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Archivio di settembre 2014

AQUILEIA CROCEVIA DELL’IMPERO ROMANO. Inaugurazione mostra. Vienna – 24 settembre 2014.

 

L’Associazione Culturale Identità Europea vi segnala l’apertura della mostra

 

AQUILEIA CROCEVIA DELL’IMPERO ROMANO

Mercoledì 24 Settembre – ore 19.00

 

Presso l’Isituto Italiano di Cultura a Vienna

Vienna – Ungargasse 43

 

ORGANIZZAZTO DALL’ASSOCIAZIONE CULTURALE MITTELEUROPA

 

ESAME DI ECONOMIA POLITICA PER PREMIER E GOVERNATORE DELLA B.C.E. di M. Della Luna

Alla luce dei fallimenti sistematici degli ultimi governi rispetto alle loro promesse, ogni premier -e ancor più ogni governatore di banca centrale – dovrebbe pubblicamente svolgere questo compito in classe di economia politica:

Dica il premier con quali misure sia possibile mantenere l’equilibrio finanziario di uno Stato avente le seguenti condizioni:

  • -rifinanziamento del debito pubblico sui mercati speculativi;
  • -debito pubblico oltre il 130%  e in costante crescita, da rifinanziare sui mercati speculativi;
  • -spesa pubblica oltre il 50% del Pil;
  • -pressione fiscale oltre il 50%;
  • -disoccupazione oltre il 12%;
  • -situazione di declino economico pluriennale in accelerazione;
  • -costo dell’energia e della p.a. superiore ai paesi concorrenti;
  • -impossibilità di aggiustamento del cambio valutario, bloccato a livelli alti;
  • -fuga di imprese e capitali.

 

Spieghi il premier: come mai da molti anni lo Stato stringe la cinghia e che da un paio d’anni beneficia di bassi rendimenti sul suo debito pubblico e che per giunta realizza costanti aumenti del gettito tributario, eppure vede il debito pubblico costantemente crescere?

Quali sono le voci di spesa che crescono molto e fanno aumentare questo debito pubblico nonostante tutto il resto? Sono forse le spese assistenziali (accoglienza, vitto, alloggio, sanità, scuola, assegni) per di centinaia di migliaia di immigrati? Sono le spese per le indennità e le mini indennità di disoccupazione, generosamente concesse per mettere una toppa (che può reggere solo nel breve termine) alla scelta di lasciar costantemente aumentare la disoccupazione per effetto della deindustrializzazione e della desertificazione economica, frutto della indiscriminata apertura delle frontiere commerciali nonché del blocco dell’aggiustamento dei cambi?

Spieghi inoltre il premier come in questa situazione si possa rilanciare abolendo l’elettività del senato e dei consigli provinciali, nonché di quel poco che resta dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (già sostanzialmente svuotato da Monti), o con la ventitreesima riforma del processo civile in 23 anni, o togliendo ai magistrati qualche settimana di vacanze. Leggi il resto di questo articolo »

I costi del politically correct li paghiamo noi! di F.M. Agnoli

Dopo tutte le polemiche, le notizie di stampa e i dibattiti televisivi nessuno ignora cos’è la fecondazione eterologa, di recente sdoganata dalla Corte costituzionale con la sentenza  n 162/2014, che ha dichiarato incostituzionale la norma della legge n. 40 del 19/2//2004, che la vietava, autorizzando soltanto l’omologa, che si ha quando i gameti (il seme e l’ovulo) utilizzati nella fecondazione artificiale o “in vitro” (FIV) appartengono alla coppia di genitori del nascituro. La Corte ha ritenuto che la scelta di una coppia sterile di avere figli attraverso l’eterologa (cioè con l’utilizzo di gameti provenienti da un estraneo) sia “espressione della fondamentale e generale libertà di autodeterminarsi” sicché non può essere vietata soprattutto in un ordinamento giuridico che, appunto con la legge 40, consente alle coppie sterili di fare ricorso alla fecondazione assistita.

