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Archivio di febbraio 2015

FRANCO CARDINI PRESENTA: ISTANBUL. SEDUTTRICE, CONQUISTATRICE, SOVRANA. PADOVA, 19 MARZO 2015, ORE 18.00

 

L’associazione Culturale Identità Europea

vi invita all’incontro

 

INVITO ALLA LETTURA

Franco Cardini presenta:

ISTANBUL. SEDUTTRICE, CONQUISTATRICE, SOVRANA

 

GIOVEDI’ 19 MARZO 2015 – ORE 18.00

PALAZZO MORONI, SALONE DEGLI ANZIANI

VIA VIII FEBBRAIO – PADOVA

 

SARA’ PRESENTE L’AUTORE.

CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI PADOVA


 

Presentazione del testo “L’appetito dell’imperatore” di Franco Cardini. Vicenza, 18 Marzo 2015, ore 17.30

 

L’associazione Culturale Identità Europea

in collaborazione con la Biblioteca Internazionale La Vigna

vi invita all’incontro

 

INVITO ALLA LETTURA

Franco Cardini presenta:

L’APPETITO DELL’IMPERATORE

 

 

MERCOLEDI’ 18 MARZO 2015 – ORE 17.30

BIBLIOTECA INTERNAZIONALE LA VIGNA

CONTRA’ PORTA SANTA CROCE 3 – VICENZA

 

SARA’ PRESENTE L’AUTORE.

SEGUIRA’ IL BRINDISI OFFERTO DA “TAVERNA CLARA”

L’OCCUPAZIONE SOVIETICA E GLI SFORZI DELLA LITUANIA PER RITORNARE IN EUROPA. Roma, 6 marzo 2015

 

L’Associazione Culturale Identità Europea

vi segnala la

 

CONFERENZA

in occasione del XXV Anniversario
della Restaurazione dell’Indipendenza
della Lituania


L’OCCUPAZIONE SOVIETICA E GLI SFORZI

DELLA LITUANIA PER RITORNARE IN EUROPA

 

 

Venerdì 6 marzo 2015 – ore 11.00

ROMA – SALA DEL CENACOLO DELLA CAMERA DEI DEPUTATI, -INGRESSO DA VICOLO VALDINA 3A Leggi il resto di questo articolo »

“Tanta povertà e disuguaglianza”. La disparità sociale ai massimi in Germania

La locomotiva economica europea, la Germania, è travolta da un’ondata di disuguaglianza e di “disparità regionale”, con oltre 12,5 milioni di Tedeschi ora sotto la soglia relativa della povertà. Il più alto numero documentato a partire dalla riunificazione della Germania, 25 anni fa.

Ulrich Schneider, capo della tedesca Equal Welfare Organization, ha dichiarato: “La povertà non è mai stata così alta e la disparità regionale mai così profonda”.

Gli ultimi dati sul livello di povertà mostrano che ha ora raggiunto quota 15,5%. La distanza fra regioni ricche e povere – così come fra classi ricche e povere – si sta allargando sempre più. La linea di povertà relativa tracciata dall’organizzazione si posiziona su un livello di reddito pari a meno del 60% del reddito medio.

In termini pratici, la soglia di povertà nazionale è stata calcolata essere di 892 euro al mese per una famiglia senza figli e di 1873 euro al mese per una famiglia di 4, con 2 figli minori di 14 anni.

Le regioni di Bremen, Berlino e del Mecklenburg-Western Pomerania sono in cima alla lista, con un tasso di povertà superiore al 20%; Baden-Württemburg e Bavaria le più ricche, con un tasso di povertà appena sopra all’11%.

La AFP riferisce che Schneider avrebbe dichiarato: “Complessivamente, i dati indicano una repubblica sfilacciata”.

