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Archivio di dicembre 2014

L’imperialismo internazionale del denaro. di L. Cappelletti

Nel 1931, per il quarantesimo anno della Rerum novarum, usciva l’enciclica sociale di Pio XI. Realismo e attualità di un’analisi sull’infausto predominio dell’aspetto finanziario su quello produttivo«Questo è anche un momento in cui c’è una grande preoccupazione globale per un neocapitalismo fatto solo di capitali senza alcun riferimento a industrie e beni agricoli», dichiarava il 12 settembre il nostro direttore ad Avvenire, quando ancora la nube di polvere e detriti gravava su New York. La medesima preoccupazione emergeva in testa a un ampio articolo scritto per il nostro mensile in quel medesimo frangente dal professor Caloia, presidente dello Ior (30Giorni, n. 9, pp. 54-62): «C’è il problema delle operazioni finanziarie che si risolvono in impieghi di danaro solo per farne altro, senza che si dia un contributo all’economia reale. [...] Il buon funzionamento dell’economia globale deve essere considerato più importante dell’eccessiva libertà di alcune centinaia di abili operatori (finanziari) internazionali». Eugenio Scalfari nell’editoriale di Repubblica del 16 dicembre scorso (e ancora l’economia argentina non era capitolata) sembra fare suo il tema: «L’economia si è trasformata in finanza e la finanza ha globalizzato l’economia. [...] Il denaro è mobilissimo, si sposta in un attimo da un Paese all’altro, da un continente all’altro con la velocità della luce». Da sponde e in tempi diversi, dunque, vengono spunti di una identica analisi del momento che attraversa il mondo globalizzato e la sua economia.
Nessuno, ci risulta, tanto meno in ambito ecclesiastico, ha pensato o ha ritenuto opportuno citare a questo proposito l’enciclica Quadragesimo anno che nel 2001, peraltro, celebrava il suo settantesimo compleanno. Forse si dubita della legittimità dei suoi natali, che cadono in pieno ventennio. O forse il settantesimo compleanno della Quadragesimo anno (e il centodecimo della Rerum novarum) sono ritenute ricorrenze che ormai non meritano particolari celebrazioni. In effetti nuovi documenti in questo campo probabilmente genererebbero inflazione. Riguardo al primo dubbio, però, si deve distinguere quella che fu la nascita della Quadragesimo anno, scaturita dalle idee piuttosto liberali e dalla penna non servile di gesuiti tedeschi e francesi, e l’adozione che di essa fu fatta da regimi che non furono altrettanto aperti (leggi: il Portogallo di Salazar e l’Austria di Dollfuss).
Nostro scopo, in ogni caso, non è sottolineare che si è dimenticata una settantenne. Non vogliamo darle voce perché ci parli di sé, per presentarsi fin troppo arzilla e immacolata, come spesso accade nei racconti autobiografici. Ma per evidenziare, attraverso le testimonianze di chi la conosce, il realismo che a suo tempo ha dimostrato riguardo all’infausto predominio del potere economico sul potere politico e all’altrettanto infausto predominio dell’aspetto finanziario sull’aspetto produttivo. E non solo. A tutto vantaggio della comprensione del nostro presente, che spesso nell’ambito ecclesiale si nutre più di antropologie filosofiche e teologiche che di osservazione dei fatti umani.

Le tre parti dell’enciclica
Per prima cosa bisogna però ammettere che la Quadragesimo anno non fu un’enciclica qualunque. Sia gli specifici commenti ad essa dedicati sia i manuali riconoscono che, se c’è una dottrina sociale cristiana, nella sostanza questa si deve non tanto alla Rerum novarum quanto alla Quadragesimo anno. Edoardo Benvenuto, in un volume interessante, afferma che essa, «unico caso nel corso della storia del magistero pontificio in tema sociale», costituisce la «fondazione organica di una dottrina. [...] Piaccia o non piaccia, questa è la doctrina socialis Ecclesiae, non più vaticinata mediante rimproveri, moniti e auspici, come era accaduto precedentemente, ma chiaramente esposta secondo un’articolazione logica, con le sue premesse, le sue tesi e i suoi corollari» (Il lieto annunzio ai poveri, Edb, Bologna 1997, p. 124). E spiega acutamente (cfr. ibidem, pp. 103-111) che la Quadragesimo anno, proprio per poterlo liberamente innovare, intende presentarsi in perfetta continuità col magistero di Leone XIII, alla cui esaltazione dedica tutta la sua prima parte (nn. 1-40). Leggi il resto di questo articolo »

