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Archivio di luglio 2011

Padre, Figlio e spirito europeo di Sergio Valzania

Nel suo La Chiesa nell’Europa medievale (38º volume della «Biblioteca Storica» del Giornale dedicata al Medioevo), Gregorio Penco affronta una questione storica di rilievo centrale, ossia il rapporto fra l’identità europea e il cristianesimo. Questo approccio si basa ovviamente sulla considerazione dell’Europa come qualche cosa di diverso da una semplice realtà geografica; ne immagina invece una storia e una cultura comuni. L’esistenza stessa di un’Europa così intesa diviene obiettivo e prodotto di un processo ancora in corso e quindi aperto ad esiti diversi, non tutti di necessità positivi. E le difficoltà nelle quali l’Unione si dibatte oggi, con la mancata approvazione del progetto costituzionale da parte di francesi e olandesi, testimoniano di una insufficiente messa a fuoco proprio degli elementi costitutivi, di stimolo, del soggetto politico e culturale che si intende costruire.
La critica all’Europa delle banche e dei consigli di amministrazione sta appunto in un mancato approfondimento, anche doloroso e conflittuale, degli elementi che sono necessari alla realizzazione di una condivisione. Non si è lavorato abbastanza alla creazione di un racconto comune che desse conto del percorso attraverso il quale si è maturata la convinzione della necessità dell’Unione. Lo stesso dibattito sull’inserimento delle origini cristiane nel testo della carta costituzionale è stato tardivo e superficiale. Del resto la ricerca dei redattori è andata, con ogni probabilità sbagliando, più verso la regolamentazione del funzionamento degli apparati che verso la formalizzazione di principi fondanti comuni. Si è fatto prima ciò che doveva essere la conseguenza di un processo che è invece mancato. Leggi il resto di questo articolo »

1944, napalm sull’Italia di Roberto Beretta

Bombardate la Padania col napalm! Potrebbe sembrare un progetto di fantapolitica terroristica (con kamikaze islamici a bordo di aerei-cisterna dirottati dall’Afghanistan…) e invece è già avvenuto. È accaduto precisamente nell’inverno 1944, quando gli Alleati scatenarono l’operazione “Pancake” a supporto delle operazioni di terra, all’epoca concentrate sul fiume Senio, in Romagna. «Nel giro di dieci giorni – scrive il ricercatore Andrea Villa – 700 bombardieri pesanti, 300 bombardieri medi e 270 caccia sganciarono 1161 tonnellate di bombe contro 74 obiettivi»; bombe che erano state riempite con «una miscela di recente invenzione, chiamata napalm, i cui effetti erano ancora tutti da verificare e da indagare».

E infatti, con scrupolo molto professionale, i servizi segreti inglesi inviarono subito dopo alcune pattuglie di infiltrati, perché catturassero soldati tedeschi sopravvissuti ai bombardamenti: per interrogarli ed esaminarli. L’Italia come laboratorio di sperimentazione di armi chimiche poi divenute tristemente famose molto più a est, in Vietnam negli anni Sessanta. È tuttavia una notizia insolita, tra le molte documentate dalla scrupolosa ricerca che Villa ha condotto attingendo ai rapporti ufficiali della Raf (l’aviazione britannica) e ad altri archivi londinesi, ed ha pubblicato nella Guerra aerea sull’Italia (1943-1945) (Guerini e associati, pagine 302, euro 28,00).
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Intervista a Franco Cardini

a cura della redazione di “Megachip”, 18.7.2011

 

1)     Professor Cardini, lei ha affermato più volte di non riconoscersi nell’area politica “di destra” nella quale era comunque cresciuto ed aveva mosso i primi passi dell’impegno civile. Cosa rimane, oggi, dei suoi ideali di allora, e come pensa di rigenerarli  in assenza di chiare delimitazioni fra destra e sinistra, entrambe subalterne al mito dello sviluppo capitalistico ad oltranza?

