Papa Bergoglio ed Eugenio Scalfari: quell’antico dilemma. di L. Copertino

Il 7 dicembre 1965, a chiusura del Concilio Vaticano II, Paolo VI così si esprimeva, ponendo un problema – il problema di sempre, come vedremo – sia alla Chiesa che al mondo: «La Chiesa del Concilio, sì, si è assai occupata, oltre che di se stessa e del rapporto che a Dio la unisce, dell’uomo, dell’uomo quale oggi in realtà si presenta: l’uomo vivo, l’uomo tutto occupato di sé, l’uomo che non si fa soltanto centro d’ogni interesse, ma osa dirsi principio e ragione d’ogni realtà. Tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze; si è quasi drizzato davanti al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi (…). L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto Uomo s’è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? uno scontro, una lotta, un anatema? poteva essere; ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (e tanto maggiori sono, quanto più grande si fa il figlio della terra) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

Chi ha vissuto quegli anni – lo scrivente era bambino nel 1965, aveva solo due anni, quindi non li ha vissuti ma li ha poi studiati e studiare con distacco emotivo gli eventi li rende forse più intellegibili – ricorderà sicuramente lo scossone che quelle parole, soprattutto quelle evidenziate in neretto, portarono dentro la Chiesa e nel mondo. Il Papa benediceva l’umanesimo moderno che la Chiesa aveva combattuto da secoli perché sostanzialmente ateo? Il Papa dichiarava che la Chiesa ha il culto dell’Uomo e non più quello di Dio? A molti sembrò così, anche se, non ci si fosse lasciati trascinare dalle polemiche, si sarebbe immediatamente potuto constatare che in fondo Papa Montini altro non stava parafrasando che sant’Ireneo di Lione, Padre della Chiesa, nel suo trattato “Adversus Haereses” (IV, 20, 7) il quale a sua volta commentava il Salmo 144, «Gloriam Dei vivens homo», “la gloria di Dio è l’uomo vivente”.

Non saremo noi a negare che in quel momento, 1965, in Papa Montini, e nella Chiesa, forse una buona dose di illusione, nella evitabilità dello scontro tra Fede e umanesimo, c’era. Del resto il clamore mediatico, sempre facilone e superficiale, a queste conclusioni facilmente portava. Allo scrivente, tuttavia, non piacciono gli approcci superficiali, gli spot pubblicitari, la banalità giornalistica – sia di parte tradizionalista che di parte progressista – ma al contrario piace approfondire le questioni con tutta la problematicità con cui esse si pongono di fronte a noi, soprattutto nella prospettiva, l’unica che ci avvicina quanto più possibile alla sostanza delle cose, del riesame storico a distanza dei fatti.

Nel 1965, dunque, Papa Montini sembrava abbandonarsi ingenuamente all’ottimismo umanitario di quegli anni nei quali l’Occidente cresceva socialmente ed economicamente, nei quali sembrava che la povertà e gli atavici mali dell’umanità fossero ad un passo dall’essere sconfitti, nei quali la decolonizzazione in atto portava alla ribalta i popoli del terzo mondo che presentavano al vecchio e primo mondo il redde rationem storico dei suoi antichi misfatti. Un clima di ottimismo progressista imperava nei media e nelle coscienze, confondendo anche la cognizione storica dei decenni immediatamente precedenti: il fascismo, ad esempio, veniva derubricato a reazione antimoderna, e gli stessi fascisti finivano per accettare questo falso storico, sicché ci volle un Renzo De Felice per rimettere, storicamente parlando, le cose al loro posto e riportare il fascismo alla sua radice socialista, consentendo, quasi contemporaneamente, ad un filosofo della politica, come Augusto Del Noce, di inquadrare il fascismo nel novero delle ideologie tipiche della fase “sacrale” della scristianizzazione moderna. Un clima esattamente opposto a quello, pessimista, sfiduciato e nichilista, che invece, a distanza di quasi cinquant’anni, impera oggi. La sinistra all’epoca si illudeva di aver la vittoria in mano senza accorgersi che invece il vero trionfatore, la finanza apolide, andava imponendosi approfittando della desacralizzazione universale che la stessa sinistra favoriva. Lo avevano capito, ad esempio, un uomo di sinistra come Pier Paolo Pasolini ed un cattolico conservatore come il già citato Augusto Del Noce. All’epoca, che tanto nostalgicamente ancor oggi rimpiangono Walter Veltroni e Mario Capanna, quella del “Papa buono, di Krusciov e di Kennedy”, subentrò l’epoca, la nostra, dei Soros, dei Reagan, dei Mario Draghi, dell’austerità deflazionista e della disoccupazione di massa.

Tuttavia, approfondendo, come detto, le apparenti illusioni montiniane alla distanza che lo scorrere del tempo consente, si dovrebbe piuttosto giungere ad una conclusione più articolata ed ad un giudizio più ponderato. Montini non era affatto un ingenuo, uno facile ai facili ottimismi. Era invece un problematico. Avviandosi, infatti, a termine il suo pontificato chiosò – erano passati solo sette anni dal discorso di chiusura del Concilio Vaticano II – quanto in precedenza aveva affermato, quasi a precisare il suo vero pensiero. E fu una chiosa forte, che voleva anche essere una replica all’aggressione mediatica globale che egli subì quando con l’enciclica “Humanae Vitae” riconfermò la dottrina della Chiesa in difesa della vita umana contro le sperimentazioni pseudo-scientifiche e contraccettive che andavano in quegli anni diffondendosi. Papa Montini soffrì del disincanto, che fu anche di Maritain, verso un popolo di Dio il quale, certo per colpa anche dei suoi Pastori, non aveva affatto compreso che il farsi incontro all’uomo non significava abbracciare l’umanitarismo.

