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Maria Stuarda: Mariella Devia conquista Firenze. di D. Del Nero (tratto dal sito Totalità.it)

Una curiosità: questo duetto tra le due dame sovrane contiene una sorta di record di “insulti” e reciproche offese quasi senza pari nel melodramma romantico…

Gran finale, solisti con coro e orchestra, della Maria Stuarda di Gaetano Donizetti: una voce s’impone e sovrasta tutti gli altri,  s’impone con uno splendido sovracuto finale che viene ripreso da una clamorosa ovazione.  Così Mariella Devia ha chiuso l’ottantesima stagione del Maggio Musicale Fiorentino.

C’è chi l’ha paragonata a Toti dal Monte. Mariella Devia si è dimostrata ancora una volta regina del belcanto;  nelle due recite – in forma di concerto – di giovedì 20 e domenica 23 giugno al Teatro del Maggio Musicale fiorentino  si è rivelata monarca assoluta. Se nella storia, oltre che nella tragedia di Schiller da cui un appena diciassettenne  Giuseppe Bardani trasse un non spregevole libretto per il compositore bergamasco, la regina di Scozia soccombe alla rivale Elisabetta, regina “bastarda” (in tutti … i sensi!) ma senz’altro più solida sul proprio trono, sulla scena la contesa ha avuto tutto un altro esito. L’Elisabetta del mezzosoprano Laura Polverelli era sicuramente ben impostata dal punto di vista tecnico ed efficace nel fraseggio, ma non poteva reggere il confronto con una voce che è riuscita veramente a evocare l’anima del personaggio. Nel formidabile duetto alla fine del primo atto, il Figlia impura di Bolena con cui la regina di Scozia, vinta ma non doma, si rivolge alla parente- rivale inglese conteneva sdegno, orgoglio ferito, desiderio di riscatto: c’era insomma davvero l’anima di una sovrana.  Se alcuni danno come caratteristica di questa grande cantante una cautela talvolta “eccessiva” nell’affrontare i propri personaggi (e tale critica, o osservazione, fu fatta anche in occasione dell’Anna Bolena che fu rappresentata sempre a Firenze nel marzo 2012), questa volta sembra che la Devia si sia veramente calata nel proprio ruolo senza riserve.    

Una curiosità: questo duetto tra le due dame sovrane contiene una sorta di record di “insulti” e reciproche offese quasi senza pari nel melodramma romantico (oltre a figlia impura Elisabetta si prende di meretrice indegna oscena e di vil bastarda )  tanto che con le interpreti scritturate per la prima la situazione, durante le prove,  degenerò per la rivalità tra le due signore sino a arrivare dalle ugole alla mani. Ci volle un intervento “pesante” del compositore in persona per riportarle alla calma ma solo nel 1835, circa un anno dopo l’episodio,  l’opera andò in scena, anche se non solo per queste ragioni … e comunque con interpreti diverse.

L’opera, di per sé, non sembra francamente una delle cose migliori del musicista bergamasco, che ha goduto di una “resurrezione” quasi totale e forse persino eccessiva dei propri lavori. Molte reminiscenze rossiniane (qualcuna anche dell’opera “scozzese”La donna del Lago tratta da Scott) e qualche anticipo “verdiano”.  Ma non mancano momenti decisamente emozionanti, come il duetto sopracitato, la parte finale del secondo atto e il bellissimo coro dei “famigliari” di Maria Vedeste? Vedemmo, interpretato magistralmente da un coro del Maggio Musicale davvero al meglio della sua forma artistica. La parte della regina, poi, è sicuramente complessa e difficile: la  Maria donizettiana è una figura “estatica” che probabilmente non ha molto a che fare con il personaggio reale, ma di questo il teatro, lirico e non, non si è mai preoccupato più di tanto.  Ma anche sulla scena sa all’occorrenza rivelare la sua regalità, e quindi la Devia è stata bravissima,grazie all’intensità della sua voce e alle sue incantevoli colorature, trascinando  il pubblico in un crescendo di entusiasmo sino a una vera e propria ovazione.  Il conte di Leicester, tenore “di grazia”, resta un po’ schiacciato anche nel libretto dalle prepotenti figure delle due antagoniste, e così è stato anche per Shalva Mukeria,  interprete non particolarmente brillante dell’edizione fiorentina. Nitida e lineare la direzione di Alain Guingal, anche se senza particolari accensioni se non, forse, nei due finali d’atto. Nel complesso comunque uno spettacolo veramente di livello, salutato da grandi applausi e entusiasmo,  che ha chiuso degnamente una stagione da ricordare e che ha ricordato a tutti che il Maggio Musicale sa ancora essere una eccellenza fiorentina in Europa. Un qualcosa dunque di troppo grande e prezioso per farlo tacere.

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