L’’esile ponte tra Pound e Luciani. di L. Festorazzi

«Nei primi anni della mia presenza a Venezia, ho avuto modo di vedere, qualche volta, il poeta Ezra Pound fermo a metà del ponte dell’Accademia, appoggiato al parapetto che guarda verso San Marco. Un giorno lo incontrai ai piedi del ponte, mi vide, mi salutò togliendosi il cappello, lo salutai. Era pallido, magro, camminava come fosse estraneo e assente dalla realtà che lo circondava». Sono parole che Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I, consegnò alla discrezione di padre Francesco Saverio Pancheri, al tempo in cui era patriarca di Venezia, tra il 1970 e il ’78. Al religioso, direttore del Messaggero di Sant’Antonio del quale era prezioso collaboratore, il cardinale Luciani confidò di conoscere il dramma vissuto da Pound, come uomo e letterato. E di certo aveva letto qualche pagina dei Cantos, se si sentiva interpellato da quel vecchio con la barba bianca, che sostava sul ponte assorto nei suoi pensieri, come se provenisse da un mondo lontano, messaggero del mistero e dell’ignoto. I due patriarchi, attraversandosi con lo sguardo per un istante durato l’eternità, specchiarono i loro animi l’uno nell’altro lasciandovi l’impronta di un interrogativo e, forse, di una risposta.

La testimonianza del pontefice che regnò soltanto 33 giorni, e che è passato alla storia come il «papa del sorriso», riapre la discussione sui rapporti tra l’autore dei Cantos e le religioni storiche, specie il cristianesimo. Rapporti non risolvibili in una frase a effetto, perché il poeta statunitense rifiutava ogni conclusione scontata nell’approccio alla fede. Innamorato di Confucio, Pound, figura di moderno profeta gettato come un ponte tra l’antichità dei classici e il nostro tempo, ha concluso la sua traversata nel deserto proprio in quella Venezia, cattolica e pagana, universale e intima, spirituale e secolare, che costituì per lui un’irresistibile richiamo giunto dai territori profondi dell’anima.

Una Venezia che, proprio negli anni del suo crepuscolo (il poeta chiuse gli occhi nella Laguna, dove è tuttora sepolto, il 1° novembre 1972), era spronata dall’insegnamento di un vescovo che avvertiva in modo particolare la presenza della comunità degli artisti. In verità, la figura di Albino Luciani e quella di Ezra Pound possono apparire talmente lontane da troncare sul nascere ogni discussione. Eppure, il poeta e il futuro papa avevano in comune una idiosincrasia per i meccanismi perversi del potere finanziario: se l’uno tuonava nei suoi scritti contro l’usurocrazia, il sistema che produce denaro con il denaro, l’altro ingaggiava una solitaria battaglia di moralizzazione delle banche cattoliche che aveva come obiettivo un radicale ritorno alle origini, ovvero allo spirito mutualistico delle casse sorte per tesaurizzare i risparmi della povera gente, costruiti con il sudore. Leggi il resto di questo articolo »

Il volto idolatra dell’economia speculativa. di G. Valente*

Quella che segue è una intervista a Bergoglio quando era ancora cardinale in Argentina (il momento è quello della crisi finanziaria argentina del 2001 provocata dalla politica neoliberista di Memen e dalla corruzione dilagante: sembra l’Italia di oggi).