Il 29 giugno 1972, festa dei Santi Pietro e Paolo, nell’omelia “Resistites forte in fide”,  Papa Montini dichiarò pubblicamente la propria convinzione che: «… da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida più della Chiesa; ci si fida del primo profeta profano che viene a parlarci da qualche giornale o da qualche moto sociale per rincorrerlo e chiedere a lui se ha la formula della vera vita. E non avvertiamo di esserne invece già noi padroni e maestri. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze, ed è entrato per finestre che invece dovevano essere aperte alla luce. Dalla scienza, che è fatta per darci delle verità che non distaccano da Dio ma ce lo fanno cercare ancora di più e celebrare con maggiore intensità, è venuta invece la critica, è venuto il dubbio. Gli scienziati sono coloro che più pensosamente e più dolorosamente curvano la fronte. E finiscono per insegnare: “Non so, non sappiamo, non possiamo sapere”. La scuola diventa palestra di confusione e di contraddizioni talvolta assurde. Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno. Anche nella Chiesa regna questo stato di incertezza. Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. Predichiamo l’ecumenismo e ci distacchiamo sempre di più dagli altri. Cerchiamo di scavare abissi invece di colmarli».

Papa Montini aveva già intuito l’esito “reazionario” e “neopagano” che la modernità avrebbe avuto nel post-moderno avendo essa sradicato dalla radice del Depositum Fidei i frutti storici e sociali del Cristianesimo che non possono vivere come tralci staccati dalla Vite: “Si celebra il progresso per poterlo poi demolire con le rivoluzioni più strane e più radicali, per negare tutto ciò che si è conquistato, per ritornare primitivi dopo aver tanto esaltato i progressi del mondo moderno”. Qui egli indicava nell’umanitarismo un’etica destinata a franare sotto gli impulsi dell’irrazionalismo che covava nel cuore stesso del razionalismo occidentale e che con la post-modernità è venuto a galla.

Già nel 1968 Paolo VI aveva parlato di una strana tendenza della Chiesa  all’autodemolizione e nello stesso anno aveva fatto, su suggerimento del vecchio ed ormai disincantato Maritain, quello de “Le paysan de la Garonne”, una pubblica professione di fede, il famoso “Credo del popolo di Dio”, nella quale aveva fortemente e con autorità magisteriale ribadito il dogma di fede. Tuttavia nel 1972 Papa Montini andò al fondo della questione e, nell’omelia del 29 giugno di quell’anno, si chiese per quali cause era avvenuto tutto questo. La risposta fu assolutamente in linea con la Verità cristiana: vi è stato l’intervento di un potere avverso. «Il suo nome è il diavolo, questo misterioso essere cui si fa allusione anche nella Lettera di San Pietro: Tante volte, d’altra parte, nel vangelo, sulle labbra stesse di Cristo, ritorna la menzogna di questo nemico degli uomini. (…). Crediamo – concluse il Papa – in qualcosa di preternaturale venuto nel mondo proprio per turbare, per soffocare i frutti del Concilio Ecumenico, e per impedire che la Chiesa prorompesse nell’inno della gioia di aver riavuto in pienezza la coscienza di sé. Appunto per questo vorremmo essere capaci, più che mai in questo momento, di esercitare la funzione assegnata da Dio a Pietro, di confermare nella Fede i fratelli».

Qualche mese dopo, il 15 novembre 1972, tornò sull’argomento nell’allocuzione “Liberaci dal male” affermando: «Quali sono oggi i bisogni maggiori della Chiesa? Non vi stupisca come semplicista, o addirittura come superstiziosa e irreale la nostra risposta: uno dei bisogni maggiori è la difesa da quel male, che chiamiamo demonio (…) Il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa. Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente esso pure, come ogni creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni».

Intorno alla storia degli anni immediati del post-Concilio si è scatenato, da decenni, un chiacchiericcio, spesso stupidamente polemico, da donnette al mercato che non riescono ad andare al fondo della questione. Lo scrivente è sinceramente stufo di questo chiacchiericcio e, come diceva, preferisce esaminare la questione più a fondo. Non gli interessa affatto la polemica “Concilio sì, Concilio no”. Paolo VI, nei suoi discorsi sopra riportati, non metteva in dubbio il Concilio e non imputava ad esso la confusione ma allo spirito maligno che era riuscito ad intorbidire le acque. Su questa linea si è poi posto anche Benedetto XVI.

Quel che importa qui accertare è se Paolo VI avesse affermato una eresia nel discorso del 1965, poi apparentemente contraddetto da quelli del 1968 e del 1972, oppure no. La Chiesa che ha il culto di Dio può avere anche il culto dell’uomo? Cosa si deve intendere con tale affermazione? Lo scontro tra Fede e umanitarismo è stato evitato oppure è inevitabile? Cosa intendeva dire Papa Montini nel 1965 a proposito di questo scontro?