I problemi posti dall’eterologa sono ben più gravi di quelli economici. Riguardano la psicologia e la sociologia. Coinvolgono principi fondamentali della convivenza umana e di civiltà. Forse metterà conto di occuparsene in altra occasione anche se già numerosissimi sono gli scritti, di diverso spessore, quantitativo e qualitativo, su tali aspetti. In questa sede ci si tiene terra-terra, limitandosi al più volgare (ma non per questo trascurabile) dei problemi: quello economico.

La Conferenza delle Regioni, dopo avere preso atto dell’opinione dei tecnici, secondo i quali il costo della procedura si aggirerà tra i 2.500 e i 3.200 euro, ha deciso di porre l’eterologa a carico del Servizio sanitario regionale o con il pagamento di un modesto ticket o del tutto gratuitamente (quest’ultimo sembra  il caso dell’Emilia-Romagna).

Tralasciando le questioni etiche, che pure hanno il loro peso dal momento che l’eterologa viene così posta a carico di tutti i contribuenti, inclusi quelli contrari per motivi non solo ma anche etico-religiosi all’eterologa, atteniamoci al fattore spesa, che evidenzia l’ incapacità, per demagogia ed altro, dei nostri enti pubblici ad adeguare decisioni e condotte alle esigenze dei tempi. Leggi il resto di questo articolo »

Nuove tangenti Eni: effetti del neoliberismo sul mercato mondiale di gas e petrolio. di D. Corbetta*

Russia, Algeria, Nigeria, il mercato di gas e petrolio, gli investimenti, i contratti esteri e le ricadute sociali di un Sistema mondiale

197 milioni di euro, è questa la tangente che il Cane a sei zampe, attenendosi ai documenti sequestrati dal nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza, avrebbe sborsato per accaparrarsi la commessa da 11 miliardi riguardante gli appalti in Algeria del Progetto Medgaz e Mle. Una joint venture con la multinazionale di Stato algerina Sonatrach (prima società africana nel mercato del gas), pagatrice insieme a Saipem (1) della mazzetta versata alla Pearl Partners Limited di Hong Kong, intermediaria nell’operazione.
Lo scambio sarebbe avvenuto per tramite di Farid Noureddine Bedjaoui, rappresentate legale della società cinese, nonché nipote dell’ex ministro degli Esteri algerino.
Ha tutti i connotati di un ‘intrigo mondiale’, quello spiegato dal ‘pentito’ Tulio Orsi, ex direttore generale di Saipem in Algeria, e che vede coinvolti, per concorso in corruzione internazionale, l’amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, e l’ex direttore dell’area Engineering & Construction di Saipem, Pietro Varone. Secondo la procura di Milano, Scaroni partecipò ad almeno uno dei cinque incontri avvenuti in alberghi di lusso di Milano e Parigi, cui presero parte esponenti delle società algerine sub-contrattiste di Saipem, i manager di Eni, e Farid Noureddine
Bedjaoui; Varone, invece, fu l’uomo chiave per entrare nel mercato estero, e si occupò di emettere fatture su operazioni mai eseguite, atte a creare quei fondi neri che servirono a oliare faccendieri e politici algerini.

L’accusa, per il Cane a sei zampe e le sue consociate, poggia sul decreto n. 231/2011, che all’art. 5 disciplina la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche stabilendo che “l’ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio: a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a)”. Leggi il resto di questo articolo »

Dal libro Capitalismo predatore. Di B. Amoroso e n. Perrone

Dal libro Capitalismo predatore di  Bruno Amoroso e Nico Perrone (Castelvecchi, Roma 2014) riportiamo, con il consenso dei due autori la premessa che ha come titolo Il paradosso del calabron.

