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Archivio di luglio 2014

Gaza: mail di un eroe norvegese. Scritto del dott. M. Gilbert

Una email da un eroe norvegese, Mads Gilbert, un dottore che continua il suo lavoro a Gaza.

Carissimi amici,

La scorsa notte è stata terribile. La “grande invasione” di Gaza ha avuto il risultato di veicoli carichi di mutilati, di persone fatte a pezzi, sanguinanti, morenti – di palestinesi feriti, di tutte le età, tutti civili, tutti innocenti.

Gli eroi nelle ambulanze di tutti gli ospedali di Gaza lavorano a turni di 12-24 ore, grigi dalla fatica e dai carichi di lavoro disumani (tutti senza salario all’ospedale Shifa negli ultimi 4 mesi), si prendono cura delle priorità, tentano di capire il caos incomprensibile dei corpi, degli arti, delle persone umane che camminano o che non camminano, che respirano o che non respirano, che sanguinano  che non sanguinano. UMANI!

Ora, ancora una volta, trattati come animali “dall’esercito più morale del mondo” (sic!).

Il mio rispetto per i feriti è illimitato, per la loro determinazione contenuta in mezzo al dolore, all’agonia e allo shock; la mia ammirazione per lo staff e per i volontari è illimitata, la mia vicinanza al “sumud” palestinese mi da forza, anche se ogni tanto desidero solo urlare, tenere qualcuno stretto, piangere, sentire l’odore della pelle e dei capelli del bambino caldo, coperto di sangue, proteggere noi stessi in un abbraccio senza fine – ma noi non possiamo permettercelo, né lo possono loro.

Facce grige e cineree – Oh NO! Non un altro carico di decine di mutilati e di persone sanguinanti, noi abbiamo ancora laghi di sangue sul pavimento nel reparto di emergenzaq (ER), pile di bende gocciolanti, che grondano sangue da pulire – oh – gli addetti alle pulizie, ovunque, allontanano velocemente il sangue e i tessuti scartati, capellli, vestiti, cannule – i resti della morte – tutto portato via… per essere preparato di nuovo, per essere tutto ripetuto di nuovo. Più di 100 casi sono arrivati a Shifa nelle ultime 24 ore. Leggi il resto di questo articolo »

Germania, Grecia, UE: dove abbiamo sbagliato. di L. Becchetti*

Solo quando la giustizia è accompagnata dalla fraternità può guarire una relazione gravemente ferita tra stati o persone. Purtroppo viviamo di nuovo in un’epoca i cui statisti mediocri figli di una cultura mediocre sono capaci di cogliere solo le due prime dimensioni (libertà e giustizia) e hanno totalmente smarrito la bussola della terza dimensione (fraternità). Dopo la prima guerra mondiale la risposta alle responsabilità tedesche è stata solo “giustizia”. L’onere pesantissimo del debito, aspramente criticato da Keynes, ha prodotto ostilità tra i paesi e ha condotto al nazismo. Dopo la seconda guerra mondiale nonostante le maggiori responsabilità di italiani e tedeschi la risposta è stata giustizia (il tribunale per i delitti di guerra) più fraternità. E’ arrivato il dono del piano Marshall. E ha prodotto relazioni di pace durature tra i vincitori e gli sconfitti. La combinazione di fraternità e giustizia è stata fondamentale in Sud Africa per lenire le ferite dell’appartheid attraverso l’idea geniale della commissione per la riconciliazione e verità. Anche in questo caso i risultati sono stati eccezionali se si pensa ai rapporti prima e dopo. L’Europa e la Germania di oggi hanno dimenticato la lezione. E hanno imposto alla Grecia per il “torto” della scarsa disciplina di bilancio un peso impossibile da sopportare. In questo caso giustizia e mancanza di fraternità si sono combinate con l’ignoranza di una ricetta sbagliata. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il debito greco è passato dal 2009 ad oggi dal 140 al 177.2% nonostante due fallimenti parziali che hanno lasciato a bocca asciutta i creditori. Il PIL del paese si è ridotto di un quarto. La miopia di questa strategia ha prodotto neonazismo (Alba Dorata) euroscetticismo ed una ferita profonda tra i popoli europei.
La situazione ad oggi non è affatto risolta. L’incapacità della BCE di combattere la deflazione ha sparso altro sale sulla ferita. Con un’inflazione che viaggia a -1.35%, un disavanzo primario attorno all’1% e il rapporto debito/PIL di cui abbiamo parlato un prezzo del servizio del debito calmierato al 3% non basta e l’inerzia è quella di una crescita del rapporto debito/PIl di altri 5 punti. Per invertire la rotta (diminuzione media di un punto all’anno) in queste condizioni ci vorrebbero un pareggio di bilancio e una crescita del 5% assolutamente fuori portata al momento. Se la BCE riuscisse nel miracolo di portare l’inflazione al suo obiettivo statutario del 2% alla Grecia basterebbe invece il pareggio di bilancio e la crescita dell’1 percento per tenere il debito stabile. Leggi il resto di questo articolo »