Che la Chiesa, Arca di salvezza dell’umanità, da sempre – si badi: da sempre! – si preoccupi dell’uomo, del suo spirito come della sua anima e del suo corpo, non è una novità. Dio ha creato l’uomo per puro e gratuito Amore, potrebbe la Chiesa non amare l’uomo nello stesso momento in cui Essa odia il peccato? Se la Chiesa ha il culto di Dio, del Creatore, potrebbe Essa, ben precisato il senso ed il significato di una espressione come questa, non avere anche il “culto dell’uomo” che di Dio, unica creatura nell’immanenza, porta indelebile in sé l’Immagine e la Somiglianza, per quanto offuscate a causa del peccato?

La fede cristiana, sin dai tempi dell’insegnamento apostolico paolino che metteva in piena luce quanto già presente nel Vecchio Testamento (Paolo era stato zelante fariseo ma comprese per davvero la Rivelazione solo sulla via di Damasco), ha una visione “kenotica” della Presenza di Dio nella storia dell’umanità e delle varie culture. Si afferma che Dio si piega, si china, sulla creatura, per soccorrerla nella Sua Infinita Misericordia. Dio si svuota della Sua Divinità non nel senso che Egli la perde ma nel senso che Egli “fa spazio” in Sé alla creatura per accoglierla nel Suo Amore.

Questa visione, che ci viene dalla Rivelazione, è diametralmente in opposizione – tanti neopagani a destra come a sinistra dal loro punto di vista sottoscriveranno senza dubbio questa nostra osservazione – alla spiritualità soggiacente all’umanitarismo che rinvia all’idea prometeica dell’autocostruzione di sé, dell’autodeificazione. Per restare, ad esempio, sul versante “destro” un Evola, almeno quello filosofico dei “Saggi sull’idealismo magico” e della “Teoria e fenomenologia dell’Individuo Assoluto”, pone come unico vero l’io che deve autocostruirsi iniziaticamente la sua realtà sovrannaturale. Anche in Guénon sussiste un tale approccio – non a caso il francese distingueva tra iniziazione attiva e mistica passiva – benché egli, a differenza di Evola, ammette come altro da sé il Principio cui però l’io, che ne sarebbe solo una transeunte modalità decaduta e non una creatura partecipata ossia accolta, deve ricongiungersi esclusivamente con le sue forze, senza sperare in alcun soccorso dall’Alto, senza sperare nella Kénosi, nella Grazia salvifica.

Negli ambienti di un certo tradizionalismo cattolico, pseudo-controriformista, troppo chiusi in un riduttivo razionalismo teologico scolastico (che è un’offesa innanzitutto all’Aquinate, che razionalista non era!), si confonde tra queste posizioni, diciamo così “prometeiche”, che sono alla base del tradizionalismo esoterico evoliano e guenoniano come anche, per altri versi, dell’umanitarismo di segno progressista, e quelle che, invece, uniscono la speculazione mistica “forte” alla necessità della Grazia dall’Alto ed alla Kénosi di Dio, realizzata perfettamente solo in Cristo. In altri termini Evola e Guénon ritengono che in Cielo ci si vada auto-tirandosi per i capelli, i Mistici cristiani che ci si vada attraverso l’Amore Sacrificale di Cristo Dio-Uomo (nel senso dell’Adam Kadmon ebraico effettivamente incarnato nella Persona Umana di Gesù Cristo e, quindi, nella storia).

Le preoccupazioni di un certo tradizionalismo cattolico, ammalatosi di razionalismo teologico, derivano dal presunto pericolo che la mistica possa risentire di un carattere troppo “esoterico” ossia troppo simbologico e quindi della tendenza a sminuire, se non addirittura negare, la realtà storica del Mistero che agisce fino ad addirittura incarnarsi. In altri termini si accusa l’approccio mistico di troppo disincarnare il Cristianesimo riducendolo a simbolo, a mera spiritualità incorporea ed a-storica. Qui la questione è quella del rapporti tra la mistica (e la teologia) apofatica e la mistica (e la teologia) catafatica. Si tratta di due dimensioni di un’unica mistica (e di un’unica teologia) che troppo spesso erroneamente vengono contrapposte, in tal modo generando un manicheismo indebito. Il fatto è che certi autori insistono troppo su una concezione radicalmente apofatica di Dio per superarne, a loro giudizio, l’antropomorfismo catafatico, e giungono ad affermare l’impersonalità del Divino, invece di affermare, catafaticamente, che se Dio è Persona non significa affatto che Egli lo è come l’uomo (anzi è l’uomo ad essere solo la Sua immagine, limitata, nell’immanenza). L’“Io Sono Colui che Sono” dell’Esodo suona infatti più apofaticamente che non catafaticamente ma al tempo stesso afferma non l’impersonalità, non il “nulla”, il “non-essere”, ma la Personalità, sebbene misteriosa, infinita, inattingibile (a meno che Egli non si riveli alla creatura umana: ecco ancora la kénosi) di Dio. Questa differenza è fondamentale per distinguere tra gnosi “pura” e gnosi “spuria”, o, se si vuole, tra gnosi cristiana (abramitica) e gnosi non cristiana (non abramitica).

