità e perciò sacra per derivazione, prima attraverso la storia di un popolo teologale appositamente chiamato tra tutte le genti a testimoniarLo in un mondo politeista, e poi incarnandosi in Gesù Cristo ovvero in un uomo che è l’Uomo, l’Adam Kadmon, il Nuovo Adamo. Il Quale in quanto tale è la Sua Immagine Perfetta, dunque Lo “riflette” perfettamente, manifestando nella “sacralità” della persona umana – spirito, anima e corpo – la Santità di Dio. Il Sacro Cuore di Gesù Cristo, quel Cuore che, come Egli in Persona ha rivelato a santa Margherita Maria Alacoque, tanto ama gli uomini e dai quali ottiene in cambio solo oltraggi, è il nuovo e vero Sancta Sanctorum. Nostro Signore Gesù Cristo è l’autentico Tempio, quello che, come Lui stesso annunciò, distrutto sarebbe stato ricostruito in tre giorni. Gesù Cristo è l’autentico spazio sacro nel quale si manifesta la Sekinah, la Presenza reale, la Santità di Dio, ed è per questo che il Cristianesimo non ha più bisogno di un Luogo Sacro in senso geografico avendo come Tempio il Signore in Persona. L’Universalità del Dio di Israele, la sua indipendenza dal creato, il suo essere Dio di persone – il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di Mosé – e non il Dio di un luogo delimitato, di un pezzo di terra pur promesso in vista però di un’altra Eterna Alleanza, trova pieno adempimento in Cristo Gesù Dio-Uomo.

La Santa Messa è il Sacrificio d’Amore con il quale Dio, di sua gratuita iniziativa, per amore dell’uomo, si offre, si immola, nella sofferenza della Croce, per rimuovere l’ostacolo ontologico che il peccato originale aveva frapposto tra Lui e la sua amata creatura e che l’uomo, da solo, non avrebbe mai potuto rimuovere nonostante ogni rito sacrificale, anche quelli più cruenti a base di sangue di esseri umani o di animali. Già nell’Antico Testamento il Dio di Abramo non chiede “olocausti”, non chiede agnelli offerti in sacrificio, ma chiede l’Unico Vero ed Autentico Sacrificio ossia quello di un Cuore Santo del tutto aperto al Suo Amore. Questo Cuore – Coppa, Calice e Vaso dell’Amore Eterno – altri non è che il Sacro Cuore Divino-Umano di Gesù, Tempio della Santità di Dio, che, in quanto tale, è l’unico che poteva corrispondere alla condizione necessaria per adempiere all’Autentico Sacrificio salvifico. Quel Sacro Cuore che, al tempo di Erode, essendo Augusto Cesare e Quirino governatore della Siria, iniziò, all’annuncio dell’Angelo, a formarsi, per Opera dello Spirito Santo, nel Cuore Immacolato della Vergine Maria. La dolcissima Madre di Dio a Lui consacrata sin dalla sua Immacolata Concezione e da Lui prescelta agli albori della storia (Gen. 3, 15), sicché se non può propriamente dirsi di Maria che è corredentrice può, però, ben dirsi che è la co-protagonista fondamentale della Redenzione, anche nella prospettiva escatologica della Donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed incoronata di dodici stelle (Ap. 12, 1). Il dodici è numero dell’universalità. E’ stato il “sì” di Maria, liberamente offerto, a rendere possibile la Redenzione.