Il cardinale Scola nominato Inviato Speciale a Colonia.*

Il 28 settembre 2014 si celebrerà l’850° anniversario della traslazione delle reliquie dei Re Magi

Il cardinale Angelo Scola rappresenterà papa Francesco alla celebrazione dell’850° anniversario della traslazione delle reliquie dei Re Magi da Milano a Colonia (Köln), in Germania, che si svolgerà il 28 settembre prossimo. La notizia della nomina è stata diffusa oggi da un comunicato della Santa Sede.

Le reliquie dei Re Magi furono trasferite nel 1164 da Milano nella Renania dall’imperatore Federico Barbarossa (Federico I Hohenstaufen, 1122–1190).

Fino al 1162 le spoglie dei Magi furono custodite nella basilica milanese di Sant’Eustorgio, distrutta dall’imperatore nello stesso anno.

Nel Duomo di Colonia i resti dei Re Magi sono conservati nello stupendo Dreikönigsschrein (Scrigno dei Tre Re Magi), un vero capolavoro di arte orafa.

Custodito a sua volta in una teca di vetro, il reliquiario ligneo progettato dal famoso orafo e scultore Nicola di Verdun tra il 1190 e il 1220 è alto circa 1,5 metri, largo 1,1 metri e lungo più di 2 metri. E’ ricoperto su ogni lato di lastre in rame e argento dorato. Il lato frontale invece dello scrigno è interamente in lamina d’oro.

Va ricordato che il maestoso Kölner Dom (ufficialmente Hohe Domkirche St. Peter und Maria) venne costruito a partire dal 1248 proprio per poter ospitare degnamente le reliquie dei Tre Re Magi.

Mentre il coro fu consacrato nel 1322, il grandioso edificio fu completato solo nel 1880, cioè più di sei secoli dopo la posa della prima pietra.

*Si ringrazia il sito Zenit.org

Gaza, Mons. Tomasi: “Intollerabile l’uccisione di tanti civili”.*

“La violenza non porterà da nessuna parte né ora né in futuro”. Le parole pronunciate domenica scorsa dal Papa, al termine dell’Angelus, vengono rievocate da mond. Silvano Maria Tomasi nel corso dell’intervento a Ginevra, alla sessione speciale del Consiglio Onu per i diritti umani dedicata al precipitare della situazione a Gaza.

La posizione della Santa Sede è chiara, a favore di una riconciliazione che avvenga quanto prima. “La perpetrazione di ingiustizie e la violazione dei diritti umani, in particolare il diritto alla vita e a vivere in pace e sicurezza – ha detto mons. Tomasi – seminano semi freschi di odio e risentimento. Si sta consolidando una cultura della violenza, i cui frutti sono distruzione e morte. Nel lungo periodo, non ci potranno essere vincitori nella tragedia attuale, solo più sofferenza”.