In proposito va notato che in Apocalisse, il Cristo-Verbo-Agnello si presenta come il Principio e la Fine, il Primo e l’Ultimo. Quasi a rivelare che in Lui il Tempo Storico lineare viene assunto nella circolarità del Tempo Sacro. Anzi del Tempo Sacro/Santo. Siamo, infatti, tra quelli che, con Julien Ries, sono del parere che la troppo radicale distinzione tra “santità” e “sacralità” sia solo una polemica ideologica: il Dio di Abramo è Santo, ossia radicalmente trascendente, ma al tempo stesso, in quanto Creatore, riflette la Sua Santità nel creato e così fonda la, derivata, sacralità del mondo (Francesco cantando del sole: “di Te, Altissimo, porta significatione”), da Lui amato e pertanto ontologicamente buono, anche se poi macchiato dal peccato, ossia dalla pretesa prometeica, dell’uomo. La pretesa  di Gen 3,5 “eritis sicut Dei”, che è il manifesto della gnosi negativa, luciferina, contrapposta alla Gnosi, alla Sapienza, del Dio creatore.

Ecco siamo, qui, finalmente giunti al “mistero grande”. A Paolo VI, che affermava che la religione del Dio che si è fatto Uomo e quella dell’uomo che si fa Dio non si sono scontrate ma incontrate, è stato rimproverato di aver accreditato l’umanitarismo. Ma, se si depone ogni spirito stupidamente polemico ed ogni arroganza ignorante delle cose e dei fatti, si può scorgere ben altro significato nelle parole pronunciate da Paolo VI nel 1965. Infatti, Papa Montini, fatte salve le ingenuità contingenti dell’epoca e del luogo – nella storia della Chiesa, infatti, ogni cosa deve essere letta sempre in una prospettiva che è anche Eterna –, in quell’occasione più che il compromesso impossibile tra Fede ed umanesimo ateo, ha voluto affermare che le promesse del’umanitarismo moderno (libertà, fratellanza, eguaglianza) non sono realizzabili se non vengono fondate in una prospettiva di fede. Sicché senza quel fondamento l’umanitarismo, come la postmodernità sta dimostrando, sprofonda nel nichilismo. Dunque, il discorso del 1965 di Paolo VI, se ben letto, si rivela non una peana illusorio alla modernità ma un richiamo al fatto che gli stessi valori della modernità non sono realizzabili senza la fede, che senza di essa quei postulati che la modernità ha preteso di fare propri, ma avulsi dalla Rivelazione, sono privi di ogni giustificazione. Perché mai devo amare il mio prossimo se non si ammette un Padre comune? E’ più facile odiare il prossimo, sentirlo, al modo di Sartre, come un impedimento, un ostacolo alla mia libertà assoluta, alla mia pretesa onnipotenza, se non si ammette di essere tutti, cattolici e non cattolici, creature di Dio-Amore.

Siamo davanti ad un grande problema storico e teologico che è riapparso anche nell’intervista che Papa Francesco ha concesso ad Eugenio Scalfari, apparsa su “Repubblica” del 1 ottobre scorso. Il tentativo, benché dissimulato, del Papa di solleticare una apertura religiosa di Scalfari sull’Essere si è scontrato con l’idea panteistica che il noto giornalista ha dell’Essere (che gli deriva, per sua ammissione, da Cartesio il quale per primo ha iniziato il cammino idealista della riduzione della realtà all’io pensante).

Sentiamo direttamente le parole dei due protagonisti della discussione in questione.

«… lei, laico non credente in Dio, in che cosa crede? – è Papa Francesco che qui porge le sue domande a Scalfari – Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque a qualcosa, avrà un valore dominante. Non mi risponda con parole come l’onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. Le chiedo che cosa pensa dell’essenza del mondo, anzi dell’universo. Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pone anche un bambino queste domande. E lei?».

«Le sono grato di questa domanda – risponde Scalfari – … io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti».

Il credo scalfariano – perché esso è un “credo”, una “religione” (ricordate il Paolo VI del 1965 che sottolineava il carattere “religioso” dell’umanitarismo) – è chiaramente panteistico, appartiene a quella che abbiamo definito “gnosi spuria” per distinguerla da un’altra Gnosi, pura, che è la Rivelazione, la Sapienza di Dio (1).

Infatti poco più in là, Scalfari precisa: «L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità. Da quell’energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici, che si combinano casualmente, evolvono, infine si spengono ma la loro energia non si distrugge. L’uomo è probabilmente il solo animale dotato di pensiero (…) ma aggiungo che contiene anche dentro di sé una risonanza, un’eco, una vocazione di caos».

Qui il nucleo profondo di irrazionalismo che la cultura razionalista di Scalfari cova dentro di sé emerge con chiarezza: alla base di tutto c’è il caos, il mondo non è buono ma disconnesso, quindi malvagio, negativo, non ontologicamente amabile. Questi sono echi antichi di quella gnosi spuria, luciferina, alla quale facevamo riferimento.

Scalfari è, come chiunque, homo religiosus, perché l’essere umano è stato fatto per essere strutturalmente aperto al Mistero. Solo che laddove l’uomo non accetta la Rivelazione finisce per costruirsi il suo personale credo, anzi per accedere all’antirivelazione, alla religio luciferina che sin dagli albori della storia si è offerta come perenne tentazione all’umanità. Questa falsa gnosi afferma, insieme all’eternità benché cangiante del mondo in quanto essa nega l’ex nihilo ontologico (attenzione: ontologico e non temporale!), la sostanziale autodivinità dell’uomo quale parte del Tutto. La salvezza sta nello scoprire questa divinità del Tutto per dissolversi in essa. Una prospettiva che però inevitabilmente porta alla disperazione del Nulla, come l’evidente sofferenza esistenziale che traspare dal volto, dagli atteggiamenti e dal tono di voce dello stesso Scalfari, privo, come si capisce da quel che dice, di ogni speranza, anche di ogni speranza nelle capacità di bene dell’uomo, sta lì a dimostrare. Triste esito antiumano dell’umanesimo ateo.

