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Archivio di gennaio 2015

La Francia risponde all’estremismo islamico dei suoi studenti con un bel lavaggio del cervello a base di “laicità” .*

Come si affrontano a scuola decine di studenti musulmani francesi, secondo i quali i terroristi islamici che hanno compiuto la strage alla redazione di Charlie Hebdo e all’alimentari kosher non sono assassini ma «eroi»? Il governo di François Hollande ha trovato la risposta: fargli cambiare idea con un bel lavaggio del cervello a base di laicità, la stessa che ha contribuito a esasperare gran parte di quegli alunni.

«LAICITÀ NON È UNA RELIGIONE». «Una giornata della laicità verrà celebrata ogni 9 dicembre», ha annunciato trionfalmente il ministro dell’Istruzione Najat Vallaud-Belkacem. Come riportato dal Foglio, il cardinale di Parigi, Vingt-Trois, ha criticato questa decisione perché «la laicità non è una religione che deve organizzare feste religiose». Soprattutto quando si tratta di laicità intesa alla Charlie Hebdo, cioè eliminazione di tutte le religioni e di tutte le identità particolari dallo spazio pubblico.

«MILLE AMBASCIATORI». Il primo ministro Manuel Valls ha rincarato la dose, dichiarando che «la laicità deve imporsi dappertutto». Come? Oltre alla nuova festività, la “Carta della laicità” che dal 2014 è appesa all’entrata di tutte le scuole francesi dovrà essere firmata all’inizio di ogni anno scolastico. In più, «mille ambasciatori della laicità» verranno inviati nelle scuole della République per occuparsi «degli studenti che mostrano un comportamento preoccupante di fronte ai simboli della sovranità francese».

MINISTRO DEL LAVAGGIO DEL CERVELLO. Il settimanale conservatore Valeurs Actuelles ha commentato così il nuovo programma scolastico anti-estremisti: «Lo scopo annunciato è quello di mettere al centro i valori della Repubblica. In realtà, la laicità diventa una nuova religione». Non c’è da stupirsi dunque se Belkacem, la nuova inquilina di Rue de Grenelle, è stata ribattezzata “ministre du décervelage”, ministro del lavaggio del cervello.

* Identità Europa ringrazia Tempi.it

Sulle polemiche tra governo e magistratura. di F. M. Agnoli.

L’INAUGURAZIONE DELL’ANNO GIUDIZIARIO RIPROPONE LA QUESTIONE GIUSTIZIA

I discorsi di alcuni  Procuratori generali (in particolare di quello di Torino, Marcello Maddalena) hanno riportato all’onore delle cronache lo scontro  governo-magistratura, con interventi in replica di Matteo Renzi, dell’Associazione nazionale  magistrati e del ministro della  giustizia.

La questione, in quanto coinvolge il governo, sul quale grava il compito di provvedere  al bene e al benessere  del paese,  e gli operatori di un settore  fondamentale per questo bene e  questo benessere,  riguarda l’intera collettività, che, avendo tutto da perdere dal malfunzionamento della giustizia e  dalla messa in opera di riforme errate, ha un fondamentale interesse ad acquisire piena coscienza della materia del cotendere.

Già nel corso del 2014 la polemica magistrati-governo  aveva conosciuto punte particolarmente accese a proposito della riduzione delle ferie annuali dei magistrati da 45 a 30 giorni e su questo punto si sono adesso nuovamente   incentrati,  l’intervento del P.G. di Torino (in prevalenza), e, in esclusiva, quello del presidente del Consiglio, che ha avuto anche la cattiva idea di mettere in ballo,  l’argomento,  del tutto inconferente (soprattutto per lui e il suo governo), dei magistrati uccisi  dalla criminalità organizzata. Ovviamente non si tratta che di un aspetto del problema, ben più vasto  e complesso, della crisi e della riforma della giustizia (difatti la riduzione delle ferie è stata giustificata da Renzi con la necessità di aumentare la produttività – in termini di sentenze – dei giudici italiani). A questi aspetti più generali hanno fatto riferimento l’A.N.M,  critica per le mancate riforme (ferie a parte) nonostante gli impegni solennemente assunti, e, in termini abbastanza vaghi, ma positivi per il governo,  il ministro della giustizia.