 

Un’adeguata risposta alla sua domanda dovrebbe cominciare con un’analisi storica sull’origine della parola Destra nel lessico politico europeo dalla Rivoluzione francese ad poggi. In sintesi, la parola Destra nasce – in contrapposizione alla parola Sinistra – all’inizio della grande Rivoluzione, per indicare chi resta fedele al Trono e all’Altare in contrapposizione al valore e all’ideale nuovo, la Nazione;  e chi quindi, coerente con tale scelta, difende i valori delle comunità locali, dei corpi intermedi e delle loro antiche libertates contro il livellamento individualista ed egalitario imposto dal giacobinismo. In questo senso storico, che ha assunto nel tempo – in una linea che da De Maistre a Donoso Cortés fino a Miguel de Unamuno e a Carl Schmitt – un valore metastorico e metapolitico, io resto un uomo di Destra. Ma, sia chiaro, solo in questo senso. Un senso che investe in modo primario una profonda convinzione: che siano  cioè l’individualismo, il primato dell’economia e il progressismo materialista che il giacobinismo ha trasmesso alla borghesia liberal-liberista otto- e novecentesca i principali nemici della giustizia, della libertà e del genere umano. Leggi il resto di questo articolo »

In Israele si prevede uno tsunami di Noam Chomsky

Soldati israeliani

Information Clearing House.
In maggio, in una riunione a porte chiuse di molti uomini d’affari israeliani, Idan Ofer, un magnate di una compagnia, ha avvertito: “Faremo presto la fine del Sud Africa. L’impatto delle sanzioni verrà sentito da tutti in Israele.”
La maggiore preoccupazione dei leader del mondo degli affari era per la sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU che si terrà questo settembre, dove l’Autorità Palestinese ha intenzione di chiedere il riconoscimento di uno stato palestinese.
Dan Gillerman, ex ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite, ha avvisato i partecipanti che “la mattina successiva alla già anticipata richiesta del riconoscimento di uno stato palestinese, verrà avviato uno spaventoso processo di sud-africanizzazione”, ossia che Israele diventerebbe uno stato paria, soggetto alle sanzioni internazionali.
In questa e nelle riunioni successive, gli oligarchi hanno spinto il governo per avviare iniziative modellate sulle proposte saudite (Lega Araba) e sul non ufficiale Accordo di Ginevra del 2003, nel quale i negoziatori palestinesi e israeliani dettagliarono la formazione di due stati, ben accolta in quasi tutto il mondo, ma rifiutata da Israele e ignorata da Washington. Leggi il resto di questo articolo »

IL PENTAGONO E IL LAVORO SCHIAVISTICO NELLE CARCERI USA di Sara Flounders

The 4th Media
I prigionieri delle carceri federali che guadagnano ventitre centesimi di dollaro l’ora stanno producendo componenti high-tech per missili Patriot a lunga gittata, rampe di lancio per i missili anti-carro TOW (Tube-launched, Optically tracked, Wire-guided) e altri sistemi missilistici. Un articolo, pubblicato lo scorso marzo dal giornalista e ricercatore finanziario Justin Rohrlich di World in Reviews, merita una lettura attenta per capire tutte le implicazioni di questo inquietante sviluppo (minyanville.com)

La diffusione dell’utilizzo di carceri-fabbriche, che pagano salari da schiavi, per incrementare i profitti dei giganti corporativi militari, è un attacco frontale ai diritti di tutti i lavoratori.

Il lavoro carcerario, senza garanzie sindacali, straordinari, vacanze, pensioni, benefit, garanzie sulla salute e sicurezza o la Social Security, fabbrica anche componenti per i caccia bombardieri F-15 della McDonnell Douglas/Boeing, per gli F-16 della General Dynamics/Lockheed Martin e per gli elicotteri Cobra della Bell/Textron. Il lavoro carcerario produce occhiali per la vista notturna, giubbotti antiproiettile, mimetiche, strumenti radio e di comunicazione, sistemi d’illuminazione, componenti per i cannoni antiaerei da 30 mm a 300 mm insieme a spazza-mine e materiale elettro-ottico per tracciatori laser della BAE Systems Bradley Fighting Vehicle. I prigionieri riciclano il materiale elettronico tossico e revisionano i mezzi militari. Leggi il resto di questo articolo »