«Osservo dal canto mio – la risposta di Papa Francesco – che Dio è Luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella Luce divina è dentro ciascuno di noi. (…) la nostra specie finirà ma non finirà la Luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti».

La prospettiva di Papa Francesco, che cita senza dirlo l’Apocalisse, una prospettiva dunque fondata sulla Rivelazione, gli consente, a differenza di Scalfari, di affermare che il Tutto ha una ben diversa fisionomia ontologica. Non un Tutto impersonale e panteistico ma, al contrario, un Tutto Personale. Persona apofatica la Quale, però, si rivela catafaticamente, che dunque è Altra dagli enti, la cui Luce sarà alla fine della storia in tutti.

Ma la scelta che Scalfari ha fatto per l’antirivelazione non gli permette di acconsentire alla prospettiva di Papa Francesco. Perché alla radice di tale scelta, al di là di qualsiasi pur evidente tormento e di qualsiasi problematicità di atteggiamento, c’è soltanto l’orgoglio prometeico per il quale è troppo “devozionale” far dipendere la propria salvezza dall’Amore di un Altro. Ed, infatti, Scalfari, richiamando quanto il Papa ebbe a scrivergli in precedenza in una lettera, così replica: «… “tutta la luce sarà in tutte le anime”, il che – se posso permettermi – dà più una figura di immanenza che di trascendenza».

Scalfari cerca di piegare la Verità rivelata al suo antropocentrismo attraverso il “pervertimento” del significato delle parole e delle idee teologiche con le quali quella Verità si è comunicata all’uomo. L’uomo, infatti, dotato di ragione ha bisogno anche del discorrere razionale per avvicinarsi ad Essa benché nell’umiltà, che spesso manca anche ai rigoristi della fede, dell’impossibilità di cosificarLa, di costringerLa in troppo angusti schemi solo razionali. In altri termini Scalfari, inconsapevole, usa lo stesso metodo che nel Genesi ci è raccontato del Tentatore. Il quale, appunto, –  si vada a rileggere bene e con attenzione quei passi biblici (2) – non procede negando apertamente la Verità rivelata ma insinuando una diversa sua esegesi.

Qui sta il mistero del peccato originale, che è la perenne tentazione del cuore umano: “eritis sicut Dei”. L’umanesimo ateo, che è espressione del panteismo teologico, afferma proprio questa pretesa auto-divinità dell’uomo. Il Cristianesimo invece vuole donare all’uomo la deificazione per Grazia, per dono d’Amore, che è l’unica, autentica, possibilità per l’essere umano di deificarsi a patto, però, che riconosca di essere una umile e limitata, ma amatissima, creatura. Questo ostacolo, costituito dalla “perenne” tentazione del peccato originale, si frappone da sempre, ed in ogni epoca, tra la Chiesa ed il mondo, inteso, quest’ultimo, nel senso di luogo della prova, dell’incertezza e della cerca. L’ostacolo del peccato si frapponeva anche quando la società era, almeno nominalmente, cristiana ma, appunto per questo, non meno peccatrice. Infatti l’ “eritis sicut Dei” non è una nozione teologica o filosofica. E’, molto più seriamente, una realtà ontologica che si palesa nel nostro cuore costantemente e che ci porta all’egoismo autoreferenziale dal quale derivano tutti i peccati. Quando manchiamo di carità, quando ci diamo alle maldicenze verso il prossimo, quando commettiamo adulterio – anche semplicemente nel cuore come ci ha rivelato Nostro Signore –, quando truffiamo qualcuno, quando offendiamo l’altro, quando commettiamo atti impuri alla ricerca del proprio piacere usando senza amore la donna o l’uomo con cui abbiamo rapporti sessuali, è sempre l’ “eritis sicut Dei” che agisce in noi.

Tuttavia il cuore dell’essere umano, se egli si pone seriamente di fronte al mistero di sé che rimanda al Mistero di Dio, è sempre capace di accogliere, magari, a differenza di Paolo folgorato sulla via di Damasco, con gradualità, la Luce che lo porta a scoprire la Verità che l’ostacolo del peccato gli impediva di vedere. Questo impone al cristiano, a ciascun cristiano, di essere missionario e quindi – rivestito paolinamente dell’armatura della fede ossia con l’aiuto di Dio – di interloquire con chiunque. Anche con Scalfari o, come ha fatto il Papa emerito Benedetto XVI, con Odifreddi (3). Se necessario, forzando le proprie umane antipatie. Lo scrivente ad esempio non ha affatto simpatie per il matematico torinese, ma non per questo non ha apprezzato il gesto di Papa Ratzinger. Un gesto paterno, sia nel senso del padre che rimprovera sia nel senso del padre che ama il figlio benché scapestrato.