Solo due Stati, se ci si basa su dati da poco disponibili e relativi al 2013 mostrano una tendenza inversa: nella Saxony-Anhalt si è passati dal 21,1 al 20,9%; nel Brandenburg dal 18,1 al 17,7%. Leggi il resto di questo articolo »

Scuola e lavoro, ecco il volto feroce della Francia laicista

Sono sempre più violenti gli attacchi sferrati contro la Chiesa Cattolica e sempre più ampi gli spazi concessi al laicismo dilagante, mentre tiepida, talvolta inconsistente, non del tutto convinta appare la reazione opposta dallo stesso mondo cattolico.
Un ottimo osservatorio, in tal senso, pare essere la Francia: lo scorso 22 gennaio il ministro per la Pubblica Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, ha proclamato il 2015 «anno dell’insegnamento morale e laico», in tutte le 64.800 scuole pubbliche e private, di ogni ordine e grado.
Questo comporta un vasto piano di indottrinamento, progettato da tempo: già sul numero uscito il primo settembre 2012 del Journal du Dimanche, l’allora ministro Vincent Peillon individuò quale obiettivo della «morale laica» quello di «consentire a ciascun alunno di emanciparsi, sradicandolo da tutti i determinismi » ovvero da qualsiasi tradizione, valore, morale e costume gli siano stati trasmessi dai genitori, dal proprio contesto di vita, dalla società. Gli attentati di Parigi hanno tuttavia spinto ad attuare in fretta e furia tale progetto, sfruttando il clima d’emergenza determinatosi, ottimo pretesto ideologico per bruciare le tappe.
Il governo, così, ha subito messo in pista una squadra di mille «formatori», reclutati tra i più agguerriti e giacobini, per addestrare al meglio i 300 mila insegnanti, che sul territorio nazionale istruiscono 12 milioni di studenti, i Francesi di domani. E’ paradossale che proprio il Presidente francese Hollande, “scippando” la terminologia di Benedetto XVI, definisca la laicità come un principio «non negoziabile», cui dedicare addirittura una festa, la «Giornata della laicità», il 9 dicembre di ogni anno.
Nel mirino della République c’è la religione – e, nello specifico, quella cattolica –. Ch’essa rappresenti un ostacolo a tale piano di indottrinamento lo han reso evidente le parole di José Goémons, presidente della Federazione del Libero Pensiero dell’’Alta Savoia, pubblicate sul quotidiano Le Figaro del 6 febbraio scorso: «Ora mi domando – ha detto – se la religione cattolica sia compatibile con la Repubblica».
Avenir de la Culture, –sigla che si pone come obiettivo quello di contrastare «il degrado morale e culturale dei media» – ha lanciato una petizione, per chiedere al ministro della Pubblica Istruzione di ritirare il progetto messo a punto per tutti gli istituti didattici, progetto che costerà ai contribuenti 250 milioni di euro nel triennio: «Ci troviamo di fronte all’usurpazione dei diritti dei genitori – afferma la Presidentessa di tale organizzazione, Catherine Goyard – Per i laicisti del Libero Pensiero e del Ministero della Pubblica Istruzione, l’uomo nasce cittadino e quindi appartiene prima di tutto allo Stato», ciò che evidentemente «mortifica la missione educativa della famiglia e consente l’espansione del totalitarismo nella didattica». Leggi il resto di questo articolo »

Il Simbolo nell’Arte – Inaugurazione mostra Camilian Demetrescu. Piacenza, 1 marzo 2015.

 

L’Associazione Culturale Identità Europea vi segnala l’evento

 

Domenica 1 marzo 2015 – ore 11:00

Inaugurazione mostra

Camilian Demetrescu

tra Italia – Romania – Europa

 

Il Simbolo nell’Arte

Hierofanie: grandezza e caduta dell’uomo

Abbraccio cosmico e nuovi conflitti

Amici dell’Arte
Galleria Ricci Oddi
Piacenza – Via San Siro 13

Il Simbolo nell’Arte

dal 1 al 15 marzo 2015

ore 10-12 e 16-19

Il Timone, di Vittorio Messori.

Un secolo, da quel primo agosto del 1914 in cui cominciarono a tuonare i cannoni: non cesseranno per quattro anni e mezzo. L’Europa prima e buona parte del mondo poi precipitò in quel baratro che era stato scavato in due secoli dalla nuova religione della borghesia europea del XIX secolo: il nazionalismo. Negli schieramenti in guerra  –   tutti anticlericali – si formò quel blocco politico unanime che i francesi chiamarono Union Sacrée. I socialisti stessi, dopo tanta retorica sull’internazionalismo proletario,  non si tirarono indietro.  Una “sacra  unione“, nel nome della passione, del fanatismo, dell’accecamento nazionalista, per  combattere non sino alla vittoria ma sino alla distruzione totale del nemico. Ai  tempi di  prima della Rivoluzione francese, la guerra era una schermaglia tra Prìncipi, interrotta con armistizi cui seguiva la pace alla prima battaglia vinta o perduta.  L’onore dei sovrani era di guerreggiare limitando non solo le perdite umane ma anche un disturbo eccessivo per le popolazioni. I conflitti erano cosa da professionisti, da volontari e da mercenari e si concludevano il prima possibile con l’acquisto o la cessione di qualche fortezza o con la rettifica di qualche confine. Impensabile che una dinastia abdicasse per così poco: finite le ostilità, re e principi ricominciavano a sposarsi tra loro, imparentandosi lietamente anche con gli ex  nemici.

