La rinuncia papale: breve storia. di Nicolò Dal Grande

San Celestino V papa

Nella grande storia dei papi, la figura di Benedetto XVI è destinata a rivestire un ruolo centrale.

Tra i più grandi intellettuali dei nostri giorni, Joseph Aloisius Ratzinger si distingue nella storia della Chiesa per la dichiarata volontà di ripristinare la tradizione liturgica antecedente il Concilio Vaticano II, ribadendo più volte la necessità di una restaurazione interna alla Chiesa Cattolica in contrapposizione all”errata interpretazione di chi vedeva nel suddetto Concilio un punto di rottura con la con la tradizione e  in favore di aperture alla modernità. In tutto ciò, Benedetto XVI si è posto, sulla scia dei predecessori Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, a capo della lotta contro il relativismo, vista come una delle piaghe principali dei nostri tempi, ma non solo; lo abbiamo visto attivamente impegnato nella costante difesa della famiglia tradizionale, nella condanna alla guerra e nella lotta alla pedofilia all’interno della Chiesa e nel mondo, aspetto quest’ultimo che ha visto una mal celata campagna mediatica e ideologica  tendente  a coinvolgere e colpevolizzare il Pontefice.

Benedetto XVI non è stato solo un papa “restauratore”; ha infatti operato alcune importanti riforme strutturali in seno alla Curia, ridimensionandola con la fusione di quattro Consigli pontifici, e un’importante parte della sua opera è stata dedicata all’impegno ecumenico, con importanti risvolti nei dialoghi con ortodossi, anglicani e tradizionalisti.

Come pontefice, Benedetto XVI ha già trovato il proprio posto nella storia, sia in qualità di successore di Pietro, sia per l’importante operato svolto sino ad oggi; ma ciò che ne renderà l’immagine indelebile nei secoli a venire è stata la clamorosa scelta di rinunciare al magistero petrino, ufficializzato  durante il Concistoro di lunedì 11 febbraio 2013.

Lo storico annuncio, che ha colto la cristianità di sorpresa lasciandola attonita, rappresenta un evento di eccezionale importanza e rarità . Dopo ben sei secoli un pontefice rinuncia al soglio di Pietro.

Stando al Codice di Diritto Canonico, tale possibilità, benchè remota, è prevista – Canone 332, comma 2 -, a condizione che avvenga di libera scelta e senza pressione alcuna. Nell’arco della plurimillenaria storia del Cristianesimo, di duecessesantadue pontefici – e trentaquattro antipapi non riconosciuti dalla Chiesa -  ben pochi hanno optato per la rinuncia al trono papale; il numero si restringe ancora di più se si analizzano le dinamiche che hanno portato i predecessori di Benedetto XVI alla fatidica scelta dell’abdicazione, tra chi vi rinunziò per coercizione, chi per garantire la sopravvivenza della Chiesa e chi per tornaconto proprio.

Prima di Benedetto XVI, solamente sette vicari di Cristo rinunciarono al magistero.

Per conoscere i primi pontefici “rinunciatari”, bisogna risalire alle origini della Chiesa, l’età dei Padri apologeti, quando Roma, benchè non si potesse ancora parlare di centro della Cristianità, vantava già un ruolo di prestigio tra le prime comunità, poichè ivi trovavano sepoltura San Pietro e San Paolo. Erano gli anni delle prime persecuzioni ai danni della Chiesa. Stando alla tradizione fu durante uno di questi drammatici avvenimenti che San Clemente I papa (?-99/100 d.C.), terzo Pontefice  riconosciuto della storia – dopo San Lino (?-?) e Sant’Anacleto (?-?) -, esiliato dall’imperatore Traiano (53-117 d.C.), rinunciò alla propria carica in favore di Sant’Evaristo (?-105 d.C.) al fine di garantire una guida spirituale alla crescente comunità cristiana di Roma. Analoga scelta fu operata da San Ponziano (?-235 d.C.), papa dal 230 al 235 d.C., quando, bandito da Roma durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Trace (173-238 d.C.), abdicò in favore di Sant’Antero papa (?-236 d.C.) – stando alla tradizione martirizzato nella medesima persecuzione -.

Celebre fu il caso dell’abdicazione di Papa Silverio I (480 ca. – 537 d.C.), al tempo della Guerra greco-gotica (535-563 ) e della riconquista bizantina dell’Italia. Erano i giorni della grande diatriba religiosa tra la Chiesa Roma e parte delle comunità orientali sulla doppia natura – umana e divina – di Cristo, seguita al Concilio di Calcedonia (451 d.C.) che aveva dichiarato eretica la concezione “monofisita”, la dottrina che pone la natura divina di Cristo superiore a quella umana, in contrasto con la concezione “diofisita” cattolica che riconosce alla natura umana di Cristo, distinta da quella divina, un’eguale importanza nel mistero della salvezza: siamo alle origini del contrasto che avrebbe portato un giorno allo scisma d’oriente (1054 d.C.)  che ancora divide la Cristianità tra cattolici e ortodossi. Asceso come cinquantasettesimo Papa della storia, Silverio pagò il rifiuto di non cedere alle pressanti insistenze dell’imperatrice monofisita Teodora (497-548 d.C.) di sconfessare quanto deciso a Calcedonia. Seguirono false accuse di connivenza con i Goti, all’epoca in guerra con Bisanzio, l’abdicazione forzata e il seguente assassinio. Al suo posto ascese al soglio pontificio lo sciagurato Papa Vigilio (?-555 d.C.) che, pressato dall’imperatore Giustiniano (482-565), pressato a sua volte dall’imperatrice, finì col condannare tre importanti “capitoli” di apologeti diofisiti, provocando lo “Scisma Tricapitolino”, col distacco delle Chiese del Nord Italia, del Norico e della Baviera, e ricomposto definitivamente solo sul finire del VII secolo.

