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Archive del 2 ottobre 2014

Vision: Ildegarda in italiano. Badia Polesine (Ro), sabato 4 ottobre 2014, ore 17.30

 

Identità Europea vi segnala

 

Vision: Ildegarda in italiano

Un gruppo Facebook e una serie di avvenimenti a livello nazionale per ricordare una delle più grandi figure femminili del medioevo: santa Ildegarda di Bingen.

 

Sabato 4 ottobre – ore 17.30

Proiezione di spezzoni del film VISION

Interverrà

Adolfo MORGANTI (Il Cerchio)

Editore del libro “Ildegarda di Bingen. Mistica, visionaria, folosofa”

A seguire

APERITIVO MEDIEVALE


in collaborazione con la Compagnia d’Arme La Lince e

Il Cerchio Iniziative Editoriali

 

Santa Ildegarda è una delle figure più affascinanti del Medioevo. Vissuta nella Germania del XII secolo, è stata una vera e propria enciclopedia vivente: monaca e poi potente Badessa, mistica e teologa, esperta di scienze e di medicina, compositrice di non meno di 77 inni musicali, e una vera autorità nell’Europa del suo tempo, tanto da aver predicato nelle cattedrali, tenuto corrispondenza con vescovi e abati, consigliato (e bastonato) il papa Eugenio III e l’imperatore Federico Barbarossa. Un pozzo di scienza tutto femminile, che è stata dichiarata Dottore della Chiesa da Benedetto XVI nel 2012. Attraverso l’interpretazione di Barbara Sukowa, Margarethe von Trotta con il film Vision ricostruisce la vita della badessa in un quadro storico di grande effetto

Lezioni per l’Europa da 15 anni di deflazione giapponese. di R. Janssen. *

La deflazione giapponese e la lunga stagnazione di questi ultimi due decenni sono un avvertimento per l’’Europa. Ma mentre nel Sol Levante la Banca centrale si rende conto che la deflazione è legata alla stagnazione salariale, in Europa la BCE chiede riforme del mercato del lavoro che rischiano di innescare una spirale di recessione e deflazione.

Mentre Mario Draghi ha preso tutta l’attenzione con il suo discorso a Jackson Hole, un altro discorso, quello di Haruhiko Kuroda, governatore della Banca del Giappone, è in realtà ancora più interessante. Le osservazioni introduttive di Kuroda sono brevi e semplici e riguardano i 15 anni di deflazione che il Giappone ha registrato a partire dalla metà degli anni novanta.
La lezione chiave è che uno shock negativo sulla domanda, se non gestito bene, innescherà meccanismi che mantengono a lungo l’economia in uno stato di depressione dopo che lo shock iniziale è terminato.

Nel caso del Giappone, lo shock iniziale che ha colpito la domanda aggregata è stato lo scoppio di una grande bolla speculativa all’inizio degli anni ’90. A sua volta, questo ha creato un circolo vizioso di depressione e deflazione, in moto dalla metà degli anni ’90 in poi. I suoi effetti si fanno ancora sentire nel mercato del lavoro di oggi.

Ecco come Haruhiko Kuroda spiega questo circolo vizioso nel dettaglio: è iniziato con le imprese giapponesi che non sono state in grado di aumentare i prezzi di vendita a causa della generale mancanza di domanda nell’economia, provocata dallo scoppio della bolla speculativa di cui sopra. Le imprese hanno reagito a questa situazione tagliando le spese, il costo del lavoro in particolare. Questo scelte da parte delle imprese ricadono sui dipendenti non regolari, i cui salari possono essere compressi più di quelli dei lavoratori con contratti regolari. Le imprese inoltre hanno iniziato ad abbandonare la cosiddetta “offensiva di primavera” in cui il management e i sindacati delle grandi imprese si riuniscono ogni primavera per accettare aumenti simultanei dei salari. Poiché le imprese volevano tagliare i salari a causa del calo dei prezzi, hanno iniziato a vedere tale coordinamento come un ostacolo.
Inoltre, dalla fine del 1990 in poi, i salari nominali hanno iniziato a cadere più velocemente dei prezzi, provocando un forte calo della quota salari sul PIL giapponese. Con la diminuzione dei salari che insegue la caduta dei prezzi, la deflazione è diventata radicata. Inoltre, attraverso l’influenza sugli gli investimenti delle imprese, la deflazione è diventata ancora più radicata. Leggi il resto di questo articolo »