Che la situazione  della giustizia in Italia fosse cattiva al momento dell’ingresso in carica del governo Renzi (e da molti  anni) e lo sia tuttora dopo un anno  di attività “riformatrice” (?) è un dato di fatto che nessuno nega. In una classifica mondiale stilata  dal Worl Economic  Forum l’Italia figura per questo aspetto  addirittura al 68° posto, dopo tutti i paesi   occidentali.

Il dibattito verte sulle cause  e sui rimedi.

Il governo, pur  affermando la necessità di ulteriori riforme, ha puntato tutto sulla scarsa produttività dei giudici italiani, supportato in questa tesi da gran parte dei mass-media, in particolare dalla stampa  di centro-destra, memore  degli attacchi rivolti alla magistratura da Silvio Berlusconi, che, in una esternazione del 4 settembre 2003, n mise addirittura in dubbio  l’equilibrio psichico dei suoi componenti  (“Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro  devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”). Leggi il resto di questo articolo »

“Guai a dire mamma”. Contro i falsi miti del progressismo. – Rimini, 1 febbraio 2015, ore 18,30.

 

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE IDENTITÀ EUROPEA

VI INVITA ALLA CONFERENZA




GUAI A DIRE MAMMA


CONTRO I FALSI MITI DEL PROGRESSISMO



INCONTRO CON

 

MARIO ADINOLFI


DIRETTORE DE “LA CROCE”

SCRITTORE DEL LIBRO “VOGLIO LA MAMMA”


INGRESSO LIBERO


RIMINI, DOMENICA 1 FEBBRAIO 2015 – ORE 18,30

AUDITORIUM DELLA RICONCILIAZIONE

VIA DELLA FIERA 82

SOVRANITA’ MONETARIA E DEBITO ESTERO. di L. Copertino

Quando lo Stato emette, spende e si indebita con la sua banca centrale, pubblica, cioè con se stesso nella sua valuta, non ha nulla da temere. Così come nulla ha da temere quando esso si indebita con il proprio popolo, i propri cittadini, le proprie imprese. Se invece è indebitato pressoché totalmente in valuta estera, lo Stato non gode più di una piena sovranità monetaria e perde persino la propria indipendenza nazionale. Esattamente quanto è accaduto all’Argentina negli anni ’90 e quanto è accaduto agli Stati dell’UE che hanno ceduto la propria sovranità monetaria ad una Banca Centrale incontrollata dai governi e senza alcun governo confederale di riferimento. Perché per le nazioni d’Europa oggi l’euro è come se fosse una moneta straniera che esse non possono governare e nella quale è valutato il loro debito.
Il vincolo esterno, estero, fu la causa principale dell’iperinflazione dello Zimbabwe e, caso storico più noto, di quella della Repubblica di Weimar. In Germania, dopo la Prima Guerra Mondiale, il governo della Repubblica di Weimar, costretto a pagare i debiti di guerra in valuta straniera, non ebbe altra scelta che quella di stampare marchi per comprare oro e valuta estera con cui pagare le riparazioni e le sanzioni. Con le conseguenze drammatiche che conosciamo e che tuttavia non furono affatto, come sbagliando generalmente si crede, la causa dell’ascesa del nazismo, il quale invece trovò il suo terreno fertile, dieci anni più tardi, nella deflazione che colpì l’economia tedesca a seguito del Grande Crollo di Wall Street dell’ottobre 1929.
Invece nel 1922-23, a causa della stupida volontà di vendetta anglo-francese, con il Trattato di Versailles i vincitori, nonostante le proteste di J. M. Keynes che abbandonò in polemica con il governo inglese e francese il tavolo delle trattative, umiliarono la sconfitta Germania inchiodandola alla croce di un immenso debito estero da riparazioni di guerra. Dall’agosto 1921, la Germania cominciò ad acquistare valuta estera pagandola, a qualunque prezzo, con i suoi marchi. Ciò causò una incredibile svalutazione del marco che aumentò a velocità inesorabile. Più il marco affondava sul mercato dei cambi monetari, più era ingente la quantità di marchi necessari ad acquistare l’oro o la valuta estera con la quale, come imposto dalla Commissione delle riparazioni, risarcire le potenze occidentali vincitrici. Leggi il resto di questo articolo »

