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Bankitalia analizza la crisi trae conclusioni stravaganti sulle cause e le responsabilità . di L. Failli

Non siamo concorrenziali, dicono, colpa delle piccole e medie imprese che nin hanno sviluppato un adeguato sviluppo tecnologico mentre il costo del lavoro non inciderebbe

eclino non irreversibile purché le imprese sappiano trasformarsi». Parola di Bankitalia, che ha presentato nei  giorni scorsi un documento redatto da otto economisti che hanno analizzato  il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi.[1]Già dalle prime parole il quadro non è molto confortante:  “In tutti i comparti industriali i livelli produttivi sono inferiori a quelli precedenti la crisi; con l’eccezione dei comparti alimentare e farmaceutico, la perdita di produzione ha assunto dimensioni preoccupanti. Gli andamenti dell’ultimo quadriennio si inseriscono in una tendenza declinante di più lungo periodo sia nelle produzioni tipiche del made in Italy (tessile e calzature), sia in quelle caratterizzate da livelli tecnologici più avanzati e da rilevanti economie di scala (elettronica e autoveicoli).”

Alimentari e medicinali (insieme, si suppone, alle … pompe funebri, anche se forse per ragioni scaramantiche non vengono nominate) sono gli unici settori che “reggono” e le motivazioni sono evidenti . Del resto, gli economisti di Bankitalia non hanno dubbi: la crisi è stata durissima, addirittura la più terribile che abbia colpito dalla fine della seconda guerra mondiale: dal 2007 il PIL è sceso di 7 punti percentuali . L’industria è il settore più colpito: all’inizio del 2013 la produzione industriale risultava inferiore di ben un quarto rispetto ai livelli pre – crisi. Il calo della produzione del resto è reso ancora più evidente da un raffronto con  Francia e Germania.

Dall’aprile 2008 a dicembre 2012  il calo è stato del 52,2% nel comparto degli elettrodomestici (davanti a una flessione del 9,8% francese e del 19,1% tedesco) e del 51% per gli autoveicoli ( mentre in Francia c’è stata una contrazione  del 41,8%  e in Germania un aumento dell’1,5%). Per l’industria del legno,  comprendente anche il settore dei mobili, più che di calo è corretto parlare di crollo: 45%.

La relazione però non si limita a cifre e statistiche, ma cerca di andare a fondo e investigare le cause nel contesto internazionale:  fattore di cambiamento fondamentale è stato infatti l’ingresso nei mercati internazionali di paesi emergenti come Cina, India, Russia Brasile e Turchia. La globalizzazione insomma (e questa non è certo una novità) viene a modificare, se non a sconvolgere, il contesto competitivo in cui si trovano a operare le imprese  dei paesi “più avanzati”; alle trasformazioni geopolitiche di fine XX secolo vanno poi aggiunte la progressiva riduzione dei costi relativi al commercio internazionale: ad esempio, tra il 1960 e il 1995 i dazi all’importazione hanno subito un calo, sulla media di tutti i paesi del globo, dall’8,6 al 3,2 %, mentre per il manifatturiero italiano la tariffa media è passata dal 6% del 1990 a  meno del 2% nel 2009. Una forte riduzione si è poi verificata sia per i costi di spedizione internazionale, sia marittima che aerea.

Ma chi si è avvantaggiato di tutto ciò? Soprattutto i cosiddetti paesi emergenti  come la Cina, che ha visto  le proprie esportazioni  balzare da un 1,6 % di quelle mondiali nel 1990 all’11,4 nel 2012. Non solo ma “Si stima che all’aumento di un punto percentuale della quota delle importazioni dalla Cina sul totale della domanda italiana corrisponda, su base annua, una riduzione della dinamica dei prezzi praticati dalle aziende italiane di circa 1,7 punti percentuali; l’associata riduzione dei margini di profitto è stata più intensa nei settori che fanno maggior uso di forza lavoro poco istruita e, all’interno di questi comparti, nelle imprese meno produttive.”

Se il rapporto Bankitalia vede tutto sommato positivamente l’unificazione monetaria e l’introduzione della moneta unica (e qui potrebbe aprirsi sicuramente una  “ampia e articolata discussione”)  una sonora tirata d’orecchie viene per quanto riguarda le TIC , ovvero le nuove tecnologie dell’ informazione e della comunicazione:

“La maggiore velocità di circolazione delle informazioni ha contribuito a creare differenze significative di performance tra chi è stato capace di coglierne le potenzialità e chi invece ha stentato ad adeguarsi”. L’utilizzo pervasivo di TIC è stato infatti determinante per la straordinaria crescita economica degli Usa degli anni ’90, mentre l’Europa e l’Italia in particolare le hanno adottate tardi e con intensità decisamente inferiore. Non per nulla, vari studi di settore hanno evidenziato come anche in Italia gli effetti di tale innovazione, quando e dove praticata, sono stati altamente positivi e non solo sul piano dell’efficienza produttiva: la capacità innovativa delle imprese si collega infatti anche una maggiore efficienza nelle esportazioni e negli investimenti. Tale sviluppo produttivo (come quello di alcune aziende del distretto calzaturiero delle Marche, analizzato da alcune ricerche) organizzativo e tecnologico, che ha permesso a una fascia di imprese italiane di essere competitive anche in settori relativamente tradizionali e pur dovendo fare i conti con la concorrenza dei paesi emergenti, non è stato sufficiente a compensare le forti perdite che l’industria italiana subiva altrove: e questo per il ritardo che il sistema produttivo italiano nel suo complesso registrerebbe in termini di ammontare di risorse dedicate all’innovazione e all’adozione di nuove tecnologie rispetto alle principali economie più avanzate.

Una “bacchettata”dunque al sistema industriale italiano che tra l’altro continua a basarsi sulla piccola e media impresa: “Le piccole e medie imprese hanno dato e continuano a dare al sistema produttivo italiano una grande flessibilità. Tuttavia, oggi più che in passato, la ridotta dimensione aziendale frena la capacità di innovare i prodotti e i processi produttivi, di recepire le nuove tecnologie, di accrescere l’efficienza(…) ; essa rende, al contempo, le imprese più vulnerabili ai cambiamenti del contesto internazionale, esponendole maggiormente alla concorrenza dei paesi emergenti e limitandone la capacità di espandersi sui mercati più dinamici”

Notazione tanto interessante quanto inquietante, perché sembra spingere in direzione di un ridimensionamento di quella è la tradizionale spina dorsale dell’economia italiana, quella che dà anche un’identità non solo economica e che bisognerebbe invece cercare di preservare con ogni sforzo.   Una sorpresa invece emerge sul fronte del costo del lavoro: “l’analisi dei redditi da lavoro italiani evidenzia alcune proprietà che portano a escludere che il costo del lavoro possa essere la determinante più rilevante della perdita di competitività rispetto agli altri principali paesi europei”; ben più determinanti sarebbero invece la pressione fiscale (e su questo non c’è dubbio!) e il costo dell’energia.

Malgrado le tinte non certo allegre, il rapporto ritiene che il declino dell’industria italiana non sia irreversibile, purché le imprese sappiano trasformarsi e vi sia una politica economica adeguata al settore industriale. La prima condizione è forse possibile, ma la seconda sembra più da libro dei sogni …. Ma ne riparleremo.

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