Nella sua seconda lezione di Roskilde, in Danimarca, Federico Caffè ricordava agli studenti che quando si parla dell’economia italiana è necessario fare riferimento al calabrone, un particolare animale che secondo le leggi della dinamica non potrebbe volare, ma che nei fatti continua a volare. E di questo paradosso Caffè fornì alcune indicazioni centrate sull’attenzione eccessiva data, a suo avviso, agli aspetti congiunturali utilizzati come strumento di «allarmismo economico», con fini economici e politici manipolatori, mettendo così in ombra aspetti strutturali come la distribuzione dei redditi, le politiche industriali, energetiche, dell’edilizia popolare, del problema giovanile, dell’evasione fiscale, dell’agricoltura e dell’occupazione. Una manipolazione alla quale, osservava stizzito, si sono piegati anche i sindacati e le forze politiche progressiste che di questi aspetti dovrebbero essere i maggiori custodi.

In un recente articolo dal titolo Qual è il problema dell’Italia?, l’economista statunitense Paul Krugman rivela di essere al lavoro a un progetto di ricerca che lo appassiona da tempo e che riguarda l’interrogativo su cosa sta succedendo in Italia. Un interrogativo da sciogliere, a suo avviso, perché il confronto che viene spesso fatto con la situazione di Spagna e Grecia all’interno dell’eurozona non è affatto convincente.

I dati economici sono contraddittori, e mentre si presta attenzione al debito elevato e ai deficit non alti, ci si concentra su problemi di regole, ampiezza delle aziende, sulla qualità dell’esportazione trascurando a suo avviso quello che è il fatto più caratteristico, e cioè la continua bassa produttività del sistema economico italiano a partire dalla metà degli anni Novanta. Nonostante le sue esperienze di ricerca e di osservatore e nonostante si parli di un Paese importante, Krugman ammette di non riuscire a capire la situazione. D’altronde le sue sono riflessioni di un osservatore esterno, anche se attento, capace certamente di individuare segnali e indicatori importanti ma con la difficoltà obiettiva di penetrare in cause dovute a fenomeni storico-politici di più lunga durata.

Questi interrogativi non possono che angustiare anche noi che da tempo segnaliamo il carattere pretestuoso dei temi messi ripetutamente al centro del dibattito politico. Temi ai quali si addebitano da decenni le cause della crisi, mentre ne sono i sintomi, e le cause ben più strutturali sono da ricercare altrove. Di fronte alla difficoltà di dare spiegazioni coerenti dei problemi e delle loro cause, ricercatori e osservatori sono stati costretti a ricorrere a strane categorie, come quella del «miracolo», per spiegare passaggi importanti della storia economica dell’Italia. Un Paese certamente brillante sia dal lato economico sia culturale, spesso iniziatore e promotore di grandi cambiamenti culturali e politici e, non da ultimo, di trasformazioni economiche, ma che fattori non percepibili hanno sempre condannato a essere secondo o terzo, o ancora più indietro nelle classifiche dei Paesi europei più sviluppati. Leggi il resto di questo articolo »

“Christians in Iraq: Which future?”. Strasbourg, 16 September 2014, at 5.30 p.m

 

L’Associazione Culturale Identità Europea segnala l’incontro

 

 

Dear Colleagues,
Hereby, I would like to invite you to the next meeting of the Paneuropean Working Group of the EPPgroup,
which will take place in Strasbourg on
Tuesday, 16 September 2014, at 5.30 p.m. in room LOW S.1-5
We are pleased to welcome
H.E. Mgr. Georges CASMOUSSA
Former Archbischop of Mosul, Iraq
Bishop of the Syriac Catholic Patriarchal Curia in Lebanon
“Christians in Iraq: Which future?”

 

Liebe Kolleginnen und Kollegen,
Hiermit möchte ich Euch zur nächsten Sitzung der Paneuropäischen Arbeitsgruppe der EVP-Fraktion in
Straßburg einladen, am Leggi il resto di questo articolo »

“Diritto al figlio o Diritto del figlio?” Novafeltria (RN), 19 Settembre ore 20,30 – un invito

L’Associazione Culturale Identità Europea vi segnala la conferenza


 

DIRITTO AL FIGLIO O DIRITTO DEL FIGLIO?