Sofferenza oggi acuita dall’alto numero di vittime civili. “La maggior parte delle vittime – ha detto ancora mons. Tomasi – sono civili, che dal diritto umanitario internazionale, dovrebbero essere protetti. Le Nazioni Unite stimano che circa il settanta per cento dei palestinesi uccisi sono civili innocenti”. Allo stesso tempo, il presule condanna “i razzi diretti indiscriminatamente verso obiettivi civili in Israele”.

L’osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu ha dunque scandito: “Le coscienze sono paralizzate da un clima di violenza prolungata, che cerca di imporre la soluzione attraverso l’annientamento dell’altro. Demonizzare gli altri, tuttavia, non elimina i loro diritti. Invece, la strada per il futuro, sta nel riconoscere la nostra comune umanità”.

Facendo riferimento a quanto detto da papa Francesco a Betlemme durante il pellegrinaggio in Terra Santa, mons. Tomasi ha richiamato tutti ad “avere il coraggio della generosità e della creatività al servizio del bene, il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati ad esistere e a godere di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”. Leggi il resto di questo articolo »

Le ragioni dei referendum contro il pareggio di bilancio e l’austerità. R. Realfonzo*

È un momento difficile per i paladini dell’austerità. Negli USA e in Giappone si è reagito alla crisi con aumenti della spesa pubblica assecondati dalla banca centrale, con il risultato che gli americani realizzano oggi un Pil reale superiore di ben otto punti rispetto al 2007 e il gigante nipponico si è destato dal lungo torpore. Dal canto suo, la scienza economica conferma sempre più compatta la necessità di affrontare le crisi con politiche fiscali e monetarie espansive. E molti studiosi che in passato avevano sostenuto la dottrina dell’”austerità espansiva”, secondo cui i tagli di bilancio avrebbero favorito la crescita, sono giunti a ricredersi. Ben noto è il caso del capo economista del FMI, Olivier Blanchard, che nel World Economic Outlook di due anni fa candidamente ammise che i vistosi errori previsionali del FMI scaturivano da una sottostima degli effetti recessivi dell’austerità. Rifacendo i conti, occorreva precisare che i tagli della spesa pubblica riducono il Pil, invece di accrescerlo, e anche in modo più che proporzionale.

Queste evidenze e questi ripensamenti non hanno fatto breccia in Europa negli ultimi anni e l’austerity ha imperato. Eppure, i risultati sono ben diversi da quelli americani o giapponesi: il Pil dell’eurozona resta inferiore ai livelli pre-crisi, la disoccupazione è incrementata del 65 per cento (da 11,6 milioni del 2007 a oltre 19 milioni a fine 2013), gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica non sono stati raggiunti. Con questi dati era inevitabile che anche da noi si prendesse atto dell’impossibilità di una crescita sostenuta e diffusa in presenza di vincoli asfissianti sulle politiche economiche. Proprio su queste colonne, nella primavera scorsa, due influenti studiosi come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, a lungo sostenitori delle austere regole europee, hanno condiviso l’idea che fosse necessario lasciare lievitare il deficit al di sopra del limite del 3 per cento previsto dal Patto di Stabilità, per fornire una spinta adeguata all’economia italiana. “Una politica di piccoli passi per non sforare il 3 per cento sarebbe miope perché così la crescita non riparte”, scrivevano i due, teorizzando la necessità di andare oltre i trattati europei. Leggi il resto di questo articolo »