Papa Francesco, nonostante abbia negato la volontà di convertire il suo interlocutore, ha evidentemente sperato, e pregato, affinché la Luce si faccia strada nel cuore di Scalfari. Lo si capisce chiaramente dalle parole usate nell’intervista, tutte tese a provocare nell’interlocutore ateo un moto di apertura, almeno problematica, almeno possibilista, alla Trascendenza. Non è dovere di ogni cristiano operare e pregare per la conversione, magari in punto di morte, del miscredente? E a tal fine –  nonostante l’inutilità apparente del dialogo tra chi dell’Essere riconosce la trascendenza e chi crede che sia solo immanente – è meglio condannare o invece provare la medicina della Misericordia? Attenzione, però! Misericordia ma senza recedere di un millimetro dalla Verità di Fede. Questo è stato lo sbaglio di tanti cattolici postconciliari: credere che aprirsi al peccatore fosse farsi simile a lui gettando via dogma e vita ecclesiale. Tuttavia a questo sbaglio non si rimedia con i rigorismi, vecchi o nuovi. La Misericordia di Dio è la Sua Pazienza. Dio è paziente, con l’uomo, perché ha accettato di patire – pazienza da patior – per lui. Sicché se Dio sopporta, patisce, per il peccatore, chi siamo noi per inalberarci nell’orgoglio del rigorista che è lo stesso orgoglio del fariseo della parabola il quale si sentiva, a cospetto del pubblicano penitente, puro e giusto agli occhi dell’Eterno, mentre invece proprio il suo orgoglio si frapponeva tra lui e l’Altissimo laddove l’umiltà del pubblicano andava, al contrario, aprendo il Cuore del Signore verso il peccatore?

Molti neo-convertiti, trascinati dall’attuale neorigorismo di ritorno sull’onda del “cristianismo” politico e del liberismo luteranamente austero, rischiano oggi uno sbandamento “zelota” per eccesso, come spesso capita ai neofiti, di zelo mal riposto. Certe volte sembra che l’antico errore donatista continui, nonostante Agostino d’Ippona, ad imperversare in certi settori ecclesiali, quelli più sensibili alle sirene conservatrici che propagandano scontri di civiltà e disprezzano il derivato sociologico della Carità cristiana che è la “socialità” umana. Ecco perché è rincuorante, per la Chiesa, in questo momento sentire ancora una volta, a distanza di centoventi anni dal fulgido insegnamento di Leone XIII (Papa pre-conciliare, cari tradizionalisti senza memoria storica!), un altro Papa coerentemente desumere, nell’intervista in argomento, dalla Verità di Fede un chiaro ammonimento contro il liberismo ed a favore della socialità la cui tutela, come per l’appunto insegnava Papa Pecci, è affidata allo Stato non più neutrale in economia. «Personalmente penso – ha dichiarato Francesco I a Scalfari – che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclusi. Ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore. Ci vogliono regole di comportamento ed anche, se fosse necessario, interventi diretti dello Stato per correggere le disuguaglianze più intollerabili».

Che Papa Francesco possa suscitare perplessità per la sensibilità di certi cattolici non abituati al “fuoco” del Cattolicesimo latino-americano, così popolare, così mariano, così missionario, così “ispanico”, è evidente. Perplessità le ha, inizialmente, suscitate anche nello scrivente, benché per cose di secondo piano. Ad esempio quando alla croce d’oro ha preferito quella di ferro. Lo scrivente, in quell’occasione, non è stato l’unico a pensare che Bergoglio dimenticava il significato teologico e liturgico dell’oro quale simbolo della Gloria di Dio. Un significato che non ha nulla a che vedere con il concetto economicistico, dunque moderno, del valore di scambio del metallo giallo. Una confusione tra valore simbolico e valore economico che rivelava una accettazione, sicuramente inconsapevole, di certi schemi culturali imposti dalla modernità. Però, al tempo stesso, ad un amico al quale confidava tale perplessità, lo scrivente faceva notare che anche Isabella La Cattolica preferì la corona di solo argento, anziché d’oro, per umiltà di regina di fronte al Re del Cielo e della Terra, l’Unico degno di portare la corona d’oro benché fatta di spine.

Perplessità che tuttavia sono state poi dissipate. Un po’ alla volta si fece più chiaro quale fosse il pensiero di Papa Bergoglio. Sul tema della “Chiesa povera”, per restare in argomento. Se inizialmente sembrò un richiamo “pauperistico” e perciò utopistico, in realtà – forse alcuni hanno iniziato a capirlo solo in questi giorni della sua visita ad Assisi dove ha distinto tra “mondanità” perenne tentazione per la Chiesa ed uso dei beni materiali – Papa Francesco non ha mai invocato lo smantellamento dei beni ecclesiastici. Egli invece va invocando la povertà ecclesiale ossia quella dei membri della Chiesa e sopratutto della gerarchia. Le ricchezze della Chiesa, infatti, sono, insieme ai mezzi per mandare avanti le innumerevoli iniziative di carità per “sfamare gli affamati, dissetare gli assetati, vestire gli ignudi”, le chiese, le abbazie, le opere d’arte: tutto quel che nei secoli di grande e di bello la Chiesa ci ha donato. Sono i sacerdoti e gli abati (e i laici) a dover praticare la povertà personale, per dare esempio, anche quando, e soprattutto se, sono al tempo stesso detentori di beni templari, liturgici ed artistici. I quali, del resto, – questo è il punto – non sono cose loro ma di Dio ed al servizio della Gloria di Dio. Nella Chiesa, Maestosità ed Umiltà di Dio si danno sempre congiuntamente, mai contraddittoriamente.