Durante il Santo Sacrificio della Messa, Rinnovazione Incruenta del Sacrificio della Croce, il vino si trasforma, non a caso, in Sangue ed il pane in un “Cuore umano al completo vivo e palpitante”. Come testimoniano innumerevoli miracoli eucaristici che hanno superato tutte le più sofisticate analisi cliniche e scientifiche. Citiamo, solo quali esempi, quello di Lanciano, in provincia di Chieti, risalente all’VIII secolo e quello di Buenos Aires, del quale è stato testimone il regnante pontefice, avvenuto nel 1996. Quando ci comunichiamo, attraverso la partecipazione per nutrimento, per assorbimento ed interiorizzazione, della particola transustanziata, il Sacro Cuore di Cristo, Vittima (Ostia significa appunto Vittima) d’Amore, si unisce al nostro cuore ed accade ciò che i mistici chiamano “scambio dei cuori”. Per questo se il nostro cuore è colmo di altro, colmo di peccati e di preoccupazioni mondane, non possiamo trarre beneficio da questa Santa Comunione. Il Sacro Cuore di Gesù, Pieno della Santità di Dio, è la Fonte dalla Quale l’Amore di Dio, perché “Dio è Amore” come afferma san Giovanni (1Gv. 4,16), si riversa sull’umanità sperduta per riportarla alla Casa del Padre.

Ma se Dio è Amore allora il vero luogo del sacro è l’amore verso Dio e il prossimo (Mc. 12,31). Il Dio della Rivelazione biblica è un Dio di Misericordia che non vuole in olocausto la macellazione di animali ma un cuore umano contrito dei suoi peccati e pronto a rispondere al Suo Amore. Vuole per Olocausto soltanto la Misericordia, come Gesù afferma nel primo vangelo: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt. 25,40). Ecco perché la Misericordia, l’Amore di Dio, è anche appello alla Giustizia, compresa la giustizia sociale. Un appello così difficile da comprendere persino per molti cristiani, tutti presi a difendere l’Occidente, il Capitale, il Mercato, la Finanza ossia Mammona. Nell’Antico Testamento, in ebraico, Misericordia è parola resa con due termini diversi. Viene resa sia con il termine “hesed” che significa “bontà” sia con il termine “rahamin” che deriva dalla parola “rehem”, ossia “grembo materno”, ed indica l’amore materno come espressione del più grande amore umanamente concepibile. Ma la Misericordia di Dio è ancora più grande dello stesso amore materno perché è infinita. Ed infatti il profeta canta: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, Io invece non ti dimenticherò mai» (Isaia, 49,15). Ad Isaia ha fatto riscontro Nostro Signore rivolto a Gerusalemme, cieca di fronte al compiersi in Lui delle profezie messianiche: «Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt. 23,37). La chioccia che raccoglie i pulcini sotto le sue ali è, per l’appunto, l’immagine dell’Amore di Dio, amore non solo paterno ma anche materno.

Dio, che si piega sulla creatura per salvarla, si identifica con il sofferente, l’ultimo, l’emarginato, l’escluso. Il bene compiuto al fratello è il bene rivolto a Dio. Ne consegue che il “sacro”, quello vero, trova il suo più alto compimento nella Carità, nel perdono, nel comportamento etico di giustizia verso il prossimo preludio all’amore incondizionato del prossimo che è possibile soltanto per la Grazia infusa nel cuore umano dal Signore. Perché è nella Misericordia che si svela la Santità di Dio comunicata dai Sacramenti ed innanzitutto dal “Santo Sacrificio della Messa”. Come ha ricordato Papa Francesco a Lampedusa, Dio si svela all’uomo ponendogli la domanda: «dov’è tuo fratello?» (Gen. 4,9). L’identità di Dio è Amore. In Cristo il “sacro” è Santo, svela la Santità di Dio, è Santità sacra perché, in barba a tanti neopagani, in Lui non c’è affatto alternativa o opposizione tra “santo” e “sacro”. Quest’ultimo ci viene restituito nella sua vera essenza di riflesso immanente della santità trascendente, polarità riunite, secondo il disegno originario che contemplava ab aeterno l’Incarnazione del Verbo, nella Persona Divino-Umano di Gesù Cristo, Asse verticale della Creazione, Signore della storia, che aprendo orizzontalmente le Sue braccia in Sacrificio sulla Croce avvolge nel Suo Amore – l’Amore che dall’eternità sussiste tra Lui ed il Padre e che è Spirito Santo – l’intero universo, così redento. Quello cristiano è un “sacro/santo”, è “santità sacra”.

Dato addì 8 dicembre 2013,

Festa della Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Luigi Copertino

Lascia un Commento