Ben diverse furono le storie di Benedetto IX e di Gegorio VI. Al secolo Teofilatto III di Tuscolo (1032-1047), Benedetto IX ascese al soglio pontificio alla giovanissima età di undici anni, nel pieno della grande crisi morale vissuta dal Papato durante la seconda metà del X secolo, preda degli intrighi di potere della nobiltà romana. Dopo esser stato deposto una prima volta in favore di Papa Silvestro III (1000-1062) nel 1044, un anno dopo ritornava ad occupare il soglio grazie all’appoggio dell’esercito famigliare spodestando il rivale. Tuttavia, stanco dei giochi di potere – e sembra anche per l’intenzione di prender moglie -, vendette la carica al suo padrino Giovanni Graziano, asceso col nome di Gregorio VI (?-1047). Per questo suo gesto, la vendita del magistero petrino, Benedetto IX e Gregorio VI si macchiarono dell’accusa di simonia – la vendita e l’acquisto di cariche religiose -, fatto che spinse l’imperatore Enrico III (1017-1056) a intervenire, obbligando Gregorio VI all’abdicazione e ponendo fine agli intrighi romani. Fu l’nizio dell’era dei grandi pontefici medievali  – Damaso II, Vittore II, San Leone IX,  San Gregorio VII – che seppero riformare radicalmente la Chiesa.

Il più celebre di tutti i pontefici dimissionari fu certamente Pietro del Morrone (1209/1215 -1296), asceso col nome di Celestino V. La figura di Celestino s’inserisce nel quadro di un Papato in crisi sul finire del XIII, dove nell’arco di sessant’anni si avvicendarono tredici pontefici, molti dei quali – con l’eccezione del beato Gregorio X (1210-1276) – di dicutibile atteggiamento. Di origine contadina, noto per la vita monastica ed eremitica – fondò l’ordine dei celestini (1244 d.C.) – nonchè per il proprio legame con i cavalieri del Tempio, Pietro fu eletto nella speranza che la sua persona, ammantata dall’aura di santo vivente, potesse risollevare l’immagine della Chiesa, sebbene l’avanzata età sottolinei la volontà di eleggere un Papa di transizione. Celestino V tuttavia disattese le aspettative dei fedeli; deluso dalle corrotte gerarchie ecclesiastiche, spezzate tra cardinali filo romani e filo francesi, avanti con gli anni e pressato sia dalla corte angionia che dal cardinale Cajetani, Celestino V scelse l’abdicazione (1294): Dante lo porrà nell’antinferno della Commedia etichettandolo come “colui che per viltade fece il gran rifiuto”. Al suo posto ascese proprio il cardinale Cajetani col nome di Bonfacio VIII (1230-1303), il celeberrimo pontefice che portò la Santa Sede allo scontro con il re di Francia, Filippo IV il Bello (1268-1314), con la diretta conseguenza della presa di potere da parte del clero francese e il trasferimento della corte papale per settant’anni ad Avignone (1309-1377). Celestino V verrà canonizzato pochi anni dopo (1313 d.C.) da papa Clemente V (1264-1314) su pressione del re francese, a dispetto della memoria di Bonifacio VIII.

L’ultimo caso della storia di un papa dimissionario fu quello del veneziano Angelo Correr (1326-1417), dal 1406 Papa col nome di Gregorio XII e anteposto a Benedetto XIII (1328-1423) – in seguito inserito tra gli antipapi della storia – durante il cosiddetto “Scisma d’Occidente” (1378-1417), quando in seguito al ritorno della sede pontificia a Roma (1378), le fazioni cardinalizie francese e italiana entrarono in urto eleggendo ciascuna un proprio pontefice. L’abdicazione – forzata – di Gregorio XII avvenne nel 1415, durante il Concilio di Costanza (1414-1417) che pose termine allo scisma. Da allora nessun pontefice rinunciò mai al magistero petrino, sino all’annuncio di Bendetto XVI.

Rispetto alle storie appena descritte, la decisione di abdicare da parte dell’attuale pontefice presenta una notevole differenza,  che rende la scelta di Ratzinger più unica che rara. Infatti Benedetto XVI non abdica nè per costrizione a fin di bene, come nel caso di San Clemente I e San Ponziano, nè per coercizione, come nei casi di Silverio III, Gregorio VI, Gregorio XII – tantomeno per guadagno personale, come fu per Benedetto IX -, ma per propria scelta, libera e senza pressioni. Una scelta che trova un precedente solo nel caso di San Celestino V papa, rendendo pertanto il caso di Benedetto XVI come il secondo di tutta la storia della Chiesa a distanza di sette secoli dall’unico precedente.

Un evento storico a cui pochi – per non dire nessuno – avrebbe mai ipotizzato di assistere. E curiosamente la memoria torna a quel giorno di Aprile di quattro anni fa, quando papa Benedetto XVI, in visita all’Aquila dopo il devastante terremoto, donava il proprio mantello alla città dinnanzi alla salma del suo celeberrimo predecessore Celestino V. Predecessore nell’ascesa e nella rinunzia al soglio petrino.

 

 

Lascia un Commento