Il Regno della violenza e dell’ipocrisia. di F. M. Agnoli

Dobbiamo avere il coraggio di dircelo con chiarezza: il mondo a guida anglo-americana è il regno della violenza e dell’ipocrisia. Un mondo che fa rimpiangere (chi l’ha vissuto non lo avrebbe mai creduto) quello bipolare della guerra fredda fondato sulla minaccia nucleare.

Ormai l’improntitudine di Washington e Londra è tale che non si curano nemmeno della credibilità tanto sono sicuri che i mass-media – quelli che contano, pubblici e privati – si accoderanno senza fiatare. Quanto ai cittadini dei vari paesi, ci credano o no poco importa. Non contano nulla in politica interna, figurarsi in quella estera.

L’attacco che Cameron e Obama si apprestano a sferrare alla Siria è esemplare sia per i presupposti sia per le modalità d’intervento scelte.

Dopo due anni di guerra feroce e sanguinosissima per le popolazioni civili i ribelli erano sull’orlo della definitiva sconfitta senza speranze di ripresa anche per l’attenuarsi dell’appoggio dei Fratelli musulmani, in altre faccende affaccendati a causa degli eventi egiziani, e della Turchia per i problemi interni del governo Erdogan. Al lumicino quindi le speranze di Washington e Londra di vedere realizzato quel futuro senza Assad che, come Obama ha candidamente (e stupidamente) confermato un paio di giorni fa, è nei loro programmi.

Per riassestare la situazione urgeva una forma di intervento diretto sul campo delle potenze che finora hanno mandato avanti nel supporto Fratelli musulmani, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Turchia. Insomma occorreva il pretesto umanitario, il superamento della famosa “linea rossa”, più volte evocato da Obama, con l’impiego delle armi chimiche. Poco importa da chi. Difatti sia Obama sia Cameron (immediatamente seguiti dal francese Hollande, alla ricerca di uno straccetto della perduta grandeur) hanno proclamato a gran voce l’indispensabilità di un’azione militare senza nemmeno attendere i risultati degli accertamenti degli ispettori dell’Onu, che sono forse un di più, ma per ragioni opposte a quelle di Obama e Cameron (in realtà nemmeno ragioni, perché si tratta di una semplice e immotivata scelta di campo). Basta la semplice logica del “cui prodest?”. Certo non al governo siriano, che aveva la vittoria a portata di mano e tutto l’interesse a non offrire pretesti a un intervento troppe volte minacciato. D’altro canto, non solo i ribelli dispongono di armi chimiche, ma le hanno già usate. Lo ha dichiarato non più tardi del maggio di quest’anno, il magistrato svizzero Carla Del Ponte, membro della Commissione Onu per i diritti umani in Siria, celebratissima quando sosteneva l’accusa contro gli jugoslavi nemici dell’Occidente (quelli bombardati dal governo D’Alema) e, invece, prima rimbrottata poi “silenziata” per avere puntato il dito nella direzione sbagliata (per gli Usa) dicendo che “i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo ricorso al Sarin”. Serve invece, e moltissimo, ai ribelli.

La situazione della Siria assomiglia a quella della Libia, dove Usa e soci intervennero in soccorso dei ribelli in fuga disperata verso Bengasi, col pretesto di punire Gheddafi, colpevole della strage di cinquantamila vecchi e bambini (una balla assoluta, mai provata, esattamente come quella delle armi chimiche in Iraq). Con alcune differenze. Manca la copertura dell’Onu, ma di questa il premio Nobel per la Pace non sembra preoccuparsi troppo. L’intervento per terra è reso difficile dalla presenza nell’area, quasi sul posto, di eserciti che potrebbero trasformarlo in un bagno di sangue e fare deflagrare il conflitto a proporzioni mondiali. Si è allora pensato ad un bombardamento dal mare con i soliti missili intelligenti (quelli degli effetti collaterali, cui seguono le ipocrite scuse del Dipartimento di Stato) sui centri militari del governo siriano. Un bombardamento definito un segnale-punizione per quel cattivone di Assad, ma evidentemente diretto ad indebolire l’esercito lealista nella speranza che i ribelli, che non è possibile aiutare in modo più diretto (come si è fatto invece per i libici) ne sappiano approfittare. A dimostrazione ulteriore che tutto è stato preparato a tavolino.

Si è detto dell’omuncolo che rappresenta la Francia e che, esattamente come fece l’ometto che lo ha preceduto, non vuole perdere l’occasione di affiancare i potenti e riassaporare passate glorie (?) da potenza coloniale. In realtà rispetto a Sarkozy una motivazione in più ce l’ha. Hollande, che vuole spiantare il cristianesimo dalla Francia, non può non dare una mano ai vari salafiti e fanatici sunniti che stanno facendo altrettanto con i cristiani in Siria (i mass-media trascurano di spiegare che gran parte dei profughi sono, per l’appunto, cristiani – quelli scampati ai massacri e agli stupri).

Francesco Mario Agnoli

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