“Attorno a J.R.R. Tolkien” – Ravenna, 24 gennaio 2015, ore 16.30

 

 

Comunicato Stampa n° 2

“Attorno a J.R.R. Tolkien”

24 Gennaio 2015 – ore 16.30

 

Il 24 Gennaio 2015 alle ore 16.30 si terrà l’ultimo incontro della rassegna dedicata a Tolkien promossa dall’associazione culturale Identità Europea in collaborazione con la casa editrice Il Cerchio e la Biblioteca Diocesana di Ravenna-Cervia “San Pier Crisologo”. L’incontro si svolgerà come di consueto nella sala Don Minzoni del Palazzo del Seminario Arcivescovile, in Piazza Duomo, 4 e vi interverrà  Padre Guglielmo Spirito OFM Conv., che si dedicherà al tema “Lo Hobbit: sentirsi a casa fra due mondi”.

Padre Guglielmo Spirito, è docente di Mistica comparata e Storia delle Religioni presso il Sacro Convento di Assisi, da anni approfondisce le radici spirituali dell’opera di Tolkien valorizzando il rapporto educativo-spirituale con giovani e adulti. E’ autore di numerosi testi tra cui: “Tra San Francesco e Tolkien” ed. Il Cerchio 2003 e “Dalla Santa Russia. Riflessioni Francescaneed. Il Cerchio 2008; è anche il curatore dell’antologia Lo specchio di Galadriel, ed. Il Cerchio 2006.
Autore estremamente importante nella letteratura odierna dedicata a Tolkien, è assai raro avere il piacere di ascoltarlo dal vivo.

Gli organizzatori si reputano soddisfatti dell’esito dei precedenti incontri che hanno visto una crescente partecipazione di appassionati tolkieniani ed interessati al fantastico nobile che con interessanti dibattiti hanno sicuramente valorizzato i precedenti incontri. L’incontro del 24 Gennaio chiude magistralmente la rassegna che ha ospitato importanti relatori quali: Cesare Catà, Edoardo Rialti, Claudio Testi, Adolfo Morganti.

Rimini, 14 gennaio 2015.

Giustizia e austerità: la tragedia greca non deve essere tale. di G. Piga*

Le dichiarazioni di Tsipras e le richieste all’Europa di Syriza nel caso divenisse partito di maggioranza in Grecia, riprese oggi dal Corriere, trovano il loro fondamento etico nell’ultima frase del loro leader: “la Grecia è la patria di Sofocle, il quale ci ha insegnato, con Antigone, che talvolta la suprema legge è la giustizia”. Non la legge fallimentare, né quella amministrativa, no: la giustizia.

Il riferimento ad Antigone aiuta a sufficienza ad inquadrare questa nuova tragedia greca, quella di questi anni, vissuta nell’apparente inconciliabile contraddizione tra leggi umane (il riferimento ovvio è ai Trattati e regolamenti europei) e leggi divine. Ma quali sono le leggi divine odierne a cui si riferisce Tsipras richiamando il concetto di “giustizia”? Qual è il concetto di giustizia rilevante per comprendere questa tragedia, le sue implicazioni e la sua potenziale risoluzione?