Per tornare  a quella Unione, sacrilega più che sacra, che si realizzò a partire dal 1914 tra i politici degli Stati belligeranti: ad essa aderirono nei vari Paesi anche dei cattolici. Ma furono scelte personali, disapprovate – su preciso mandato di  Roma a tutti gli episcopati – dalla Chiesa di Benedetto XV che, sin dagli inizi e poi  per tutta la guerra, non cessò di auspicare l’arresto di quella che il papa chiamò “inutile strage” . Leggi il resto di questo articolo »

LIBIA FRA ATTACCO MILITARE E DIPLOMAZIA. di F.M. Agnoli

L’avanzata dell’Isis in Libia ha eccitato a Roma insoliti spiriti bellicosi mai più visti dai tempi del balcone di Palazzo Venezia. A smorzarli ha prontamente provveduto il presidente del Consiglio Renzi, fautore, in perfetta consonanza con l’Ue e l’Onu, di una soluzione politica.
Due opinioni contrapposte, unite da una comune stupidità.
Un’azione militare che non abbia il carattere di una semplice spedizione punitiva, come quella dell’Egitto contro i tagliagola dell’Isis, presuppone non solo preparazione e precisi piani bellici, ma anche e soprattutto un progetto. Andare a combattere in Libia per fare cosa? Ristabilire una repubblica democratica (affidata a chi? a quale della miriade di tribù che si contendono il potere?) o la monarchia del Senusso? Garantire l’unità oppure favorire le ambizioni indipendentistiche anti-tripoline della Cirenaica? Andarsene subito dopo la vittoria (?) oppure prevedere un’occupazione di lungo periodo (indispensabile se non si vuole un immediato ritorno al caos)?
Ancora più stolta l’idea della soluzione politica in contrapposizione a quella militare. La soluzione politica presuppone un’azione diplomatica, quindi incontri, trattative, concertazioni. Con chi? Certamente non con l’Isis e il Califfato, che non sono riconosciuti a livello internazionale e certamente non possono assumere il ruolo di legittimi e, soprattutto, credibili interlocutori. E’ vero, esiste anche un governo riconosciuto a livello internazionale, ma è talmente efficiente che non è nemmeno riuscito a tenere sotto il proprio controllo la capitale, Tripoli (dove si è insediato un governo islamista, che ora passa per moderato, ora per estremista), ed è stato costretto a ritirarsi a Tobruk. Leggi il resto di questo articolo »

LA GUERRA DEL CALIFFO. di F. Cardini*

E’ ovvio che, quando si è minacciati, ci si deve difendere. Non è solo un diritto: è un dovere. Il punto è che si deve anche capire bene da dove ci viene la minaccia, chi ne è il promotore, quanto è davvero seria. I jihadisti libici hanno fatto una scelta di campo: l’IS del califfo al-Baghdadi. Ciò li espone ovviamente, tra l’altro, all’inimicizia delle altre fazioni di al-Qaeda, quelle siriane e quelle yemenite dipendenti dalla leadership di al-Zarqawi. Cerchiamo di renderci conto che gli “Stati” che ci avrebbero “dichiarato guerra” in realtà non sono tali: si tratta di fuorilegge che non dispongono di alcun riconoscimento internazionale. Ha quindi ragione Matteo Renzi, e torto quelli che gli chiedono di mostrare i muscoli: questa è faccenda da operazioni di polizia internazionale, ed è l’ONU che deve farsene carico.
Ma è necessario anche sventare altri equivoci. Uno, fondamentalmente: che la grande questione musulmana sia risolvibile puntando su una possibile futura “democratizzazione” del mondo islamico. Al riguardo, abbiamo troppo a lungo creduto in squallide fiabe: nel 2003 si abusò della bufala dell’“esportazione della democrazia” rifilataci come alibi dell’aggressione degli USA di Bush all’Iraq. In seguito, ingannati dall’apparente facilità con la quale era caduto il regime di Ben Alì in Tunisia (tra l’altro, un regime molto ben visto dai paesi dell’Occidente), si è prestato fede nello slogan delle “primavere arabe” e si è guardato dall’altra parte quando esse venivano represse da poteri che si ritenevano nostri sicuri amici – ad esempio gli emirati arabi – incoraggiando invece indiscriminatamente le aggressioni condotte contro governi rispetto ai quali ritenevamo di aver motivi di ostilità, come quelli di Gheddafi in Libia e di Assad in Siria. Troppo tardi ci siamo accorti che Gheddafi, col quale per anni avevamo stipulato ricchi affari, negli ultimi tempi stava pestando i piedi agli interessi inglesi e francesi: e solo allora a Parigi e a Londra si resero conto che era un folle e sanguinario dittatore (più o meno come avevano fatto nel 2003 gli americani con Saddam Hussein, dopo averlo usato per anni contro l’Iran). Quanto ad Assad, gli avremmo volentieri concesso una bella patente di democrazia – come abbiamo fatto e stiamo facendo per anni nei confronti di tanti violenti e corrotti leaders africani – se non fosse stato un po’ troppo propenso ad appoggiarsi agli “altri”, ai russi e agli iraniani. Leggi il resto di questo articolo »