Libia, Strauss-Kahn e North Dakota di Giovanni Lazzaretti

San Martino in Rio, 19 giugno 2011 – 9 luglio 2011

Quando sento la frase “il popolo libico geme” mi sale il nervoso e mi chiedo cosa sta pensando il mio interlocutore.
Siamo infatti d’accordo che il popolo libico geme: coi ribelli cirenaici appoggiati, finanziati e armati dall’occidente, con la guerra civile in casa, coi bombardamenti della Nato, con la paralisi economica, con la prospettiva di perdere l’autonomia economica e finanziaria, certamente il popolo libico geme.
Ma al 31 dicembre 2010 il popolo libico non gemeva.
Com’era la Libia
Quando i nuovi padroni comanderanno in Libia, faranno come tutti i vincitori: divisione del bottino e revisione della storia. Ci saranno frotte di giornalisti a farci vedere la Libia in macerie, e saranno, ovviamente, “le macerie di Gheddafi”. Fissiamo allora la situazione al 31 dicembre 2010, per ricordarci come era davvero la Libia. Leggi il resto di questo articolo »

39 caduti di Francesco. M. Agnoli

Un altro soldato italiano ucciso in Afghanistan. E siamo a  trentanove  italiani caduti per una  causa che nessuno conosce e nessuno riesce a spiegare, nemmeno quelli che invocano il patriottismo sentimentale (“i nostri ragazzi al fronte”) e la  democrazia,  perché la patria italiana  non ha nulla a che spartire  con il remoto Afghanistan, e una democrazia  che ha portato  al governo (per di più con brogli confessi e certificati) l’ex dirigente petrolifero  Karzai è peggio di una monarchia assoluta o perfino di una dittatura. Del resto ormai tutti, perfino i più accesi sostenitori della “missione”, hanno rinunciato all’ipocrisia e parlano apertamente di “fronte” e di  guerra. Peccato che la nostra Costituzione ci vieti espressamente di prendervi parte.

Ma, dal momento che  si è deciso di rinunciare all’ipocrisia e che della Costituzione non importa nulla a nessuno (tanto meno a quelli  che giurano di coricarsi ogni sera tenendola sotto il cuscino), vogliamo essere cinici e dirci la verità fino in fondo, occupandoci di ciò che davvero interessa a tutti, l’economia, il denaro, il pil, la crisi, la ripresa, e non delle quattro lagrimucce sparse per  la morte  di un modesto lavoratore delle armi, importante solo, passato il primo moto di naturale compassione,  per una ristretta cerchia di parenti e amici. Leggi il resto di questo articolo »

L’europeismo di De Gasperi: un’eredità da non disperdere di Gabriele De Rosa

Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak e Pleven: i padri dell'Europa

Più di cinquant’anni sono passati da quando Alcide De Gasperi, affiancandosi a Robert Schuman e a Konrad Adenauer, ingaggiò la battaglia per promuovere l’unità europea. Si disse allora che l’intesa tra De Gasperi, Schuman e Adenauer mirava a creare una specie di nuova Europa carolingia, una specie di struttura federativa neoguelfa, cementata e sorretta, invece che dalla bendizione del Papa, dai partiti D.C. europei. Si viveva in pieno clima di guerra fredda, e tutti i sospetti e le fantasie erano possibili sui propositi dei tre statisti, per altro amici dell’America di Truman.
Può darsi che questa idea di un’Europa carolingia, che partiva dalla base territoriale costituita dall’antica Lotaringia, abbia sollecitato la mente di qualche nostalgico. Nel quadro dei rapporti internazionali del tempo, nel quale il bipolarismo si andava sempre più drammaticamente accentuando, un linguaggio della Restaurazione poteva sedurre quanti cercavano un’Europa-rifugio , fuori dalla minaccia comunista, ma anche al riparo da una modernizzazione atlantica e protestantica insieme. Ma era veramente assurdo assegnare uno spazio politico all’immagine di una seconda Restaurazione, dopo quella viennese della Santa Alleanza, in un ambiente culturale, politico, sociale tanto lontano e diverso, nel quale, strategia sovietica a parte, l’internazionalismo operaio occupava un posto di prima fila. Ebbe perciò buon gioco De Gasperi nel disfarsi di ogni accusa di nostalgia in occasione di un’importante tavola rotonda che si svolse a Roma il 13 ottobre 1953: “Prima ancora che infondata – disse allora – quest’accusa è sciocca”.
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La strategia delle Comunità per costruire un’Europa unita: la CECA e la CED di Pietro Scoppola