Sarebbe utile forse farlo risalire, in un’ottica cristiana alle parole di Papa Francesco, ad un senso di giustizia incondizionata: “la misura della grandezza di una società si trova nel modo in cui questa tratta i più bisognosi”, così affermò di recente il Pontefice. Se la società d’interesse è quella “europea”, allora non c’è dubbio che tutti i dati ci dicono che oggi è la Grecia l’anello debole della costruzione continentale. Debole, attenzione,  non per la sua fragilità finanziaria ma per l’emergenza economica che deve fronteggiare da tempo una fascia non esigua della popolazione: in tal senso non credo sia sfuggita a molti l’espressione usata da Tsipras nel testo – “porre fine alla crisi umanitaria”- giro di parole che in Italia ed in Germania nemmeno un politico populista si sentirebbe in diritto di utilizzare in alcun caso per descrivere i nostri problemi interni, ma che in Grecia è ormai entrata credibilmente nel lessico politico.

Non c’è bisogno tuttavia di scomodare la religione per comprendere un concetto di giustizia basilare, come quello menzionato dal Papa; basterà ricordare il pensiero del filosofo  Rawls che riteneva giusta quella società che mira a migliorare prima di tutto le posizioni relative dei gruppi più svantaggiati.

E’ un’argomentazione, quella della giustizia senza se e senza ma per gli svantaggiati, difficile da far passare in Germania, dove si tende a richiedere ai greci sforzi per pagare la colpa originaria di cui si sono macchiati mal contabilizzando dentro i loro conti pubblici svariate transazioni, finanziarie e non, e così facendo esplodere la questione della sostenibilità del loro debito. A poco varrebbe con i tedeschi argomentare che i loro leader erano al corrente (al momento della loro ideazione) di queste transazioni e che alcune di queste transazioni improprie erano state strutturate con imprese (i sommergibili) o banche (i derivati) tedesche. Leggi il resto di questo articolo »

LA SECONDA GUERRA DEI TRENT’ANNI: INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE. TRENTO, 14 GENNAIO 2014.

 

Identità Europea vi segnala

LA SECONDA GUERRA DEI TRENT’ANNI: INTERPRETAZIONI STORIOGRAFICHE

 

Mercoledì 14 gennaio 2015, alle 17,30, a Trento, nella Sala degli Affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55) il Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e la Fondazione Museo Storico del Trentino organizzano l’incontro-dibattito “La seconda Guerra dei Trent’anni: Interpretazioni storiografiche”. Interviene Paolo Pombeni. Introduce Massimo Libardi.

Più ci si allontana dallo scoppio della Grande Guerra, più questa non appare come un unicum, ma come l’inizio di una nuova era, l’irruzione del moderno, con il suo predominio della tecnologia, l’idolatria delle masse, la nascita di nuovi linguaggi (la propaganda, il cinema, il consolidamento della fotografia), il dominio delle ideologie. La Grande Guerra appare come l’inizio di un periodo di instabilità che si concluderà con il 1945, una epoca caratterizzata dai due conflitti mondiali – entrambi delle guerre totali completamente diverse da quelle che le hanno precedute –, dalle rivoluzioni sociali e dall’ascesa delle dittature.

Per questo il periodo che va dal 1914 al 1945 viene considerato dagli storici – pur all’interno di diverse prospettive storiografiche – come un periodo unitario variamente definito “seconda guerra dei Trentuno anni” del Ventesimo secolo (Eric Hobsbawm); “la Guerra dei Trent’anni della crisi generale del Novecento” (Arno Mayer); la “guerra civile europea” (Eric Nolte).

Come scrive Hobsbawm “entrambe furono carneficine senza eguali e si lasciarono dietro le immagini degli incubi tecnologici che ossessionarono i giorni e le notti delle generazioni successive […]. Entrambe si conclusero con il crollo della civiltà e con la rivoluzione sociale in larghe regioni dell’Europa e dell’Asia. Entrambe lasciarono le nazioni belligeranti prostrate e indebolite, a eccezione degli USA, che uscirono dalle due guerre senza aver subito danni, con una maggiore ricchezza e con il ruolo di signori economici del mondo”.