Detto questo però bisogna aggiungere che se lo stracciarsi le vesti viene (è il caso anche di molti cattolici) da chi confonde tradizionalismo e liberismo, da chi mette insieme fede e capitalismo, Dio e globalizzazione finanziaria, ben venga, allora, una scossa come quella che Papa Bergoglio sta dando alla Chiesa: se non altro per ricordare, a coloro che confondono Tradizione e conservazione delle iniquità sociali, che nel XIX secolo, e per buona parte del XX, i cattolici intransigenti erano su posizioni anti-liberali, in politica, ed anti-liberiste, in economia, e non solo, dunque, anticomuniste. Don Bosco faceva il prete sindacalista, certo in modo squisitamente cristiano, per tutelare i suoi ragazzi quando li affidava come apprendisti a qualche imprenditore nella Torino della borghesia liberale ed affaristica di Cavour e soci. Il mondo, oggi, si sta nuovamente riempiendo di tante e tanto grandi ingiustizie sociali, persino nelle nostre contrade dove credevamo di averle definitivamente superate. Sicché se a difendere i poveri, i disoccupati, i lavoratori, i padri e le madri di famiglia che non riescono più a sfamare o assicurare un futuro ai figli, perché la finanza apolide e globale così ha deciso, rimane solo il Papa, come già fu nel XIX secolo, la Chiesa non solo ne guadagnerà di immagine ma dimostrerà quel che Essa è sempre stata ossia l’unica vera Madre protettrice della povera gente. Lo scrivente non è scandalizzato affatto da tutto questo, anzi è ancor più orgogliosamente cristiano e non può che gioire se tanto fariseismo e moralismo ipocrita vengono messi a nudo anche fra i cristiani.

Qualcuno sembra lamentarsi del protagonismo di Papa Francesco e lo accusa di dare l’impressione che la Chiesa sia cosa sua, in quanto dichiara un giorno sì e pure l’altro di volerla riformare. Sì, è vero: la Chiesa non è del Papa. Eppure come non ricordare che quando lo diceva Benedetto XVI molti tradizionalisti contestavano, anche su questo argomento, quell’umile studioso seduto sul soglio di Pietro. La Chiesa è del Signore, su questo non ci sono dubbi. Bergoglio ha un carattere esuberante come ogni latinoamericano. Ma chi lo critica per il suo presunto protagonismo dimostra di non conoscere affatto la storia della Chiesa. Che dire, infatti, di un Gregorio VII che ha riformato la Chiesa del suo tempo con metodi da “padrone”? Il Signore lo ha assistito fino a quando si è trattato di riaffermare la Libertas Ecclesiae, non senza, però, lo scotto di una  clericalizzazione mai in precedenza impostasi in modo così forte a discapito del laicato che usciva, dalla Riforma gregoriana, alla stregua di una massa senza alcun diritto di partecipazione, pur nel rispetto dei distinti ruoli, alla vita ecclesiale: e si badi che prima di Papa Ildebrando non era così! Tuttavia quando Gregorio cercò di imporre una teocrazia anche temporale, il Signore lo lasciò affondare nel suo orgoglio. Politicamente il Pontificato di Gregorio naufragò nel disastro più totale ed egli morì esule a Salerno. La Chiesa lo ha, poi, canonizzato ma non per il suo disegno teocratico dettato solo, complice la mentalità del tempo, da un’errata prospettiva umana. Sarà così anche per Papa Bergoglio: sarà assistito nei momenti cruciali ed in quanto Papa, non in quelli nei quali, diciamo così, dovesse prevalere Giorgio Mario su Francesco.

Nessuno dei suoi detrattori ha, però, notato il racconto che Papa Francesco ha fatto, anche nell’intervista con Scalfari, di quanto gli è occorso nel momento della sua elezione, di quando era confuso ed ansioso di fronte alla prospettiva di diventare Pontefice e di come, chiusi gli occhi e invocato nel cuore il Signore, immediatamente una Pace ed un Luce non umane sono scese nel suo intimo. Ora, chi ha anche solo un po’ di dimestichezza con gli autori mistici non può non riconoscere – con buona pace di tutti i sedevacantisti ed i lefreviani riluttanti ad aprire a Roma – nell’esperienza vissuta da Bergoglio, al momento dell’elezione, l’azione dello Spirito Santo, che, appunto secondo la testimonianza dei mistici, apporta Pace e Luce. Negli scritti di tutti i mistici cristiani, gente vissuta in epoche e luoghi del tutto diversi e senza dunque alcun contatto interpersonale, il criterio di discernimento, sul piano dell’esperienza spirituale e psicologica, tra ciò che viene da Dio e ciò che viene dal demonio è esattamente questo: Luce e Pace scendono dal Cielo, turbamento, depressione e irrequietezza dal preternaturale luciferino.

Papa Bergoglio è poco attento alla liturgia – quando, però, Benedetto XVI faceva i suoi sovrumani sforzi per armonizzare la compresenza dell’antica e della nuova liturgia i tradizionalisti rigoristi e radicali gli davano addosso – ma ha anche sempre difeso l’eucaristicità della Chiesa, ha sempre distinto, secondo le sue medesime parole, la Chiesa dalle ong.