La Russia blocca il GPS statunitense. Da Associazione Culturale La Torre*

La Russia ha iniziato a bloccare le funzioni militari delle stazioni Global Positioning System (GPS) degli Stati Uniti sul suo territorio, dichiara il Viceprimo ministro Dmitrij Rogozin. La mossa arriva mentre Mosca cerca di far avanzare i colloqui sul posizionamento di stazioni Glonass negli Stati Uniti. “Abbiamo lavorato per implementare misure che escludono l’uso di queste stazioni per scopi militari. Ora sono sotto il nostro pieno controllo“, ha twittato Rogozin. L’Agenzia spaziale federale russaRoscosmos ha confermato che tali misure sarebbero state attuate. Rogozin ha anche detto che Mosca ha avviato colloqui con gli Stati Uniti sul dispiegamento di stazioniGlonass sul loro territorio. I colloqui dovrebbero durare fino al 31 agosto e “nuove decisioni saranno prese” in seguito. Rogozin ha avvertito che la Russia avrebbe fermato le operazioni delle stazioni GPS il 1° giugno e iniziato a smontarle dal 1° settembre, in risposta alle sanzioni anti-russe di Washington e al suo rifiuto d’impiantare stazioni di Glonass sul territorio degli Stati Uniti. Glonass è l’equivalente russo del GPS progettato per uso sia militare che civile.

Guerra di “satellitari” Usa-Russia: sospese 11 stazioni Gps americane

L’ordine, scattato domenica, è stato dato dal vice premier Dmitri Rogozin Leggi il resto di questo articolo »

Europa meno austera – La scossa deve venire. Di L. Becchetti*

Le grandi manovre dei leader europei in vista di una modifica di fatto della “politica di austerità” proseguono. Angela Merkel ieri si è detta favorevole a una maggiore «flessibilità» nel rispetto del Fiscal Compact, su due aspetti. Il primo non rappresenta una novità: il Patto prevede – e la cancelliera tedesca lo ha ricordato – la possibilità di ammorbidire la riduzione del debito, tenendo conto del ciclo economico avverso. Il secondo, invece, un po’ nuovo lo è: frau Angela ha infatti aperto alla possibilità di una golden rule, cioè allo scorporo delle spese per investimenti in infrastrutture per quei Paesi – come l’Italia – che rispettano il limite del 3% del deficit.

Si tratta di un modesto successo in un’Eurozona che lentamente, e con colpevole ritardo, sta abbandonando i vecchi dogmi rigoristi, quelle rigidità che spiegano la differenza di performance della Ue rispetto a Giappone, Stati Uniti e allo stesso Regno Unito. Nel campo di regata dell’economia mondiale, tanto per capirci, gli Stati Uniti sono andati in direzione opposta alla nostra: non si sono fatti troppi problemi nell’aumentare la spesa pubblica e nell’adottare una politica monetaria espansiva. In questo modo hanno recuperato in poco più di 70 mesi tutta la disoccupazione creata dalla crisi finanziaria mondiale. Un sogno per noi italiani, che abbiamo visto crescere dal 9 al 13% l’esercito delle persone in cerca di lavoro. La barca dell’Eurozona, nello stesso periodo, è rimasta in stallo finendo nella triste bonaccia della deflazione e della stagnazione. Il rischio, ormai tangibile, se si continuasse su una linea che consente solo piccoli progressi nella direzione giusta, e di non riuscire a dare l’abbrivio necessario per riprendere la rotta.

Per questo motivo anche chi scrive questa nota ha deciso di partecipare con 14 colleghi economisti di diverso orientamento e di praticamente tutte le opinioni politiche a un comitato che presenterà giovedì quattro quesiti referendari. Leggi il resto di questo articolo »

XIX° CORSO DELL’UNIVERSITÀ D’ESTATE DI SAN MARINO. ALCUNE NOZIONI ECONOMISTE. Di L. Copertino

 

 

Chi è stato alla recente 19° edizione dell’Università d’Estate di San Marino ha potuto assistere, con lo scrivente come introduttore e moderatore, al confronto tra un economista keynesiano come il prof. Nino Galloni ed un economista liberal-sociale come il Prof. Massimiliano Marzo della scuola di Stefano Zamagni.