Nell’incontro “La seconda Guerra dei Trent’anni: Interpretazioni storiografiche”, che si terrà a Trento mercoledì 14 gennaio, alle ore 17,30, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55), verranno affrontati queste importanti interpretazioni storiografiche.

Paolo Pombeni è professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, dove insegna “Storia dei Sistemi Politici Europei” e “Storia dell’Ordine Internazionale”. È direttore dell’Istituto Storico Italo-Germanico in Trento e del “Centro Ricerche per il Progetto Europeo” (Bologna). È stato direttore dell’Istituto di Studi Avanzati dell’Università di Bologna per il Triennio 2010-2012.

L’incontro è organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e dalla Fondazione Museo Storico del Trentino. Interviene Paolo Pombeni, direttore dell’Istituto Storico Italo-Germanico di Trento e del “Centro Ricerche per il Progetto Europeo” di Bologna.

L’iniziativa rientra nel programma ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri-Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale per la commemorazione del centenario della Prima Guerra Mondiale.

Comunicato Stampa n°1/2015 – “Monsieur Hollande, je ne suis pas Charlie Hebdo”.

 

Comunicato Stampa n°1/2015

“Monsieur Hollande, je ne suis pas Charlie Hebdo”.

Contro la retorica della libertà giacobina.


A parte l’unanime e doverosa condanna per la violenta soppressione di vite umane, l’attacco del terrorismo islamico alla sede parigina della rivista satirica Charlie Ebdo ha suscitato, nei mass-media e nell’opinione pubblica reazioni parzialmente diverse. Alcune sottolineano in modo particolare i pericoli conseguenti alla sempre più massiccia presenza islamica in Europa fino al rischio della sua islamizzazione, come previsto, proprio per la Francia e per il non troppo remoto 2022, dal romanzo Sottomissione di Michel Houellebecq – fra l’altro uscito in libreria proprio  il giorno dell’attentato. Altre (in particolare quelle ufficiali del presidente Hollande, del governo francese e di quanti si sono sentiti in dovere di identificarsi con il settimanale oggetto dell’aggressione,  esponendo cartelli con la scritta “Je suis Charlie Hebdo”) mettono in primo piano l’attacco alla libertà di opinione e di espressione, vanto e perno di tutta la cultura occidentale, ma di cui la Francia si pretende, anche nella circostanza, la prima garante e paladina.

Soprattutto nei momenti in cui la tragedia dovrebbe insegnare il rispetto della realtà, non è possibile accettare senza un moto di sdegno questa rappresentazione di Stato, visto che in Francia la libertà di opinione procede quanto meno a corrente alternata. Una presa di distanza dalla mare di retorica che sta sommergendo l’Europa che va debitamente motivata.

Indubbiamente è vero che in Francia in tema di religione si può dire di tutto senza tenere il minimo conto della sensibilità delle persone per le quali la religione è parte essenziale della propria vita, in sostanza una libertà di offesa della quale Charlie Hebdo approfittava largamente dissacrando  (spesso del tutto gratuitamente, cioè senz’altro scopo che quello di mettere in ridicolo) non solo la religione di Maometto, spesso maltrattata più sul piano politico che su quello strettamente religioso anche se nel caso dell’Islam questa distinzione tipicamente cristiana è difficile o addirittura impossibile, ma, ancor prima e ancor più, quella di Cristo.

Per converso in Francia, alla faccia della libertà d’opinione, si è processati e si va in galera per negazionismo (un reato che ha tanti aspetti quante sono le verità di Stato: l’olocausto ebraico, l’eccidio armeno, la schiavitù, e le altre di eventuale, futura approvazione). Non basta, perché se Charlie Hebdo era  libero di pubblicare immagini orribilmente offensive anche per il più tiepido e svagato dei cattolici (la SS. Trinità impegnata in un’orgia gay, per Natale il parto della Madonna) in Francia si corre il concreto rischio di essere arrestati per omofobia solo perché, a sostegno della famiglia naturale, si indossa una maglietta con un uomo e una donna che tengono fra loro, per mano, uno o due bambini.