«Il nuovo imperialismo del denaro toglie di mezzo addirittura il lavoro, che è il modo in cui si esprime la dignità dell’uomo, la sua creatività, che è l’immagine della creatività di Dio. L’economia speculativa insegue l’idolo del denaro che si produce da se stesso. Per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di lavoratori». Intervista con il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires

L’immagine della crisi che il cardinal Jorge Mario Bergoglio ha sempre davanti agli occhi non è quella chiassosa e arrabbiata del cacerolazo in piazza, ma quella intima e piena di dignità umiliata delle madri e dei padri che piangono di notte, quando i bambini dormono e nessuno li vede. «Piangono come quando erano bambini e la madre li consolava. Ci possono consolare solo loro: Dio nostro Signore e sua Madre».
65 anni, figlio di emigranti piemontesi (il papà era ragioniere), Jorge Mario Bergoglio ha studiato da perito chimico prima di entrare in seminario. Ha insegnato letteratura ed è stato provinciale della Compagnia di Gesù dal ’73 al ’79. Nel ’92 è stato nominato vescovo ausiliare di Buenos Aires, per diventare nel ’97 arcivescovo coadiutore della capitale argentina. Nel febbraio del ’98 è succeduto allo scomparso cardinale Antonio Quarracino nella guida della arcidiocesi bonaerense. Il Papa lo ha creato cardinale nel concistoro del 21 febbraio 2001.
Davanti a un popolo strangolato dai meccanismi anonimi e perversi dell’economia speculativa, anche lui, che passa per essere una persona mite e riservata, arriva ad usare parole taglienti.

Eminenza, cosa è successo in Argentina?

JORGE MARIO BERGOGLIO: La Conferenza episcopale ha descritto nella lettera al popolo di Dio pubblicata il 17 novembre 2001 i tanti aspetti di questa crisi inedita: la concezione magica dello Stato, la dilapidazione del denaro del popolo, il liberalismo estremo mediante la tirannia del mercato, l’evasione fiscale, la mancanza di rispetto della legge tanto nella sua osservanza quanto nel modo di dettarla e applicarla, la perdita del senso del lavoro. In una parola, una corruzione generalizzata che mina la coesione della nazione e ci toglie prestigio davanti al mondo. Questa è la diagnosi. E al fondo, la radice della crisi argentina è di ordine morale. Leggi il resto di questo articolo »

Bonino for president. di F.M. Agnoli

L’avvicinarsi delle dimissioni  del presidente  Napolitano (volontarie e nel momento – come ci ha tenuto a precisare – da lui scelto, ma comunque  assai prossime) ha dato il via al toto-presidente. Un’attività che può apparire di mero divertimento popolar-giornalistico, ma che è tale solo in parte. In effetti  dipende da chi li lancia e  dall’eco che suscitano, ma molti nomi  vengono gettati sul tavolo  non a caso, ma per  tastare il  terreno e cominciare a costruire una base di consensi oppure (al momento più spesso) per metterli definitivamente  fuori gioco. E’ quest’ultimo il caso di Amato, vecchio marpione dell’età craxiana, recordman delle pensioni d’oro  e attuale giudice costituzionale, che per la sua anguillesca abilità di destreggiarsi fra destra e sinistra potrebbe coltivare qualche aspirazione, pur essendo uno dei principali responsabili dell’attuale crisi economica italiana (dopo tutto  un altro responsabile della crisi, Carlo Azelio Ciampi, è già  salito al Quirinale).  Grazie  alla sponsorizzazione di Berlusconi dovrebbe essere, nonostante il patto del Nazareno, definitivamente out.

Opposto il caso  di Romano Prodi, che si mostra recalcitrante, ma a cui favore  viene messa in ballo la riparazione  per i 101 voti che gli sono stati fatti inopinatamente  mancare quando la sua elezione sembrava sicura e avrebbe evitato il secondo mandato  di Napolitano e, di conseguenza (così si sostiene), aperto la strada  a una situazione politica  che avrebbe risparmiato  all’Italia  i disastrosi governi Monti e Letta (e magari anche Renzi).

Le candidature di personaggi come il   musicista Muti e l’architetto Piano evidentemente sono state fatte balenare non perché a qualcuno importi qualcosa di Muti o di Piano, ma per saggiare il terreno in vista della nomina  di un non-politico, di un rappresentante della cultura, della cosiddetta società civile (non si ancora chi).