ESSERE GENITORI NELL’EPOCA DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA

 

NOVAFELTRIA (RN) – TEATRO PARROCCHIALE


VENERDÌ 19 SETTEMBRE – ORE 20.30


ORGANIZZATA DAL

MOVIMENTO PER LA VITA DEL MONTEFELTRO “GIANNA BERETTA MOLLA”


Relatore: Avv. Micaletti Massimo

L’Argentina stretta tra fondi avvoltoio e svalutazione. di A. Lazzarini e M. Olivera*

Mondo assurdo questo in cui abitiamo. Un Paese onora il suo debito estero, ma non gli è consentito di effettuare i relativi pagamenti. Questa è la situazione che affronta l’Argentina dal 1 agosto. Per decisione del giudice Thomas Griesa di New York, i 539 milioni di dollari che l’Argentina aveva depositato dal 30 giugno alla Bank of New York (BNY Mellon) per pagare alcune scadenze del debito ristrutturato nel 2005 e nel 2010 giacciono lì, bloccati. L’Argentina ha pagato, ma vi è comunque un rischio default.

Eppure non è un default come quello del 2001-2002, bensì una situazione particolare, che alcune agenzie di rating, come Standard & Poor’s, chiamano “default tecnico”. Non è che l’economia argentina stia attraversando una forte crisi, o sia sull’orlo del collasso finanziario al punto da dover dichiarare la sospensione dei pagamenti. Tuttavia, si è creata una situazione finanziaria anomala per l’Argentina, i cui effetti sull’economia reale potrebbero mettere a rischio il processo di crescita e sviluppo iniziato nel 2003. In effetti, questa situazione si è creata dopo l’assurda sentenza del giudice Griesa, il quale, agendo su richiesta di un gruppo minoritario di holdouts (coloro che non hanno accettato la ristrutturazione, ndr), rischia di mettere a repentaglio l’intera ristrutturazione del debito. La sentenza impone all’Argentina di pagare il 100 per cento dei valori nominali dei titoli più gli interessi ad un gruppo ridotto di speculatori, rappresentati dalla NML Co., che non sono entrati nelle ristrutturazioni del 2005 e 2010 (è importante sottolineare che questi fondi, chiamati informalmente “avvoltoio”, non sono i proprietari originali dei titoli, ma coloro che li comprarono a prezzi stracciati dopo la dichiarazione di default nel 2002). Nel rendere esecutiva la sentenza, il giudice Griesa ha determinato che, finché non sarà pagato agli holdouts il totale di 1,6 miliardi di dollari, resteranno bloccati i fondi che l’Argentina ha depositato alla BNY Mellon per pagare, in base alla legislazione americana, gli holdins (coloro che hanno accettato le ristrutturazioni, ndr). Finora, la posizione degli holdouts è stata intransigente: non sono disposti ad accettare la proposta di ristrutturazione, con condizioni simili a quelle del 2005-2010, fatta dal governo argentino, cosa che comunque darebbe loro un tasso di profitto netto del 150%. Leggi il resto di questo articolo »

Il lavoro poco pagato deprime la domanda interna in Germania e destabilizza l’Eurozona . *

Secondo il FMI “in Germania ci sono tutte le condizioni per un ripresa guidata dalla domanda interna“, tuttavia il deterioramento della crisi in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda, “potrebbe tramutarsi in conseguenze negative per il sistema economico tedesco, attraverso canali economici e finanziari”.

L’Istituto ha rilanciato la preoccupazione rispetto agli squilibri delle bilance commerciali, indicando appunto nella domanda interna tedesca la possibile soluzione: “differenze e sbilanciamenti all’interno dell’Eurozona possono essere ridotti attraverso una serie di aggiustamenti nel sistema economico tedesco”.