Posizioni differenti che tuttavia possono, in alcuni punti, avere qualche convergenza.

Gli astanti avranno notato come, dal momento che Galloni il quale ha lasciato l’uditorio subito dopo la sua relazione ed il dibattito non era presente, da parte mia vi è stato qualche cordiale, e per nulla polemico nelle intenzioni, contradditorio con il Prof. Marzo, verso il quale nutro comunque stima per la competenza e chiarezza espositiva (anche se basata su teorie, come quella “quantitativa della moneta” oggi fortemente messe in discussione negli ambiti accademici).

Il giorno prima, invece, molto interessante è stata la relazione del Prof. Tracuzzi (se ben ne ricordo il nome) allievo del compianto filosofo Francesco Gentile. Una relazione che tra l’altro ha ripreso la critica “realista” all’utopia come progetto umano il quale alla realtà vera ed oggettiva, naturale,  tende a sostituire lo schema filosofico ed astratto dell’ideologia ossia la non-realtà idealisticamente e soggettivisticamente pensata. Una critica fondata sul realismo filosofico proprio al pensiero tradizionale cattolico o comunque religioso.

Nel dibattito, seguito alla relazione del Tracuzzi, sono intervenuto per sottolineare che tale critica “realista”, solitamente applicata soltanto al marxismo, come aveva giustamente fatto nell’occasione anche il prof. Tracuzzi, è invece del tutto applicabile anche e principalmente al  liberismo. Ho ricordato che non esiste “costruttivismo” più astratto ed irrealistico del mercato come concepito dai liberisti vecchi (leggasi: Adam Smith, Von Hayek, Von Mises) o nuovi (leggasi: Milton Friedman, Alesina, Giavazzi, tutto il coacervo simil-populista americano del “Tea Party”). Un mercato come quello cui pensano i liberisti – nel quale tutti gli operatori sono perfettamente eguali quanto a capacità personali, risorse a disposizione, informazioni possedute, forza sociale ed economica, sicché tutti potrebbero responsabilmente esercitare le proprie libere (o presunte tali) scelte e quindi imputare solo a loro stessi eventuali fallimenti – NON E’ MAI ESISTITO NELLA REALTA’ E NELLA STORIA. Si tratta, appunto, di una utopia, di una costruzione ideologica che lasciata libera di affermarsi, come è stata purtroppo lasciata libera di affermarsi, prima o poi si scontra con le dure repliche della realtà rovesciandosi, per eterogenesi dei fini o, se volete, paradosso delle conseguenze, nella sopraffazione dei più forti sui più deboli. Aggiungevo che senza una Autorità Politica “giusta” (nel senso “agostiniano” della Giustizia che deve presiedere al Politico, pena il suo “banditismo”) le differenze che pur esistono nella realtà, e che nessuno può pensare di eliminare ma ridurre e far convergere questo sì, non potrebbero mai essere composte secondo equità, giustizia e solidarietà, in una prospettiva più ampia di Bene Comune, quella che di recente Zygmun Bauman ha chiamato “collaborativismo” o anche “condivisione”, da opporre tanto alla ferocia dell’“Homo hominis lupus” quanto all’ingenuità del “Bon sauvage”, visioni dell’uomo, queste ultime, che sottendono entrambe un errore antropologico e teologico di fondo: l’idea della negatività dell’essere, nel primo caso, quella dell’inutilità della redenzione e della grazia, nel secondo caso. Leggi il resto di questo articolo »

In odio alla fede. E i responsabili vanno indicati chiaramente. di Mon. L. Negri*

È un fatto enorme questo gigantesco esodo in massa di cristiani espulsi dai luoghi dove da millenni era radicata la presenza cristiana, esclusivamente perché cristiani. Quindi per quello che la tradizione cattolica chiama l’odio della fede. E questo deve essere detto esplicitamente: non sono soltanto buttati fuori dalle loro case, privati di tutti i loro beni, privati di tutti i loro diritti e quindi della possibilità di sussistenza; ma la ragione di tutto questo è la fede.

