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Archive del 18 maggio 2015

IL CONTINENTE SELVAGGIO. Trento, 20 maggio 2015, ore 17.30

Mercoledì 20 maggio 2015, alle 17,30, a Trento, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55) il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e la Fondazione Museo Storico del Trentino organizzano l’incontro-dibattito “Il continente selvaggio”. Interviene Fernando Orlandi. Introduce Massimo Libardi.

Nel corso della Seconda guerra mondiale la modificazione dei comportamenti trasformò le genti di un intero continente. Per la sopravvivenza, quello che nell’epoca precedente era considerato illecito assunse una dimensione di normalità. Ai valori e alle credenze di un tempo subentrò un cinismo immorale. La vita non contava più nulla e con la morte si coesisteva con indifferenza.

La punta dell’orrore venne raggiunta nei campi di concentramento e nei campi di sterminio. Quando vennero liberati, gli alleati rimasero shoccati dinanzi al disinteressato distacco con cui i prigionieri ancora in vita conducevano le loro esistenze.

Un ufficiale medico britannico in Germania scrisse in un suo rapporto: “Una donna troppo debole per reggersi in piedi si appoggiava a un mucchio di cadaveri mentre cucinava il cibo che noi le avevamo dato su un fuoco improvvisato; uomini accoccolati in qualunque posto che si liberavano all’aperto della dissenteria che purgava le loro viscere; una donna in piedi completamente nuda che si lavava con un pezzo di sapone con acqua che scendeva da un serbatoio in cui galleggiavano i resti di un bambino…”.

Un continente di orrori, che si moltiplicano man mano che si andava verso est, in quelle “Terre insanguinate” studiate da Timothy Snyder (Rizzoli, 2011).

L’Europa era un “Continente selvaggio”, come dice il titolo di un importante studio di Keith Lowe (Laterza, 2013). Leggi il resto di questo articolo »

IL CENTENARIO DELL’INGRESSO DELL’ITALIA IN GUERRA. E SE CI FOSSIMO SCHIERATI CON IL KAISER? di F. Cardini

Non è mia intenzione proporre un esercizio di ucronia o di “storia controfattuale”. Il problema è ad ogni buon conto quello già affrontato più volte dagli storici, in contraddizione con quanto si afferma secondo il logoro e conformistico dogma espresso da slogans del tipo “la storia non si scrive al condizionale” o “la storia non si fa con i se e con i ma”. E’, al contrario, solo ponendosi il problema relativo alle infinite possibilità che si sarebbero aperte dinanzi al passato quand’esso era ancora futuro se alcune cose accadute non fossero accadute, che si comprende e si apprezza sul serio – o, quanto meno, ci si dispone a farlo: perché in realtà è una fatica insondabile e infinita…- quel che davvero è successo. Non sono io a dirlo: sono grandi studiosi, come David S. Landes. Le cose accadute divengono perentorie e irreversibile solo dopo che, appunto, sono accadute: ma prima di allora nulla è scritto e tutto è possibile.

E ciò, sempre tuttavia ammesso (e mai concesso) che si possa davvero riuscire a ricostruire il passato: vale a dire individuare “verità” storiche in grado di coincidere sul serio con la Verità obiettiva; e che quest’ultima non sia invece, per lo storico, un’Athalanta fugiens che si ha il dovere d’inseguire con tutte le forze mantenendo tuttavia ben chiara la consapevolezza che il raggiungerla è per definizione un adynaton e che, se anche fosse possibile, sarebbe comunque indimostrabile. Serenamente armati di questa certezza e irrobustiti dal disincanto a proposito dell’inesistenza, nel processo (che non è “progresso”) storico di un fine e di una ragione immanente intrinseci, possiamo quindi abbandonarci al gioco del se e del ma: che cosa mai sarebbe accaduto se l’Italietta del 1914 avesse agito in coerenza con quanto si era sostanzialmente per quanto non senza alcune riserve impegnata a fare sino dal 1882, allorché il seguito all’occupazione francese di Tunisi dell’anno prima – che le sottraeva un’area d’espansione coloniale sulla quale essa vantava una prelazione – essa si accostò all’alleanza tedesco-austrungarica, che grazie alla sua adesione divenne quindi la Triplice Alleanza, non solo in quanto la mossa del governo francese aveva offeso e irritato quello italiano, ma anche perché il progressivo avvicinarsi della diplomazia di Parigi e di quella di Londra stavano configurando una sempre più stretta e rigorosa egemonia francobritannica sul Mediterraneo. Se Gibilterra e Suez erano dominate dalla Gran Bretagna che possedeva anche Malta e nella sostanza ormai lo stesso Egitto, mentre il Canale di Sicilia poteva nella migliore delle ipotesi venir gestito da un non facile partenariato francoitaliano, era ovvio che il giovane regno venisse venirgli mano qualunque robusta prospettiva di sviluppo in termini di potenza marinara sia militare sia mercantile: e allora tanto valeva mettere da parte almeno entro certi limiti gli attriti storici con Vienna e avvicinarsi anche a quest’ultima, a sua volta sicura alleata di quella Germania che fino dal ’66 mostrava all’Italia un volto amichevole e disponibile. Leggi il resto di questo articolo »

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