La prospettiva della Chiesa nell’era di Francesco I, a giudizio dello scrivente, è squisitamente “apocalittica”, nel senso proprio della parola ossia “rivelatrice”. Il Signore, e non dal Vaticano II ma sin dalla Pentecoste, sta progressivamente guidando la Chiesa alla scoperta ed alla sempre più profonda comprensione della Sua Misericordia, promessa prima della Sua Giustizia. Negli ultimi secoli c’è stata, in parallelo allo svelarsi del mistero di Maria nella Chiesa – l’apocalittica Donna vestita di sole le cui apparizioni costellano la vita ecclesiale con intensità sempre più forte a partire dalla modernità –, una accelerazione della comprensione cristiana della Misericordia di Dio. Un esempio è suor Faustina Kowalska, la mistica polacca del XX secolo. Il Signore le ha rivelato che questo è il tempo della Misericordia, poi verrà il tempo della Giustizia. Chi non vorrà passare per la porta della Misericordia dovrà passare per quella della Giustizia. Si tratta di una prospettiva squisitamente biblica. Per convincersene basta fare il confronto con gli episodi del Diluvio dal quale la Misericordia di Dio salva Noé, l’unico che aveva trovato giusto ai Suoi occhi, o con quello di Abramo che supplica di risparmiare Sodoma e Gomorra se vi si fossero trovati anche pochi giusti o, ancora, con l’intera storia veterotestamentaria dei profeti inviati da Dio per mettere in guardia Israele prima che il Signore lo abbandonasse alla mercé di eventi come deportazioni e conquiste straniere. E’ convinzione dello scrivente che se i Papi e la Chiesa da qualche secolo (i santi tuttavia hanno testimoniato l’Amore di Dio in ogni epoca e non solo di recente) vanno sempre più ponendo l’accento sulla Misericordia di Dio, questo rientra in questo disegno nel quale, stando alla mistica polacca, la Misericordia prelude al momento, che verrà, della Giustizia. Un pontificato come quello di Giovanni Paolo II, la cui teologia era così impregnata dalla spiritualità della Divina Misericordia al punto da aver dedicato ad Essa una delle sue prime encicliche, la “Dives in Misericordia”, rientra perfettamente nella logica di questo disegno. Secondo alcuni il Pontificato di Papa Wojtila sarebbe stato persino annunciato dalla Kowalska – morta nel 1938 quando Karol Wojtila era solo un diciottenne e quasi nessuno conosceva l’avventura mistica della suora che poi proprio Giovanni Paolo II avrebbe canonizzato – in quel passo del suo diario nel quale Cristo le rivela che dalla Polonia sarebbe venuto un Papa che avrebbe diffuso in tutto il mondo il Culto della Misericordia Divina e preparato l’umanità ai tempi della rinascita della Fede. Ma la linea della Misericordia non è venuta meno con la scomparsa di Papa Wojtila. Benedetto XVI non mancava occasione per  ammonire che Verità e Carità non possono mai essere disgiunte. Ora, Papa Francesco, sulle orme dei suoi predecessori immediati e di quelli più antichi, sta riprendendo la strada della Misericordia riconducendola direttamente al Santo d’Assisi, l’Alter Christus il quale a immagine del Suo Signore fu crocifisso nella carne ad ammonimento che la via della Salvezza cristiana sta tutta e sola nel Sacrificio di sé, del proprio ego, a Misericordia del fratello, del prossimo.

Luigi Copertino




1) Distinzione, questa, più che mai necessaria perché, da un po’ di tempo a questa parte, in certo pseudo-tradizionalismo si punta troppo facilmente, e senza effettiva cognizione di fatto, il dito accusatore contro i fratelli nella fede, imputando il “peccato di gnosi” a chiunque non sta negli stretti ed angusti schemi di un rigorismo in apparenza dogmatico ma in realtà teologicamente razionalistico.

2) «E’ vero che Dio ha detto che: “Non dovete mangiare di nessun altro albero del giardino?”. Rispose la donna: “Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”. Ma il serpente replicò alla donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio» (Genesi 3, 1-5).

3) Come ho già detto in altre occasioni, il giudizio dello scrivente su Odifreddi è molto critico. Non perché si professi ateo (lo scrivente è dell’idea che l’ateismo non esista e che il cosiddetto ateo è solo uno che si è costruito la sua religione, magari quella di un ego ipertrofico: l’uomo è, infatti, essere strutturalmente religioso, come ci ha insegnato Mircea Eliade, sicché o aderisce alla Rivelazione oppure si costruisce inevitabilmente una sua religione artificiale). Ma perché Odifreddi si pone in modo del tutto a-problematico nei confronti della fede. E nonostante voglia presentarsi quale scienziato postmoderno è invece ancora legato, come Piero Angela, ai vecchi schemi, ottocenteschi, di matrice positivista (“ciò che non è misurabile non esiste”: al contrario la scienza post-determinista è giunta al punto di presentire un “quid” nelle trame del reale, che però essa non riesce a definire né incasellare nelle sue equazioni, e questo ha portato molti, la maggior parte degli, scienziati postmoderni a ritrovare una propria “religiosità”, magari non dogmatica, non confessionale, ma fondata sullo stupore che ad essi deriva dalle proprie scoperte). Il veteropositivismo è alla base del furore iconoclasta, anticristiano, di Odifreddi. E lo rendo anche ridicolo. Ratzinger lo ha capito e la cortese reprimenda che di recente gli ha inviato coglie nel segno. Il dubbioso che si pone in atteggiamento aperto e problematico non può non essere nel nostro cuore di cristiani, ma chi crede di avere laicamente la verità assoluta in tasca è insopportabile. Come cattolici sappiamo che la Verità non è nostra ma Sua, sicché dobbiamo presentarla con modi del tutto diversi dal fondamentalismo, benché “laico”, di un Odifreddi.

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