Trattato di Parigi

In una conferenza tenuta a Bruxelles il 20 novembre 1947 De Gasperi affermava:

“Lo spirito di solidarietà europea potrà creare in diversi settori diversi strumenti di salvaguardia e di difesa, ma la prima difesa sta nello sforzo unitario che, comprendendo anche la Germania elimini il pericolo della guerra di rivincita e di rappresaglia”.

Dunque unità per evitare una terza guerra mondiale. In questo quadro si colloca il tenace impegno di De Gasperi e dei partiti democratico-cristiani in favore del reinserimento della Germania nel contesto europeo, dopo il secondo conflitto mondiale superando la iniziale tenace ostilità francese. E’ un campo oggetto di ricerche recenti ad opera di giovanissimi studiosi.
Nel quadro di questa preoccupazione iniziale di evitare un terzo conflitto mondiale si colloca la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), il primo passo verso l’unificazione, che tendeva proprio a eliminare uno degli oggetti storici della contesa franco-tedesca. Leggi il resto di questo articolo »

L’esperienza di De Gasperi al parlamento di vienna di Pietro Scoppola

De GasperiSi è notato in un recente convegno sulla storiografia degasperiana [“Alcide De Gasperi e la storiografia internazionale: un bilancio”, Trento, 7 – 8 maggio 2004] che gli anni della giovinezza di De Gasperi sono stati poco studiati. Nella storiografia anglosassone qualche attenzione viene data ora alla esperienza di De Gasperi nel Parlamento di Vienna per spiegare le radici del suo senso dello Stato, dell’autonomia politica dall’autorità ecclesiastica. Ma un altro aspetto è stato messo in luce dallo studioso italiano Stefano Trinchese sul quale vale la pena di richiamare l’attenzione.
De Gasperi dalla sua nascita nel 1881 al 1918, cioè per trentasette anni, più della metà della sua vita, è suddito della monarchia asburgica e al tempo stesso trentino di forte sentimento italiano. Le due appartenenze si conciliano in lui attraverso la distinzione, ben presente nei suoi scritti giovanili, fra nazione e Stato; gli è cioè del tutto estranea, negli anni della formazione e nella prima fase della sua esperienza politica, quella aspirazione a dare forma statuale autonoma ad ogni identità nazionale, che così profondamente caratterizza la storia europea del secolo XIX e il moto risorgimentale italiano; la nazione è per lui un dato culturale che può convivere con altre identità nazionali ed esprimersi, in una unica realtà statale. Leggi il resto di questo articolo »

LA DEMOCRAZIA SOVRANA DI PUTIN. UN MODELLO POLITICO PER I PAESI DELL'UNIONE EUROPEA. di Borgognone Paolo*

Vladimir Vladimirovic Putin, presidente della Federazione russa, è attualmente il politico [...]

SANTA MARTA: “QUELLA PERSECUZIONE ‘EDUCATA’ TRAVESTITA DI MODERNITA' E PROGRESSO”.*

Nella Messa mattutina, il Papa afferma che “le persecuzioni sono pane quotidiano della Chiesa”[...]

SUL PARTITO CATTOLICO. di Francesco Mario Agnoli

Lo riferisce La Croce quotidiana.it., adesso c’è anche un programma, ispirato alla Dottrina soci[...]

LA LEZIONE DI BRUXELLES. di Adolfo Morganti.

A botta calda e fumi ancora in aria. Mentre i canali radio bollono di analisi approssimative e di [...]

CULTURA E POLITICA NEL MONDO MUSULMANO DI OGGI. di Franco Cardini

Altro che “aureo libretto”, come si sarebbe detto una volta. Il libro che vi consiglio di legg[...]

 
luglio: 2011
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