Un altro mondo è possibile e c’è già. È la Russia di Vladimir Putin, anche se l’Occidente si rifiuta di capirlo

Grande intervista a John Mearsheimer, l’ultimo dei realisti americani, convinto che la guerra in Ucraina è colpa dell’espansionismo della Nato e della tracotanza “liberal”.

New York. Le letture occidentali della crisi ucraina sono leggere variazioni su un tema che non ammette discussioni. La Russia è la potenza tracotante in cerca di spazio vitale; l’Ucraina la nazione oppressa che guarda a ovest per ottenere le libertà negate dal Cremlino. Vladimir Putin è un dittatore da romanzo distopico, una riedizione della leadership zarista con profonde interpolazioni sovietiche e idrocarburi con cui mantiene la sua legittimità, erede naturale di alcune fra le cose peggiori accadute nei due secoli che hanno preceduto quello corrente.

Non c’è dubbio su chi, in questa guerra, sia l’aggressore e chi l’aggredito, su chi si trovi «dalla parte giusta della storia», per attingere dalla fraseologia di Barack Obama, e chi invece la storia la vorrebbe congelare in uno status quo imperialista e retrogrado, un buco nero fatto di corruzione, violenza, ingiustizia sociale, sperequazione, negazione sistematica dei diritti, uso sbrigliato della forza tanto nelle piazze domestiche quanto sui confini. Di solito elenchi del genere si chiudono con inquietanti immagini della conferenza di Monaco.

John Mearsheimer (foto a destra), professore di scienze politiche all’Università di Chicago ed esponente della scuola realista, la pensa al contrario. Questa lettura del presente, spiega in un’intervista a Tempi, è viziata dallo stesso pregiudizio ideologico che ha annebbiato la vista dell’Occidente negli anni che hanno seguito il collasso dell’Unione Sovietica.

È davvero così chiaro chi è l’aggressore e chi l’aggredito? Putin è davvero il leader paranoico e assetato d’influenza geostrategica che il mondo rappresenta? Mearsheimer sostiene che in realtà quello che sta succedendo sul confine ucraino è da imputare all’Occidente, che dalla fine della Guerra fredda ha promosso l’espansione della Nato a est pur sapendo che questo atteggiamento avrebbe scatenato la reazione della Russia. La crisi ucraina è l’inevitabile conseguenza di un processo in atto da oltre vent’anni. «A Washington la cosa può non piacere, ma deve capire la logica» delle azioni di Putin, ha scritto in un saggio breve sulla rivista Foreign Affairs.

Il punto troppo spesso trascurato è la discrepanza fra le concezioni geopolitiche di America e Russia. La Russia è una potenza realista interessata a mantenere a distanza le potenze in competizione; l’America, invece, ha aderito alla “visione del mondo liberale”, la quale postula la naturale convergenza di tutte le nazioni verso il modello democratico occidentale. I due mondi parlano lingue geopolitiche diverse. Che la Russia avrebbe reagito in modo aggressivo all’allargamento della Nato a oriente è cosa che i diplomatici del Cremlino hanno spiegato all’infinito alle loro controparti occidentali.

James Baker aveva promesso a Gorbaciov che l’America non avrebbe mai imposto la sua presenza militare oltre la Germania, condizione imprescindibile del Cremlino nella ridefinizione degli equilibri dopo la Guerra fredda: difficile tollerare una presenza americana nel territorio cuscinetto che dai tempi di Napoleone funge da barriera protettiva per Mosca. Il principio della reazione russa non è poi dissimile da quello imposto dalla dottrina Monroe, per cui gli Stati Uniti considerano un atto di aggressione la sola presenza militare di una potenza non alleata sul continente americano. Leggi il resto di questo articolo »

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