VENTI DI GUERRA DALL’ISLAM. di F.M. Agnoli

Nel mese di luglio 2014 si è tenuto presso la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles il terzo dei quattro seminari sul tema “Islam, Cristianesimo ed Europa” organizzati in occasione dell’Anno Europeo del Dialogo Interculturale 2008 dalla Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (COMECE), dalla Commissione Chiesa e Società (CSC), della Conferenza delle Chiese Europee e dalla Konrad Adenauer Stiftung (KAS), in associazione con partner musulmani. Nell’occasione, stringi stringi, il tema affrontato è stato se l’Islam sia religione di pace o di guerra e se  gli europei ne abbiano una visione corretta o alterata da pregiudizi e, se alterata, come la si possa correggere.

La prof.ssa Sara Silvestri, docente presso l’Università di Cambridge e la City University di Londra, ha affermato la necessità di abbandonare l’idea che i  musulmani appartengono a una categoria monolitica (il che, in realtà, è assolutamente pacifico dal momento che l’Islam è diviso in varie confessioni fra loro acerbamente ostili)  e che, comunque,  concetti come la preoccupazione per il benessere di ogni persona, la santità della vita e l’impegno dei credenti nella sfera pubblica sono condivisi da Islam e Cristianesimo. Alla Silvestri ha fatto seguito  il  rappresentante della comunità islamica della Serbia, lo sceicco Abdullah Nursquoman, che ha sottolineato i pericoli derivanti dalle false interpretazioni dell’Islam e dalle irragionevoli paure, presenti in Europa, di un’invasione islamica e dell’imposizione della sharia, e ha denunciato  l’islamofobia quale pretesto razzista  per creare odio o discriminare i musulmani, che, in conformità alla loro religione, che richiede “il parlarsi e l’amarsi reciprocamente”, “amano l’umanità perché proviene da Dio e amano Dio perché ci ha creati”.

Per conto del mondo cristiano (ogni seminario – il quarto e ultimo si è tenuto in settembre 2014 – prevedeva una discussione di gruppo con un moderatore, un esperto accademico, un oratore musulmano, uno cristiano e un membro del Parlamento Europeo) è intervenuto il metropolita Emmanuel di Francia, presidente della Conferenza delle  Chiese europee (KEK)[1] e rappresentante del Patriarcato Ecumenico  presso l’Unione Europea. Il prelato greco-ortodosso ha definito la paura che molti europei hanno dell’islam  “irrazionale ma storicamente modellata, promossa dalla rappresentazione parziale e stereotipata di questa religione nei media e dalla generale mancanza di conoscenza dell’islam”, una religione che “era ed è ancora europea attraverso le sue radici”. Spetta alle istituzioni europee, alle Chiese e ai media esorcizzare questa irrazionale paura anche attraverso il trattamento egualitario di tutte le religioni nei mezzi di comunicazione e il loro insegnamento nelle scuole, che dovrebbe sottolineare, invece che  le differenze, gli aspetti comuni. Leggi il resto di questo articolo »

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febbraio: 2015
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