Evidentemente in Francia vi è immagine e immagine e, quindi, opinione e opinione: Come dire che si tratta di libertà di opinione condizionata al benestare del governo. Per questo è necessario andare controcorrente: “monsieur Hollande, je ne suis pas Charlie Hebdo”.

Questa ipocrisia, soprattutto perché sporca di sangue, è ancor più ributtante del solito. E non ha nulla a che vedere con la tutela della Libertà, ma molto con il totalitarismo morbido di una cultura laicista che non si perita di strumentalizzare anche l’eccidio.

 

CON PREGHIERA DI PUBBLICAZIONE

 

Associazione Identità Europea, www.identitaeuropea.it

UNA RISPOSTA A STANDARD & POOR’S SUL DECLASSAMENTO DELL’ITALIA. di L. Copertino

Chiedendo scusa se abuso della vostra pazienza, spero abbiate quella di leggere questo commento all’articolo pubblicato da “Il Fatto Quotidiano”, del 05.12.2014, sul declassamento del rating italiano da parte di Standard & Poor’s.

Senza fare della polemica politica meramente giornalistica, quella che segue è una analisi di cosa dice e, soprattutto, di cosa non dice, o dice tra le righe, S&P.

Innanzitutto si osservi il ” secondo i nostri criteri”. Che dice tutto o almeno molte cose. Quali siano poi i “loro criteri” è ben noto …

In secondo luogo

1)”S&P si aspetta che il governo Renzi attui le riforme necessarie a ridare competitività all’economia mantenendo livelli di spesa sufficienti a contrastare l’eccesso di debito. Una mano arriva anche da Mario Draghi: dopo le sue dichiarazioni di giovedì, gli analisti di S&P sono convinti che la Bce “lavorerà per riportare a livelli normali” l’inflazione italiana e quella dei Paesi europei che ne sono i principali partner commerciali.”

S&P non spiega come si possano mantenere livelli di spesa sufficienti a contrastare il debito quando lo Stato, per spendere, deve indebitarsi con i “mercati finanziari” a prezzi, interessi, alti soprattutto se lo Stato italiano è considerato poco affidabile. S&P loda Mario Draghi perché ha intenzione di riportare l’inflazione a livelli normali. Bene: ed allora perché non dire che le politiche di austerità, fin qui seguite, hanno ingenerato deflazione – che S&P e la BCE, per non smentire il dogma ufficiale, si ostinano a chiamare “bassa inflazione” – con la conseguente contrazione dell’economia e l’alta disoccupazione? In verità qui i “venerati maestri” stanno cercando di correre, tardivamente, ai ripari smentendo, senza dirlo e solo parzialmente, il dogma imperante dell’austerity. In tal senso va anche il piano Juncker sugli investimenti pubblici europei. Solo che invece dei 315 miliardi ipotizzati ne saranno solo 21 e saranno messi in campo dalla BEI (Banca Europea degli Investimenti) la quale però non stampa euro ma se li procura. Ed indovinate da chi? Avete capito: dai “mercati finanziari”! Impegnandosi a restituirli con tanto di interessi al prezzo di mercato. Per quanto riguarda quelli che chiamano i nostri “Partner commerciali” ci si deve intendere se le parole hanno ancora un senso e la logica esiste ancora: un partner è un socio, un collaboratore, insomma qualcuno che con noi condivide gioie e dolori in spirito di comunità. Orbene, nell’UE i nostri “partner commerciali” altro non sono che gli altri Paesi che ci fanno concorrenza sui mercati delle esportazioni. Leggi il resto di questo articolo »

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