Infine il FMI raccomanda alla Germania di “articolare più in dettaglio la visione comune dell’Unione monetaria, cambiata a seguito della crisi che ha colpito l’Area unica negli ultimi anni”.

Traduzione, nostra: la Germania deve spingere la domanda interna in modo che le esportazioni dei paesi debitori, i PIIGS, possano riprendere e deve accettare gli Eurobond, come del resto il capo economista del Fondo, Olivier Blanchard, aveva raccomandato nei mesi scorsi.

Ma cosa vuol dire in particolare rilanciare la domanda interna tedesca?

I contratti “non tradizionali” (cioè non a tempo indeterminato) sono raddoppiati in particolare tra i giovani assunti e aumentati di un terzo sul totale, andando in parte a sostituire i contratti tradizionali, calati del 20%. Tra questi lavori precari, spiccano in particolare i cosiddetti “minijobs”, cioè “lavoretti” a poche centinaia di euro.

Qualsiasi insieme si consideri, sia quello dei contratti che prevedono formazione (vocational training, simile al nostro apprendistato) che quelli che non la prevedono, i salari risultano notevolmente minori nel caso dei contratti non tradizionali.

è particolarmente significativo rilevare che complessivamente i salari hanno perso il 3% di potere di acquisto in 10 anni. Anche la crescita dei salari dei lavoratori “garantiti”, +6%, è relativamente bassa in realtà, se si considera che il PIL tedesco, in termini reali, è cresciuto dal 2000 al 2010 di oltre 9 punti. Non si tratta quindi solo di “minijobs”. Anche i salari dei contratti a tempo indeterminato sono relativamente fermi, cioè crescono meno della produttività e meno del Prodotto. Leggi il resto di questo articolo »

Reddito minimo o minimi salariali? Il caso tedesco*

Con le riforme Hartz implementate dal governo socialdemocratico di Gerhard Schröder, il mercato del lavoro tedesco è profondamente cambiato: i lavori a tempo pieno e indeterminato hanno lasciato via via il posto a forme di impiego precarie e sottopagate, integrate dall’assistenza pubblica. Materia su cui riflettere attentamente anche in Italia quando si parla di “reddito minimo garantito” dallo stato e non di minimo salariale imposto per legge ai datori di lavoro.

Krisenvorsorge.com e jjahnke.net ci ricordano le dimensioni della politica di moderazione salariale tedesca e i suoi effetti sociali.

Secondo quanto comunicato da Eurostat il 20 dicembre 2012, la Germania con il 22.2 % ha la quota più alta di lavoratori con un basso salario di tutta l’Europa occidentale. In Francia sono solo il 6.1 %, nei paesi scandinavi fra il 2.5 % e il 7.7 % mentre la media dell’Eurozona è del 14.8 %.

La precaria situazione dei lavoratori tedeschi è confermata anche dai dati sui lavoratori a basso salario con un’istruzione media. E’ evidente che non si tratta solo di un fenomeno legato alla bassa istruzione.

Il rifiuto da parte del governo di introdurre un salario minimo [cioè un minimo sotto il quale nessun datore di lavoro può assumere un lavoratore, da non confondere con il "reddito minimo garantito"], presente in altri paesi occidentali [non in Italia], la crescita del settore del lavoro in affitto, caratterizzato da precarietà e bassi salari, lo sfruttamento del lavoro femminile, grazie alla più grande differenza in Europa occidentale fra il salario femminile e maschile, la disponibilità del governo a sovvenzionare i bassi salari con i sussidi Hartz IV, sono tutte parti di uno scandalo sociale che non ha eguali in altri paesi europei.

In questo scenario non c’è da meravigliarsi, se il costo del lavoro per unità di prodotto, decisivo per la competitività, ha avuto uno sviluppo decisamente migliore rispetto ai nostri vicini europei. La Germania non ha alcun motivo di esserne orgogliosa, come il governo vorrebbe dare ad intendere. Leggi il resto di questo articolo »

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settembre: 2014
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