E questo i cristiani, la Chiesa, non possono non sentirlo come un evento terribile e insieme grandioso, perché è l’evento del martirio.

Ho ascoltato con molta gratitudine domenica l’intervento all’Angelus di papa Francesco, così forte, così appassionato e insieme così profondamente compreso di dolore, di compassione. Con non meno gratitudine ho letto la lunga intervista del cardinale Kurt Koch all’Osservatore Romano, che ha offerto un momento di dolorosa riflessione su questo evento. Non si capisce perché alcune cose vengano chiamate Shoah e per queste non venga usato lo stesso termine, che dice di una spaventosa e dissennata ideologica violenza contro l’altro semplicemente perché ha una posizione religiosa diversa dalla propria.

Ma il cardinale Koch ha insistito su un aspetto che non è sempre in primo piano negli interventi del mondo cattolico. Il problema è che c’è una grande difficoltà a una denuncia esplicita. I responsabili di questi spaventosi avvenimenti hanno nomi e cognomi espliciti, e non soltanto quelli degli ultimi, degli epigoni di questa vicenda di criminalità ideologica. Ma c’è una tradizione che risale lungo i secoli della presenza islamica nel Medio Oriente e in Europa.

Ora, il cardinale Koch dice che dovremmo essere più coraggiosi nella denuncia. Ecco, il coraggio è sempre un elemento fondamentale per una presenza cristiana, ma più che mai in un momento come questo. Il coraggio è un aspetto della testimonianza cristiana, è un aspetto fondamentale dell’impatto con la realtà del mondo e degli uomini che ci vivono. Queste responsabilità dunque devono essere dette e proclamate, altrimenti anche le denunce e la volontà di condividere la situazione tremenda di tanti nostri fratelli rischiano di essere parziali.

Certamente noi occidentali, in particolare noi cristiani di questo Occidente che giustamente negli ultimi tempi è stato indicato come caratterizzato da una profonda stanchezza, rischiamo di non affrontare la realtà secondo tutti i suoi fattori. Soprattutto cerchiamo di nascondere o quantomeno di ridurre l’impatto con questo mondo islamico che, ci piaccia o no, ha la responsabilità storica di questi eventi oggi come lungo i secoli che hanno preceduto questo ultimo.

Forse c’è una prevalenza della volontà di dialogo a ogni costo che deprime la verità. E un dialogo senza la verità o che non parta dalla verità non è un dialogo: è un compromesso, è una connivenza, è un’ignavia. Leggi il resto di questo articolo »

L’Unione Europea e i suoi vizi capitali. di J.P. Fitoussi

La mancanza di una Banca centrale che operi in autonomia, l’as­senza di un governo “popolare” e, infine, la preoccupazione per le riforme strutturali impediscono ai Paesi dell’area euro di usci­re dalla crisi. È l’ora di occuparsi di ciò che importa alla gente.

La crisi, che ormai dura da sei anni, è diventata una crisi globale. Adesso è una crisi europea. Ma ci sono degli elementi che fanno pensare che non ritroveremo più il sentiero di crescita che avevamo conosciuto prima della crisi. E questo viene dal fatto che, per migliaia di ragioni e in particolare per la disuguaglianza, il tasso di risparmio globale è molto più alto del tasso di inve­stimento. Ciò implicherebbe, per ritrovare il potenziale, un tasso di interesse reale ne­gativo. Ma è impossibile: la sola cosa che potrebbe renderlo negativo è un forte aumento dell’inflazione, e que­sta possibilità è combattuta ovunque, perciò non credo che ci sarà un aumento dell’inflazione. Quindi, si teme che la crisi sia strutturale, il che porta a pensare che sul lungo termine conosceremo un periodo di stagnazione. Accanto a tutto ciò c’è che oggi siamo maggiormente informati sulle questioni ambientali e sul fatto che siamo vicini alla possibilità di un punto di rottura del clima, con conseguenze enormi sul mondo intero. In questo quadro, ci si pone la domanda se dob­biamo scegliere un altro modello di sviluppo. Una questione facile da dire, ma a cui è difficile dare una risposta. In una fase storica in cui la  disoccupazione è talmente alta e la disuguaglianza sociale è talmente elevata, abbiamo bisogno di una crescita più forte almeno per i pros­simi dieci anni.

