La libia e la politica italiana di F.M. Agnoli

Non gli capita spesso, ma questa volta  Pierluigi Bersani ha avuto certamente ragione nel  definire  la mozione Lega-Pdl-Responsabili una grande pagliacciata. In realtà la sconfitta è soprattutto della Lega che  ha, più che annacquato, tolto di mezzo proprio quello che doveva costituire  il pezzo forte della sua iniziativa: la fissazione di una data finale certa per l’intervento italiano in Libia. La Lega, difatti, non chiedeva  la fine della guerra libica, una decisione al di fuori dei poteri del  Parlamento italiano, ma  la data finale della partecipazione dell’Italia all’impresa,  cioè un provvedimento di esclusiva pertinenza  della nostra sovranità nazionale. Invece la mozione proposta  e approvata in   parlamento,  prevedendo che la data venga  stabilita “in accordo con le Organizzazioni internazionali e i Paesi alleati“, si è ridotta ad un  semplice  auspicio per una sperata, sollecita fine  delle operazioni militari,  che tuttavia proseguiranno finché piacerà alla Nato e agli “alleati”.

In altri termini la delibera non  modifica di una virgola la situazione  preesistente. Lo ha subito attestato il segretario  generale della  Nato, Anders Fogh Rasmussen, dichiarando che non è possibile  “fissare una data in cui la missione potrà essere considerata compiuta”.

Per compiere l’opera il giorno successivo, in occasione dell’incontro a Roma del cosiddetto “gruppo di contatto sulla Libia”, il ministro Frattini ha rassicurato gli alleati e, soprattutto, la Clinton, confermandole  l’impegno del nostra paese su tutte le missioni internazionali e “certamente anche quella in Libia“. Il che, con buona pace del trionfale richiamo  al   “celodurismo” leghista, comporta anche  la conferma delle spese italiane per tutte queste missioni, inclusa, appunto, la “guerra” di Libia (così definita proprio dalla Lega in occasione della sua iniziale  presa di distanza dalla decisione di Berlusconi  di dare il via alle bombe).

In realtà, ragionando (come pur si deve) a mente fredda, era difficile immaginare che  la Lega  potesse ostinarsi  fino a causare una crisi di governo proprio alla vigilia di elezioni amministrative sì, ma  che, coinvolgendo  la massima parte del territorio nazionale, rivestono un’indubbia valenza politica. I manovratori  del Pdl lo hanno perfettamente compreso  e, pur tentando di salvarle la faccia, hanno costretto la  Lega alla resa.

Tuttavia non è  detto che la partita sia chiusa. Se la disgraziata avventura libica non dovesse concludersi, almeno per quanto riguarda le bombe e gli aspetti militari, in tempi  brevissimi (diciamo non oltre la fine del corrente mese di maggio), è possibile (e auspicabile) che la Lega riprenda l’iniziativa e rimetta al centro dell’arena politica la palla della data certa per il ritiro  italiano, che è  – sia chiaro – perfettamente possibile e legittimo e senza perdere scalini nella credibilità internazionale (anzi guadagnandone), come dimostra l’esempio dei tanti paesi che, in corso d’opera, hanno  ritirato i loro soldati dalle missioni irachene e afgane.

Una ripresa d’iniziativa  che probabilmente sarà facilitata dagli esiti elettorali, che, a dispetto dei continui, clamorosi errori di un’opposizione guerrafondaia, non è azzardato pronosticare tutt’altro che entusiasmanti per il centro-destra.

Francesco Mario Agnoli

 

Lascia un Commento