Senza escludere  che simili manovre approdino a risultati  concreti ( i fattori in gioco sono tanti  e vi è  la mina vagante  dei cinquestelle e  relativi transfughi),  è probabile che in buona parte si tratti  di fumo negli occhi, per non attirare  troppo l’attenzione sul risultato che si sta preparando e confezionando  “là dove si puote ciò che si vuole” o quasi: il conferimento  della presidenza della Repubblica a Emma Bonino. Non sono pochi a pensare che si tratti della soluzione  vagheggiata dal presidente Napolitano, che, assieme a Mario Monti (un patrocinio questo che potrebbe risultare controproducente) ne sarebbe il massimo sponsor come lo fu della sua  nomina a ministro degli esteri nel governo Letta. Leggi il resto di questo articolo »

CRONOLOGIA DELLA CRISI 2007–2012: COME LA SHOCK-TERAPIA DELL’EURO FU INTRODOTTA IN EUROPA. di M. D’Aloisio*

Una pregevole ricostruzione della crisi, dal suo primo inizio negli USA alla pesante ricaduta nell’Eurozona, che mostra in maniera precisa e puntuale  come  la ricetta della shock economy è stata applicata con successo anche in Europa, la culla dello stato sociale  che doveva essere smantellata per lasciar spazio a un capitalismo assoluto senza freni.

La storia dell’euro è inizialmente quella di un accumulo spropositato di debito privato, soprattutto estero, nei paesi investiti dal fenomeno del credito facile, il preludio all’esplosione di una bomba ad orologeria.
Credito per lo più tedesco e francese, elargito senza problemi, dietro la garanzia del cambio fisso, quello che non si svaluta ed assicura il creditore. Ma per il “sudden stop”, l’arresto improvviso del flusso di capitali, era solo una questione di tempo.

In molti ne avevano pregustato gli effetti disastrosi che avrebbero reso il politicamente impossibile, di friedmaniana memoria, politicamente inevitabile. Sicché, quando Lehman Brothers saltò per l’aria, portandosi dietro le banche di mezzo mondo, la shockterapia dell’euro ebbe modo di consolidarsi nella sua accezione più devastante e fulminea.

Passi rapidi, anzi rapidissimi, che colsero di sorpresa milioni di cittadini europei. Di lì a poco l’Europa non sarebbe stata più la stessa. Poco dopo i primi crolli di borsa, le banche congelarono infatti tutti i crediti, per tentare di mantenere la loro solvibilità. L’economia mondiale si interruppe bruscamente. Il momento tanto atteso era arrivato. In Europa i capi di governo di Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia si incontrarono a Berlino assieme ai Presidenti di Commissione europea, Eurogruppo e BCE per trovare una soluzione coordinata alla crisi bancaria.

Venne scartata la proposta francese di istituire un fondo di garanzia europeo, mentre prevalse, come era facile attendersi, la mozione tedesca basata sull’elaborazione di linee guida comuni che lasciassero tuttavia agli Stati membri piena autonomia decisionale riguardo ai piani di salvataggio delle banche nazionali.

La crisi di debito privato si trasformò di lì a poco in una crisi di debito pubblico.

Gli Stati della periferia europea iniziarono via via a crollare uno dopo l’altro come birilli. Già nel dicembre del 2009 Fitch declassò il debito sovrano della Grecia da A- a BBB+ dopo che il Governo di Atene aggiornò la stima del rapporto deficit/PIL portandola dal 6,5% al 12,7%.

Il Fondo Monetario Internazionale stabilì l’invio di una missione speciale in Grecia in vista di un’eventuale assistenza tecnica, una sorta di vigilanza controllata. Intanto il Governo portoghese presentò la manovra economica con cui si impegnò a riportare il rapporto deficit/PIL dal 9,3% al 3% entro il 2013 con un massiccio intervento di tagli alla spesa pubblica. Era quello che molti liberisti si aspettavano, lo smantellamento progressivo dello Stato. Leggi il resto di questo articolo »

Rapporto Censis 2014, politica bocciata: ‘Gira a vuoto, riforme fallite e incoerenti. di L. Franco