Credo molto nella necessità di avere dati giusti per fare politica. Ho scritto un libro, intitolato La misura sbagliata delle nostre vite, per dimostrare che quando non abbiamo misure valide facciamo della pessima politica. Non credo che per ottenere la crescita bisogna ren­dere il lavoro ancor più precario. Al contrario, una delle componenti maggiori del benessere è la sicurezza economica. Se la sicurezza eco­nomica sparisce perché abbiamo un lavoro più dipendente, meno au­tonomo, meno pagato, e i lavoratori temono per il loro futuro, allora sì che ciò determina un contesto non favorevole all’innovazione. Non c’è job satisfaction quando non c’è neanche dedication: non c’è incen­tivo per innovare. Ci sono varie tesi, una delle quali è stata sviluppa­ta da Edmund Phelps. Secondo l’economista statunitense è finito il tempo delle grandi innovazioni e della grande crescita, è arrivato il tempo della stagnazione, perché anche la rivoluzione della informa­tion technology non è una vera rivoluzione industriale. Importanti per l’innovazione sono i piccoli miglioramenti prodotti ogni giorno dai diversi lavoratori. Inoltre, è impossibile fare un paragone con il tenore di vita e la crescita originata dalle industrie di elettrodomestici e di macchine, che hanno dato un grande contributo allo sviluppo economico.

Oggi è difficile pensare quale sarebbe la nuova innovazione. Non dico che condivido pienamente questa tesi; penso che ci sia per tutti i Paesi della zona euro un problema di innovazione di investimenti di competitività che chiamo i “vizi di costruzione” della zona euro.

Vedo essenzialmente tre vizi. Il primo, che ha fatto molto pensare anche alla fine dell’ euro – almeno fino a un anno e mezzo fa, prima dell’intervento di Mario Draghi -, è che i Paesi europei sono simili a quei Paesi che si ‘indebitano su una moneta su cui non hanno alcun controllo, e che dunque possono diventare insolvibili. Per risolvere questo problema ci vorrebbe una Banca centrale europea che in piena autonomia potesse intervenire sui mercati per acquistare titoli del debito pubblico. Ma a questo vizio di costruzione è legato il fatto che la politica industriale è totalmente paralizzata. Leggi il resto di questo articolo »

LA DEMOCRAZIA SOVRANA DI PUTIN. UN MODELLO POLITICO PER I PAESI DELL'UNIONE EUROPEA. di Borgognone Paolo*

Vladimir Vladimirovic Putin, presidente della Federazione russa, è attualmente il politico [...]

SANTA MARTA: “QUELLA PERSECUZIONE ‘EDUCATA’ TRAVESTITA DI MODERNITA' E PROGRESSO”.*

Nella Messa mattutina, il Papa afferma che “le persecuzioni sono pane quotidiano della Chiesa”[...]

SUL PARTITO CATTOLICO. di Francesco Mario Agnoli

Lo riferisce La Croce quotidiana.it., adesso c’è anche un programma, ispirato alla Dottrina soci[...]

LA LEZIONE DI BRUXELLES. di Adolfo Morganti.

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CULTURA E POLITICA NEL MONDO MUSULMANO DI OGGI. di Franco Cardini

Altro che “aureo libretto”, come si sarebbe detto una volta. Il libro che vi consiglio di legg[...]

 
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