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Orfeo all’inferno, trionfo parigino a Palazzo Pitti. di D. Del Nero

 

Alla satira del testo, per certi aspetti sbiadita e invecchiata, si accompagna quella della musica, sempre freschissima e godibile

 

 

Tres Bien, Monsieur Offenbach!  Le note, indiavolate al punto giusto del can-can fremono nell’austero cortile dell’Ammannati, ritmate dagli applausi travolgenti degli spettatori. Così, con il bis del galop più celebre di Francia (e non solo) si è concluso uno stupendo Orfeo all’Inferno (Orfee aux enfers), lo scatenato capolavoro del musicista ebreo tedesco ma naturalizzato francese …. E più che naturalizzato, verrebbe da dire diventato  francese sino all’ultima molecola delle sue note, con una metamorfosi davvero degna di Ovidio.  (anche se, come è ovvio,  non manca chi la pensa diversamente)

Ma ancora una volta, l’applauso va, meritatissimo, al Maggio Musicale Fiorentino, che ha nuovamente centrato l’obiettivo di uno spettacolo convincente con una attualizzazione che forse non piacerà ai sostenitori del “tradizionale puro” ma che con tutta probabilità non sarebbe affatto dispiaciuta al compositore.

La produzione buffa di Offenbach  (ovvero la quasi totalità dei suoi lavori, se si eccettua tra l’altro quell’ultimo, straordinario capolavoro che sono i Racconti di Hoffmann) è infatti di realizzazione tutt’altro che facile. Già è arduo definirla: Operetta? Opera comica? Qualsiasi definizione sta sicuramente molto stretta ai lavori offenbachiani.  La denominazione “ufficiale è “ Opéra Fèerie”,  difficilmente traducibile che si potrebbe rendere con “opera fantastica” o “fiabesca”, genere musicale tipicamente francese  che presenta appunto nel soggetto elementi mitologici e magici, e che ebbe insigni compositori quali Boieldieu e Auber.

Ma Offenbach non chiese certo solo questo ai suoi librettisti: in lui il mito classico diventa occasione di parodia e garbata satira contemporanea: così Orfeo si trasforma in asfissiante strimpellatore di violino che detesta, cordialmente ricambiato, la moglie Euridice, più femminista ante litteram che garbata ninfa arcadica. Quando quindi Plutone gliela rapisce Orfeo, ben lungi dal spargere calde lacrime, stapperebbe champagne, ma …. deve fare i conti con l’Opinione Pubblica, personaggio terribilmente concreto che in epoca moderna prende il posto del fato …. E così il mito si ripete, ma in chiave decisamente originale e irriverente, sino al suo finale a ritmo di can can.

Alla satira del testo, per certi aspetti sbiadita e invecchiata, si accompagna quella della musica, sempre freschissima e godibile: dalla citazione scopertamente parodistica di Gluck a  quelle ironiche di autori a lui ben più vicini e contemporanei, sino alla parodia di generi in voga come il Grand – Opera. Ma soprattutto si tratta di una musica vivacissima, in cui Offenbach si dimostra veramente il “dio del ritmo”, come lo ha definito un suo biografo ( Alain Decaux). “Non vi sembra, ai primi suoni di questa orchestra arrabbiata, di vedere tutta una società sollevarsi e precipitarsi alla danza?” commentò  il critico Francois  Sarcey rendendo perfettamente l’idea.

L’edizione fiorentina di questi giorni è andata in scena a Palazzo Pitti,   già di per sé uno “scenario” e non poco suggestivo e impegnativo. Un primo, meritatissimo elogio va alle componenti del Maggio: orchestra,  coro e corpo di ballo hanno dato veramente il meglio di sé, dando vita a un capolavoro tanto spumeggiante quanto divertente, e in alcuni punti esilarante.  Ottima anche la direzione del maestro  Xu Zong, il celebre pianista e direttore d’orchestra cinese:   una direzione vivace con una speditezza di tempi che però non è mai stata eccessiva e non ha mancato di sottolineare tutte le sfumature e i colori di una partitura ricca e di grande fascino.

La regia di Marco Carniti era in certo senso la grande scommessa: il regista ha infatti voluto raccogliere il messaggio satirico “contemporaneo” di Orfée cercando di trasferirlo ai nostri tempi: operazione rischiosissima, soprattutto se condotta in modo arbitrario allontanandosi, o addirittura stravolgendo, quello che era lo spirito del lavoro originale. Ma questo non si è verificato affatto, anzi: prima di tutto l’opera diverte e entusiasma, e questo era precisamente l’effetto che voleva Offenbach: per la genialità della sua musica, certo, ma anche per una messa in scena che convince e non confligge con la parte musicale. “Orfeo all’Inferno è una satira tagliente  sui cattivi costumi della società. Un’opera scandalosa e dissacrante che sconvolse il pubblico dell’epoca per la sua critica feroce alla borghesia del momento”. Carniti  realizza questo grazie  non solo grazie a un “condominio formato da loculi dormtorio” che rappresenta un contesto sociale fortemente disagiato , quel “precariato” che è l’inferno della contemporaneità, ma anche grazie a un gioco scenico “atemporale” dove Giove è un tronfio e grottesco sovrano settecentesco, Plutone una sorta di “bullo” che è perfettamente in linea con il testo originale, come del resto lo sono anche le altre divinità.  E dove le allusioni alla  nostra contemporaneità  passano soprattutto per  il dramma di una cultura che interessa ormai a pochi,  dimenticando che “con la cultura si mangia” (contrariamente a quanto pensano tanti politici trogloditi, senza offesa per i cavernicoli, s’intende),  come ricordava giustamente un  polemico striscione inserito nella “rivolta degli Dei” .  E  così, conclude il regista “ la musica di Offenbach, con la sua ironica esaltazione allevia la stanchezza  di un mondo culturale sull’orlo dell’abisso”.

Notevoli anche il movimento, la verve, i balletti, i costumi (di Carlo Centolavigna) di varie fogge e di varie epoche, le spiritose coreografie dei momenti di danza compresa quella, scatenata ma non eccessiva né volgare, del can can.

La compagnia  di canto, pur senza essere “strepitosa”, ha comunque contribuito all’ottimo livello dello spettacolo sia con la recitazione che con una vocalità nel complesso dignitosa, anche se non eccelsa. In particolare, la soprano  Marina Bucciarelli è stata una Euridice brillante e disinvolta, che ha saputo però evitare toni da soubrette operettistica; Roberto Covatta è stato un Plutone – Aristeo spiritoso e convincente, “diabolico” all’occorrenza ma soprattutto scanzonato,  tenore “leggero” ma di convincente abilità;  Orfeo  era affidato a Blagoj Nacoski, mentre notevolissima si è rivelata la verve del baritono Leonardo Galeazzi,  nei panni settecenteschi e vanesi di Giove.  Un plauso merita senz’altro  la surcigliosa e teutonica Opinione Pubblica impersonata da Romina Tomasoni.
Stasera e domani (21,30) ultime repliche di uno spettacolo che ha riscosso un vivissimo e più che meritato successo.  Ulteriore prova che se c’è qualcuno che all’Inferno (sia pur quello “colorito” di Offenbach) non deve finirci, è proprio il Maggio Musicale Fiorentino.

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