Una politica che “gira a vuoto”. Senza ottenere risultati in grado di incidere in modo positivo sull’economia del Paese e sulla società. E’ la valutazione che l’annuale rapporto del Censis dà dell’azione dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Responsabili, insomma, di una politica che “resta confinata al gioco della stessa politica”. Il dossier sottolinea infatti “il progressivo fallimento di molte riforme”, spesso “distaccate da un quadro coerente e inadatte a formare una visione unitaria di ciò che potrà o dovrà essere il Paese nei prossimi decenni”. Un esempio su tutti? Le riforme del mercato del lavoro, che “nel perseguire la flessibilità hanno generato precarietà”. E mentre nelle periferie esplode la questione casa, il Censis evoca addirittura il rischio banlieue: l’Italia “ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine”, ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane “non possono essere ridotte ad una semplice eccezione”.

Troppi decreti legge, come 11 Divine Commedie – Sul banco degli imputati finisce soprattutto l’utilizzo dei decreti legge approvati spesso con voto di fiducia. L’istituto di ricerca fa i conti: dall’avvio della stagione di riforme nell’autunno del 2011 i governi Monti, Letta e Renzi hanno portato in Parlamento ben 86 decreti che, con le successive modifiche e conversioni in legge, raggiungono un totale di 1,2 milioni di parole: l’equivalente di oltre undici Divine Commedie fatte di norme e codici, che non hanno portato ad alcun decollo dello sviluppo e dell’occupazione. Ma che secondo il Censis hanno avuto una conseguenza negativa certa: “L’aver perso per strada il principio costituzionale di straordinarietà dei provvedimenti introdotti con decreto legge ha esposto la società italiana a una sensazione di emergenza continuata”.

Pochi investimenti da famiglie e imprese - La sensazione di emergenza si accompagna nella vita di tutti i giorni alle conseguenze della crisi, che si traducono in una costante incertezza. E così l’approccio prevalente delle famiglie diventa quello dell’attesa. La gestione dei soldi, per esempio, è fatta sulla base di logiche di “breve e brevissimo periodo”. Tra il 2007 e il 2013 – rileva il Censis – tutte le voci delle attività finanziarie dei nuclei familiari sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, aumentati in termini reali del 4,9%, arrivando a costituire il 30,9% del totale (erano il 27,3% nel 2007). “ Leggi il resto di questo articolo »

“Il Cammino di San Colombano” – Milano, Venerdì 5 dicembre 2014, ore 10.30

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE IDENTITÀ EUROPEA

VI INVITA AL CONVEGNO

IL CAMMINO DI SAN COLOMBANO

 

VENERDÌ 5 DICEMBRE 2014

ORE 10.30 – 17.30

SOCIETÀ SVIZZERA, VIA PALESTRO 2 – MILANO


Il futuro è nostro. Filosofia dell’azione. Badia Polesine (RO), 9 Dicembre 2014, ore 21.30

L’ASSOCIAZIONE CULTURALE IDENTITÀ EUROPEA

 

LA DEMOCRAZIA SOVRANA DI PUTIN. UN MODELLO POLITICO PER I PAESI DELL'UNIONE EUROPEA. di Borgognone Paolo*

Vladimir Vladimirovic Putin, presidente della Federazione russa, è attualmente il politico [...]

SANTA MARTA: “QUELLA PERSECUZIONE ‘EDUCATA’ TRAVESTITA DI MODERNITA' E PROGRESSO”.*

Nella Messa mattutina, il Papa afferma che “le persecuzioni sono pane quotidiano della Chiesa”[...]

SUL PARTITO CATTOLICO. di Francesco Mario Agnoli

Lo riferisce La Croce quotidiana.it., adesso c’è anche un programma, ispirato alla Dottrina soci[...]

LA LEZIONE DI BRUXELLES. di Adolfo Morganti.

A botta calda e fumi ancora in aria. Mentre i canali radio bollono di analisi approssimative e di [...]

CULTURA E POLITICA NEL MONDO MUSULMANO DI OGGI. di Franco Cardini

Altro che “aureo libretto”, come si sarebbe detto una volta. Il libro che vi consiglio di legg[...]

 
dicembre: 2014
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